SBARCHI/ Rondoni: c’è una finta pietà che usa il Vangelo per “tradire” gli ultimi

- Davide Rondoni

L’emergenza degli immigrati, afferma DAVIDE RONDONI, ci fa accorgere che non possiamo soccorrere tutti e che sarebbe da ipocriti non considerare la “mafia” dietro gli sbarchi

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Continua la tragedia dei migranti (Ansa)

Di fronte all’ondata di migrazioni, alla strage di coloro che perdono la vita in mare, di fronte alla dura alternanza di reazioni che in tutti sorgono di fronte a questi fatti, il Corriere della Sera attraverso la penna colta e ben lavorata di Claudio Magris ricorre al Vangelo. All’imperio supplicante, alla carità suprema di accogliere gli ultimi.

Il Vangelo ha fondato in Europa per secoli ogni slancio di carità, ogni pazienza verso coloro che si sarebbero lasciati morire. Coi mattoni invisibili del Vangelo sono state costruite case della carità, ospedali, portici per gli indigenti, opere pie, ospizi, ricoveri di ogni genere. E’ stato così, sarà così. In nessuna parte del mondo come nelle terre visitate dal Vangelo è stata combattuta l’ingiustizia sociale e accolto il bisogno del povero.

Il giornale della borghesia laica del nord ricorre dunque a quelle parole di Gesù che siamo pronti a aureolare di dolcezza e bontà, e invece sono sì buone ma dure e portatrici di durezza. L’esperienza che faccio di guidare il Banco di Solidarietà nella mia città mi mostra sempre che gli ultimi non sono “gradevoli”. Che la lotta alla povertà non è una passeggiata romantica né una azione che ti fa stare bene e in pace.

Occorre una dura speranza, una dura felicità. E a volte un viso duro per affrontare i tanti problemi che la presenza degli ultimi comporta. Della durezza di questa esperienza fa parte anche la consapevolezza di non riuscire a soccorrere tutto quel che si vorrebbe e di cui c’è bisogno. Magris invita dunque a riaprire il Vangelo e poi mestamente s’avvia a concludere che le masse di questi ultimi che avanzano verso di noi difficilmente saranno mai i primi. E dunque finisce, con la sua amarezza scrupolosa e aspra per smentire quello stesso Vangelo che aveva invitato ad aprire. In quelle pagine, infatti, Gesù racconta di ultimi che saranno i primi nel Regno dei cieli. Invita a non usare solo categorie mondane, storiciste, per valutare il destino degli uomini. I quali, agli occhi del pietoso Magris, finiscono invece per essere inchiodati proprio a un destino infame senza prospettiva.

Sarebbero solo le nostre mani, le nostre povere mani, a poter garantire agli ultimi di diventare primi. Leggere il Vangelo come manuale di sociologia o come pio inventario di consigli morali può portare a questi errori. Leggerlo senza considerare che la vera profonda giustizia per l’uomo – per il povero come per il ricco, per l’uomo in salute come per lo sfortunato – viene da Dio, è nel cuore di Dio significa non leggere il Vangelo ma il programma di un partito dei buoni. Il quale partito – come tutti i partiti – è abile nel vedere quel che gli interessa per affermare la sua ideologia da opporre a quella di avversari che, naturalmente, diventano automaticamente il partito dei cattivi. E dunque vede l’arrivo dei miseri, la loro maledetta morte, la loro sciagura che è anche la nostra.

Ma finge di non vedere quel che ha mostrato qualche giorno fa con cruda evidenza un bel reportage su Avvenire (anche qualche vescovo dovrebbe leggerlo) su come funziona il racket violentissimo e infame di coloro che offrono tali viaggi agli ultimi (e spesso anche ai penultimi e non solo). Gente che vive in alberghi lusso ammassa dei disgraziati che per venire in Italia (in un’Italia immaginata più che reale) sganciano quote alte di denaro, si sottomettono a umiliazioni e soprusi. Con ingenuità e remissione.

Forse occorrerebbe più sforzo di istruzione in quelle terre per correggere anche tali ingenuità e remissività, più cooperazione per la caccia a queste mafie, più aiuto alle società di partenza prima che la si debba dare – ma quanta e per quanto riusciremo – ai singoli o a grappoli d’uomini sperduti in mare. Non si usi il Vangelo per affondare definitivamente questi poveri cristi nella loro ultimità. Non sia il nostro sguardo disperato, pigro, breve, non sia il modo per decretare una ingiustizia suprema, quasi fossimo dei buoni ma impotenti. Affidiamo il destino dei poveri (e nostro) a un Dio più giusto e potente di noi. E usiamo tutta l’intelligenza e la passione di cui siamo capaci per leggere le situazioni, e intervenire animati dal bene, sapendo che siamo limitati. E poveri cristi pure noi.

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