MANIFESTAZIONI/ Cari studenti, leggete di più Lenin se volete esser “riformisti”…

- Gianluigi Da Rold

Ieri, nel giorno della votazione al Senato del ddl Gelmini, il rito dei nostalgici di Che Guevara si è ripetuto, senza raggiungere gli eccessi del 14 dicembre. Il commento di GIANLUIGI DA ROLD

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Studenti protestano contro la riforma Gelmini (Ansa)

Ieri, nel giorno della votazione al Senato del ddl Gelmini di riforma dell’università, il rito dei nostalgici di Che Guevara si è ripetuto, in misura nettamente minore rispetto al “tragico” 14 dicembre. Le ragioni di questi studenti le abbiamo ascoltate nella trasmissione del guru Santoro, giovedì scorso, in una sorta di rissa a colpi di insulti come nelle “Baruffe chiozzotte” di Goldoni. Ci si domanda spesso: ma è possibile che non si arrivi mai a una sana scazzottata come nei cinema periferici del dopoguerra milanese ? Un leader degli studenti “chez Santoro” spiegava succintamente, ma con piglio professionale televisivo, che bisogna “togliere soldi alla guerra per darli alla ricerca e alla cultura”. Programma piuttosto schematico, ma di grande effetto. In parte riformista rispetto ai “maestri” del comunismo italiano, Gramsci e Togliatti, che da giovani socialisti erano interventisti, della corrente mussoliniana del Psi, e andarono pure, per un paio d’anni, in crisi ideologica.

Ma è inutile fare le pulci storiche a questi nuovi intellettuali da schermo televisivo e da “nuova spranga”. C’è un problema che è saltato fuori in questi giorni che a noi sembra più preoccupante. Dopo gli incidenti di Roma, la signora (o compagna ?) Anna Finocchiaro, capogruppo dei senatori del Partito Democratico, ha alzato la sua voce per una condanna che prevedeva nella protesta la presenza di “agenti provocatori” all’interno dei manifestanti, per lo più pacifici. Traducendo immediatamente il pensiero dell’acuta signora Finocchiaro si potrebbe citare il più esilarante attore di un celebre film di Claude Lelouche, il Charles Denner de L’avventura è l’avventura, dove spiegava nevroticamente che “Ferisco, attenzione ferisco e non uccido, uomini di destra. Pagato dalla destra per far ricadere le colpe sulla sinistra”.

Lelouche e Denner sono due romantici dissacratori, paradossali, simpatiche canaglie che setacciano tutti e tutto. E in più hanno una spirito francese che è insopportabilmente corrosivo. Forse la signora Finocchiaro, nata a Modica il 31 marzo 1955, un anno prima della rivolta di Budapest contro il comunismo sovietico, non potrebbe giudicare bene un disimpegnato come Lelouche. Anna Finocchiaro è stata funzionario della Banca d’Italia a Savona, pretore a Leonforte, sostituto procuratore a Catania e quindi, nel 1987, approda al Parlamento come deputato del Pci, due anni prima che cada il Muro di Berlino e venga giù tutto il comunismo mondiale. La signora è sfortunata nelle date, perché manca sempre gli appuntamenti storici decisivi. Ma questa è una nostra opinione personale. Tuttavia, con quella dizione di “agenti provocatori”, dimostra di mantenere una memoria da elefante.

È indubbiamente una postcomunista, ora impegna nell’edificazione del Partito Democratico, che mantiene inalterata la formula storica delle manifestazioni di sinistra che degenerano in disordini gravi. Quando capita tutto questo la colpa è sempre degli “agenti provocatori”, degli “infiltrati” da destra o dagli apparati dello Stato per far ricadere la colpa sulla sinistra. Il primo a consigliare questa formula a Lenin fu Willi Munezenberg, genio della propaganda comunista, che probabilmente la signora non conosce, perché il Pci, quando Muenzenberg ripudiò il comunismo e fu ucciso da agenti di Stalin, lo cancellò dal vocabolario e fece in modo che nessun editore italiano pubblicasse mai nulla su di lui. Ma Muenzenberg, con il suo impareggiabile stile, aveva fatto scuola. Non c’è documento dei congressi del Comintern che non parli di “manovre torbide”, oppure di “agenti provocatori” come i socialdemocratici che sono solo la “sinistra della borghesia”, oppure gli anarchici e i trozkisti, quasi “spie”, “infiltrati” e “provocatori al soldo del fascismo”.

 

Si pensava che questi luoghi comuni cominternisti fossero passati di moda, dopo il 1968. Ma evidentemente “buon sangue non mente”. Per essere più precisi, i luoghi comuni del Comintern sembrano dei “cavalli di ritorno”. In effetti, dopo lo scioglimento del Comintern si dovette aspettare la nascita del suo “figlio” Cominform per riascoltare le litanie dei vecchi luoghi comuni. In quel nuovo organismo internazionale c’era un’altra donna, la romena Ana Pauker a lanciare gli slogan coniati dal vecchio Willi Muenzenberg, anche se scomunicato e già ucciso. Ana Pauker era una donna bellissima, molto sensuale anche nella sua mise da rivoluzionaria comunista internazionale. A ben vedere anche la Finocchiaro potrebbe nascondere con i suoi vestiti castigati una intrigante sensualità. Sembra in alcune occasioni le donne siciliane che escono dai libri di Leonardo Sciascia. Peccato per quei luoghi comuni così scontati, banali e datati.

 

 

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