PARTO FORZATO/ I giudici inglesi sanno che anche i “matti” (italiani) sanno amare?

- Maddalena Bertolini

In Gran Bretagna una donna italiana è stata costretta a partorire perché giudicata incapace di fare la madre, e la figlia portata affidata ai servizi sociali. MADDALENA BERTOLINI

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Problemi psichici troppo destabilizzanti per poter tenere la bambina che portava ancora in grembo. Per questo, secondo il Sunday Telegraph, che rivela la storia shock in esclusiva, quasi un anno e mezzo fa giudici inglesi hanno valutato e ordinato che una donna italiana, nel Regno Unito di passaggio per motivi di lavoro, venisse sottoposta ad un parto cesareo “forzato” e la sua bambina neonata venisse affidata ai servizi sociali britannici. Questo sembra perché la signora italiana, che si trovava in Inghilterra per uno stage presso la Ryan Air, ebbe un attacco di panico e conseguente perdita di consapevolezza, essendo afflitta da sindrome bipolare, aggravata dall’interruzione del trattamento farmacologico. La polizia, intervenuta, l’ha fatta ricoverare forzatamente e di qui la sedazione e il cesareo.

Molti tentativi sono stati fatti dai legali della donna per far restituire alla madre la bimba che oggi ha 15 mesi, tutti andati a vuoto: i servizi sociali inglesi si sono rifiutati persino di affidare la piccola alla sorella (che vive a Los Angeles e viene descritta come un’ottima madre) del marito americano, da cui la donna è separata ma con il quale ha una figlia.

Questa madre, di cui non si fa il nome, ha già due figlie, con lei in Italia, dove risiede abitualmente.

Tutto l’accaduto pare nebuloso e problematico; non si sa nemmeno chiaramente l’andamento dei fatti, anche perché è proprio la protagonista, purtroppo passiva, che non ricorda, non può ricordare, l’esatto susseguirsi degli avvenimenti.

Ricoverata, sedata, cesarizzata, espulsa: ma la bimba resta con noi, già assegnata alla famiglia… se i fatti sono questi c’è da inquietarsi alquanto.

Le autorità inglesi preposte si difendono riferendo che la donna mai ha chiesto aiuto al Consolato Italiano, che nel frattempo si è mosso e chiesto chiarimenti al riguardo. Si obietterà che, essendo lei privata della capacità di intendere, non era certo nella condizione di chiedere un intervento diretto alla Ambasciata Italiana… Tutto davvero incomprensibile in questo mare di equivoci e forzature.

Certo, se fosse tutto come descritto, c’è davvero da fare per il Consolato Italiano, tanta materia incandescente, diritti da difendere, sia della madre che della figlia. Speriamo, ce lo auguriamo, che lo scandalo sia tanto grande da muovere tutto velocemente, anche perché ormai l’età della bimba è tale da poterne compromettere la serenità successiva. E questa madre ha davvero sofferto abbastanza.

Se c’è qualcosa che reca una sofferenza intollerabile infatti, non sedata da nessun anestetico, è la malattia mentale, il dolore della mente e dell’anima: viene definito infatti “psichico”, dal greco “psychè”, anima appunto. Il corpo intero pervaso dalla sofferenza della mente si agita e geme.

È davvero difficile avere a che fare con queste persone, soprattutto quando sono o diventano madri. Che la cara Alda Merini ce ne abbia dato grande testimonianza è un fatto. Andiamo a rileggere qualcosa di lei per riscaldarci il cuore; forse riusciamo a comprendere che anche i “matti” amano. E che comprendono benissimo il significato della parola “amore” e che sanno riconoscere chi li ama e chi no. Lo dimostrano come possono e quando possono: se possono.

È pur vero che in certi casi la sofferenza è tale e tanta che diventa insostenibile, incontrollabile: e allora anche i loro gesti sono estremi. 

Si parla di “raptus”, di debordamento improvviso di un troppo pieno: ma chi è loro vicino lo riconosce che si avvicina il riempimento, il colmo. Se c’è loro davvero vicino qualcuno in grado di farlo, che li ami abbastanza; e che questo qualcuno possa avere un posto dove chiedere aiuto.

Il mondo della pazzia è così complesso, così pauroso e buio che metterci il naso è affare pericoloso: non voglio addentrarmi neanch’io più di tanto, rischierei brutte figure da ignorante quale sono.

Io ho solo conosciuto le madri: quelle venute, tenute in ospedale a partorire. Quelle violentate, inconsapevoli del gesto, dell’affronto, del figlio.

Poche, ma le ricordo tutte, indelebili. Ricordo quelle che hanno avuto il permesso di tenerlo, il frutto del loro grembo, e quelle così “perse” da essere giudicate incapaci; ho conosciuto la gioia dei neo-genitori venuti a raccogliere il piccolo frutto neonato.

Indegna anch’io di giudicare tanto amore umano, tali decisioni di giudici e tribunali.

Dividere è difficile, pericoloso, doloroso. 

Il “divisore” per eccellenza ha un nome terribile: dal greco “dia-ballo” l’italiano “diavolo”.

Auguriamoci tutti che si possa risanare il cuore fratturato di questa madre, di tutte le madri, quelle sane e quelle malate, quelle abili e quelle inabili: che siamo in fondo così proprio tutte noi madri, abili e disponibili, sorde e imperfette, a volte: come ne siamo capaci umanamente.

Donne, solo donne, comunque tali da meritare di portare in grembo un figlio, un gesto tanto bello che anche il Signore Dio Nostro lo ha scelto per sé; per entrare nel mondo.

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