FAMIGLIA/ Perché l’Italia non impara da Francia e Germania?

- Luca Pesenti

LUCA PESENTI ci parla della recente pubblicazione del Rapporto annuale ISTAT che mostra la perdurante condizione di indebolimento sociale ed economico delle famiglie italiane 

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Foto: InfoPhoto
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La recente pubblicazione del Rapporto annuale Istat ha certificato – come abbiamo già scritto su Il queste pagine – la perdurante condizione di indebolimento sociale ed economico delle famiglie italiane. Cresce la povertà assoluta, si inverte il trend relativamente alle tipologie famigliari (stanno meglio di prima gli anziani, stanno sempre peggio le famiglie numerose e quelle con un solo genitore), si blocca l’ascensore sociale, si complicano le condizioni di sviluppo per i più giovani.

È possibile ovviamente aggiungere altri tasselli al quadro già di per sé non entusiasmante. Presentando il volume “Familiarmente. Le qualità dei legami familiari” (ed. Vita e Pensiero), nato da un pool di studiosi dell’Università Cattolica sotto l’egida del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla famiglia, l’economista Luigi Campiglio ha rincarato la dose, mostrando una serie di dati freschi di calcolo. Il reddito lordo disponibile delle famiglie italiane è precipitato nell’arco di un decennio, perdendo per strada circa 6.000 euro. Contestualmente è crollata anche la capacità di risparmiare: se nel 1995 le famiglie riuscivano a mettere da parte il 20% di quello che guadagnavano, oggi non riescono ad andare oltre il 9%. Nello stesso periodo, le famiglie francesi e tedesche hanno continuato a risparmiare in modo costante tra il 15% e il 17% del loro reddito. Ed è ovviamente cresciuta la quota di famiglie che devono intaccare i loro risparmi, se è vero che dal 1998 a oggi è cresciuta dal 14% al 16% la quota di famiglie che non hanno un reddito sufficiente a pagarsi lo stretto indispensabile.

Il confronto con i cugini francesi e tedeschi ci pare particolarmente significativo e per certi versi impietoso, documentando in modo inesorabile le ricadute ultime sulla vita comune di tendenze macroeconomiche piuttosto chiare. Se fino al 2007 l’Italia ha tenuto il passo, la crisi ha determinato un drammatico peggioramento delle condizioni generali, certificate dall’impressionante divario del Pil: se si osserva l’andamento dal 2001 al 2010, il Pil italiano è cresciuto di appena lo 0,6%, quello tedesco dell’8,6% e quello francese addirittura dell’11,1%.

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In virtù di uno sviluppo economico che non si è mai interrotto, Francia e Germania hanno potuto proseguire sulla strada di una tradizione di politiche famigliari molto generose, ed è evidentemente anche questo che spiega la maggior stabilità economica delle famiglie di quei paesi. Oltre a poter far conto su un sistema fiscale basato sullo strumento del quoziente famigliare, il modello francese può vantare uno schema di intervento per famiglie a basso reddito (il Revenu de solidarité active), finalizzato a favorire il reinserimento lavorativo e sociale. In modo analogo, la Germania può vantare un sistema fiscale fortemente orientato alla famiglia (comprensivo di una franchigia molto ampia calcolata in ragione della numerosità del nucleo) cui si affiancano una serie di misure di sostegno al reddito per le persone in difficoltà economica o lavorativa.

Il risultato finale di questi interventi è sintetizzato nel dato della riduzione del rischio di povertà dopo l’intervento della mano pubblica: se in Francia e Germania questo rischio si dimezza grazie alla redistribuzione statale (abbassandosi rispettivamente di 12 e 10 punti percentuali), in Italia diminuisce soltanto di 5 punti, certificando in questo modo la peggiore efficienza redistributiva tra tutti i paesi europei.

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Cosa serve dunque all’Italia per cambiare passo e per aiutare le famiglie a tirarsi fuori dai guai? I dati appena descritti ci dicono che non esiste una ricetta univoca e soprattutto facile a realizzarsi. Non sarà infatti sufficiente neppure un significativo aumento del Pil (cosa che non appare imminente) per poter garantire una svolta nelle politiche di welfare famigliare del nostro Paese. Occorrerebbero infatti contestualmente tre elementi di novità: un abbassamento significativo della pressione fiscale; una almeno parziale ricalibratura della tassazione spostandola dagli individui alle famiglie; un riaggiustamento della spesa pubblica, che liberi risorse da altre voci di spesa per convogliarle su schemi di reddito minimo a misura di famiglia.

Tre obiettivi di grande portata che purtroppo non sembrano essere nell’agenda della politica del nostro Paese. 



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