CROLLO NATALITÀ/ La verità sull’Italia non viene dal Pil ma dalle culle vuote

- Salvatore Abbruzzese

La scelta di fare un figlio richiede fiducia e ottimismo diffuso. Ma l’ideologia del principio di precauzione ne rinvia costantemente la comparsa

bambino_neonato_vita_nascita_2_lapresse_2018
(LaPresse)

Il calo delle nascite costituisce da tempo una fonte di inquietudine e di preoccupazione. Le ultime dichiarazioni del presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, intervistato da Il Sole 24 Ore domenica 26 settembre, consentono di cogliere – credo definitivamente – l’emergenza del problema: un eventuale proseguimento del trend attuale porterà nel medio temine la popolazione italiana a dimezzarsi, con conseguenze rilevanti sullo stesso Pil, quindi sulla crescita del Paese.

A queste dichiarazioni del presidente dell’Istat si possono certamente aggiungere gli effetti della seconda ondata di Covid che, spargendo ulteriori incertezze (dall’attuale situazione negli ospedali al ricorrente allarme di nuove ondate, dalla parziale efficacia dei vaccini dinanzi alle possibili varianti alle incertezze sulla compatibilità tra vaccini e gravidanza) spiegano ampiamente tutte le preoccupazioni possibili, rallentando ulteriormente la crescita demografica di un Paese che già da diversi anni detiene il record della più bassa natalità in Europa.

Per quanto la flessione delle nascite, ben antecedente al Covid, sia il sintomo di una crisi più profonda che investe la società italiana – le famiglie composte da una sola persona e le coppie senza figli riguardano il 61% delle famiglie italiane (Rapporto Cisf, 2020) – l’ulteriore calo registrato durante la pandemia non è destinato a rientrare automaticamente nei mesti trend già esistenti.

La stessa strategia di lotta contro il Covid incentrata sul principio di precauzione, sottolineando massicciamente il legame tra contagio e pericolo di vita, ha finito con l’alimentare una preoccupazione elevata nella maggioranza della popolazione.

Accanto alla prostrazione per le micidiali “chiusure” e i modi, tra il brutale e il ridicolo, con i quali spesso sono state gestite, si unisce peraltro la percezione crescente di un ritorno alla normalità costantemente rinviato. Non mancano infatti gli allarmi su possibili pandemie in un prossimo futuro e altrettanto possibili varianti del Covid nell’immediato presente. Il mantra del “non abbassare la guardia”, costantemente ripetuto dalle autorità sanitarie, non può non alimentare un’incertezza oggettiva che rischia di irrigidirsi, fino a diventare un tratto permanente del paese.

Un simile rischio appare tanto più plausibile, quanto più si afferma in un’Italia che da vent’anni è a crescita zero, ha registrato negli ultimi dieci anni una serie estenuante di crisi di governo fino a risolversi in un governo d’emergenza la cui credibilità poggia per intero sull’autorevolezza del solo Presidente del Consiglio.

L’allarme sociale, sommandosi al basso livello di fiducia istituzionale che da tempo caratterizza gli italiani, finisce così per alimentare un’apprensione generalizzata difficile da gestire e, ancora di più, difficile da recuperare, quando verrà il momento di incentivare sviluppo, investimenti e consumi. Un conto è infatti il desiderio di normalità e di vitalità ordinaria, facilmente registrabile nelle euforie dei week end, altre sono le volontà di crescita, le scelte professionali, le decisioni personali.

Le scelte della maternità e della paternità non solo rientrano in questo secondo ambito di decisioni, ma sono tra quelle più impegnative. Quelle nelle quali non si impegna solo la propria vita, ma anche quella di chi si mette al mondo, della quale ci si sentirà responsabili e per la quale bisognerà poter contare su di una società affidabile e delle istituzioni credibili.

Per questo tipo di impegni occorre un’elevata dose di fiducia nel futuro e un “quieto ottimismo diffuso” che fanno da premessa indispensabile per ogni autentica volontà di crescita. Ora non solo tanto la fiducia quanto l’ottimismo sono ben lontani dal profilarsi all’orizzonte, ma la costante reiterazione degli allarmi sanitari ne rinvia costantemente la comparsa ad un eterno futuro prossimo.

L’intuizione del presidente Draghi secondo il quale l’uscita dalla pandemia “non sarà come riaccendere la luce” è molto più realistica di quanto non si creda. I pur consistenti aumenti del Pil – ben facili da conseguire visto il “fermo macchine” che ha caratterizzato i mesi precedenti – non dicono ancora granché sulla verità di un Paese.

Molto di più lo dicono le culle vuote: altrettanti segnali di progetti mancati e di scelte solo apparentemente rinviate ma che, in realtà, per potersi attivare hanno bisogno di essere dinanzi ad un rilancio diffuso e ad un ottimismo condiviso che devono diventare la vera cifra del paese.

Se ogni uomo “non è un’isola”, nemmeno la coppia lo è. Ogni progetto di vita ha bisogno di una “città” da abitare e di un progetto collettivo da condividere: il timore per le pandemie presenti e future, costantemente reiterato ogni oltre ragionevole misura, alimenta ogni possibile sconforto.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA