SPENDING REVIEW/ Abolizione delle province. Ma si tiene conto della buona amministrazione?

- Massimo Trespidi

Una riforma è costruttiva se non si basa su principi astratti. MASSIMO TRESPIDI, presidente Provincia di Piacenza spiega come molti di questi enti siano esempi di governo vicino ai cittadini

provinciamilano_R439
Foto Infophoto

Entro nel dibattito in corso sul tema della soppressione delle Province sia perché sono in prima linea come amministratore sia perché sento l’urgenza e il dovere di prendere una chiara e netta posizione, ponendo l’attenzione su alcuni principi fondamentali per l’esercizio di una corretta e autentica democrazia. In questi mesi ho sentito tante parole, tanti interventi, tante opinioni sul tema delle Province e, ammettiamolo, non sempre chi parla è veramente preparato sull’argomento che si presta a commenti spesso banali e demagogici. Non ho intenzione di aggiungerne altri, ma vivo tutta la responsabilità, in uno spirito di costruzione e di servizio del bene comune della mia comunità territoriale, di condividere alcune considerazioni che spero facciano riflettere e, se possibile, correggere le gravi storture che si produrranno a seguito dei recenti provvedimenti adottati.

Concordo pienamente sulla necessità urgente di un riordino complessivo del sistema istituzionale italiano che vada dal livello centrale ai singoli livelli locali, in un’ottica di razionalizzazione e contenimento della spesa. Ritengo che la partita non sia di facile soluzione e richieda sforzi, impegno e sacrifici da parte di tutti. Detto ciò, in primis come amministratore e poi come cittadino, sono altrettanto convinto che questo processo così importante per il Paese debba essere gestito – sì gestito – da chi ne ha la responsabilità, dando segnali forti e chiari che premino il merito della buona amministrazione. Per questo se dobbiamo pensare ad un criterio con cui “razionalizzare” e reimpostare un sistema non si può non partire dal riconoscimento di una buona e responsabile gestione: chi ha sempre rispettato il patto di stabilità? chi ha un basso livello di indebitamento? chi ha i bilanci in equilibrio e in ordine?

Parto da una premessa di fondo. La Costituzione è stata recentemente riformata ed è stata confermata l’attuale struttura istituzionale che opera da quarant’anni su quattro livelli di governo. La retorica della diatriba sulla non possibile coesistenza di Regioni e Province è di fatto superata dalle innumerevoli funzioni che nel corso di questi anni sono state delegate e trasferite dai livelli più alti ai livelli locali, più vicini ai territori e ai cittadini. Non altrettanto comprensibile è invece la nascita e la proliferazione, a cui abbiamo assistito in questi anni, di organismi, enti, agenzie a livello territoriale spesso rivelatisi inutili e costosi dal punto di vista del funzionamento, nonché inefficaci per quanto riguarda la risposta data ai cittadini. 

Allora fatta questa premessa, l’unica che pone su un piano serio tutte le valutazioni successive, dovendo andare incontro ad una ulteriore e legittima esigenza di contenimento della spesa di funzionamento dell’apparato pubblico, mi chiedo come sia possibile utilizzare criteri astratti e non legittimati da alcuno studio scientifico che ne riconosca l’effettiva efficacia, quali il numero degli abitanti e la dimensione territoriale quando siamo alla presenza di enti che vivono e operano sul territorio da 150 anni, vale a dire dall’inizio del nostro sistema Paese e dell’unità d’Italia, di cui la Provincia di Piacenza è stata protagonista in qualità di primogenita. Questa valutazione viene poi rafforzata dalla considerazione che le Province “storiche”, vale a dire quelle Province istituite alla data di entrata in vigore della legge 3 febbraio 1871 n. 33 – Roma capitale, sono 69. Se si escludono da queste le future dieci Città Metropolitane, arriviamo ad un’operazione di riduzione che darebbe come risultato l’esistenza di 59 Province a statuto ordinario sulle attuali 107.

Altra riflessione fondamentale che vi propongo è sulle funzioni attualmente esercitate dalle amministrazioni provinciali. Ritengo che l’attuale livello di distribuzione delle funzioni, sempre migliorabile a seconda dei cambiamenti che si verificano nel contesto sociale, economico di un Paese, debba comunque essere riconosciuto come il frutto di un’esperienza amministrativa che ha condotto ad un progressivo processo di delega verso il basso (dallo Stato e Regioni alle Province) e verso l’alto (dai Comuni) nel riconoscimento di quel livello di organizzazione dei servizi che meglio potesse rispondere al soddisfacimento di bisogni dei cittadini. Inoltre, mentre ci si riempie continuamente la bocca parlando di eccessiva burocrazia e complessità della macchina pubblica e di interventi urgenti per semplificare e velocizzare i processi e i procedimenti amministrativi, non si vuole accettare un principio semplice ma fondamentale, che consiste nel riconoscere che unire funzioni a livello locale permette al cittadino di avere un unico interlocutore e una chiara individuazione delle responsabilità.

L’ultima, brevissima riflessione che vi consegno riguarda la prevista “riclassificazione” delle Province ad enti di secondo livello. Solo chi non conosce queste istituzioni e le funzioni che svolgono può pensare ad una revisione dei principi sulla nomina degli organi di governo. Infatti è solo nell’elezione diretta del Presidente e del Consiglio che può essere assicurata la garanzia di un equilibrio dei poteri. Senza contare che in caso contrario verrebbe meno il principio fondamentale della distinzione e autonomia tra ente controllore e ente controllato.

Ho voluto condividere queste mie riflessioni sia come lettore che in qualità di Presidente della Provincia di Piacenza, con il desiderio di poter dare un contributo in un momento cruciale per il nostro Paese e nella piena convinzione che non conviene a nessuno la sterile difesa di interessi o privilegi di parte, ma che ognuno di noi ha la responsabilità di costruire il bene di tutti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori