IL CASO/ L’ultima tragedia di Lampedusa spedisce il Governo in Danimarca

- Robi Ronza

La tragica notizia della morte di 10 immigranti illegali, caduti in mare da un gommone a sud di Lampedusa, riporta alla mente una considerazione (sbagliata) di Monti. ROBI RONZA

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Un immigrato tratto in salvo (InfoPhoto)

La tragica notizia della morte di 10 immigranti illegali somali e eritrei – caduti in mare da un gommone poi soccorso ieri 60 miglia a sud di Lampedusa da navi militari e motovedette italiane  – per associazione di idee mi ha fatto tornare alla memoria quanto il premier Mario Monti disse tra l’altro a Torino lo scorso 18 marzo. Quel giorno il premier si trovava nella metropoli piemontese per inaugurare la mostra conclusiva delle celebrazioni dei 150 anni dalla nascita dello Stato italiano: la mostra intitolata “Fare gli italiani” che prende incautamente spunto dalla famosa frase, forse a torto attribuita a Massimo D’Azeglio, “Adesso che abbiamo fatto l’Italia dobbiamo fare gli italiani”. Parole che gli entusiasti dell’Italia così come la volle il conte di Cavour avrebbero tutto l’interesse a far dimenticare dal momento che sono a contrariis un’autorevolissima conferma dell’artificiosità e del carattere elitario di tale processo. Fuori dai luoghi ove avveniva l’inaugurazione premevano però dei manifestanti No Tav. Monti si sentì allora in dovere di ribadire che la Tav in Val di Susa si deve fare perché senza di essa l’Italia “rischia un distacco dall’Europa (…) Non è solo la Torino-Lione ma fa parte di un grande corridoio transeuropeo”. Se non la si facesse, aggiunse, si farebbe “slittare la Penisola italiana verso un tuffo nel Mediterraneo e un distacco dall’Unione europea (…) Non credo che nessuno possa volere questo”. 

Se non fosse un parallelo di dubbio gusto tenuto conto della tragicità dell’accaduto, verrebbe da dire che il tuffo che si vuole così fermamente risparmiare alla Penisola si finisce poi di farlo fare a molti di quei disperati che sono pronti a tutto pur di raggiungerla. Al di là di questo episodio, che conferma ancora una volta gli effetti perversi di una mancata politica sull’immigrazione, il discorso di Monti a Torino, fino al diapason del “tuffo”, la dice lunga sulla radicale insensibilità alla geopolitica del nostro Paese che così tipicamente caratterizza l’ambiente da cui egli proviene. Per questo ambiente – che sogna l’Italia come se fosse al posto della Danimarca, come se fosse una penisola bagnata dal mare del Nord e a due passi dall’amata Inghilterra – il Mediterraneo è un grande problema; e non invece la grande risorsa che sarebbe se se ne tenesse positivamente conto facendolo oggetto di un adeguato disegno di politica estera.

Tanto forte è questa remora che da quanto ha detto a Torino il pur colto e riflessivo Monti sembra non capisca affatto per quale motivo è così importante il “grande corridoio transeuropeo” di cui la Tav in Val di Susa è il tratto ferroviario transalpino. 

Lungi dal farci voltare le spalle al Mediterraneo tale asse, il cosiddetto Corridoio europeo n. 5/Barcellona-Kiev (che peraltro ha senso nella misura in cui diventa un fascio coordinato di arterie non solo ferroviarie ma anche autostradali, telematiche ecc.) è anzi in primo luogo la grande infrastruttura che è indispensabile per fare dei Paesi sud europei e danubiani il grande volano dell’interscambio trans-mediterraneo del nostro Continente con l’Africa e con l’Asia tramite il Levante. Chi come lui teme il “tuffo” nel Mare Nostrum come il diavolo l’acqua santa avrebbe dunque tutti i motivi per schierarsi dalla parte dei No Tav. A ben vedere dunque quel giorno  il suo posto sarebbe stato non nei palazzi della Torino ufficiale ad ammonire l’Italia dai rischi del presunto “tuffo” quanto piuttosto in piazza Castello a suonare il fischietto e battere il tamburo tra gli ignari manifestanti che, tenuti a bada dalla polizia, protestavano contro la Tav (ovviamente senza sapere per chi stessero in effetti lavorando).

 

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