DALLA FRANCIA/ Perché Hollande teme più i Veuilleurs delle bande che devastano Parigi?

- La Redazione

Perché la protesta pacifica dei Veuilleurs contro le nozze gay dà più fastidio a chi comanda delle bande che hanno devastato interi quartieri per la vittoria del PSG? CHRYSALIDE

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Ua manifestazione per i diritti gay

In un video di pochi secondi, registrato su Youtube, si vede l’arrivo a Lione di Christiane Taubira, ministro della Giustizia e promotrice della legge sul matrimonio gay, e Manuel Valls, ministro dell’Interno. Mentre i due scendono dalle loro macchine e si apprestano a stringere le mani di chi li accoglie, un distinto signore (chissà come avrà fatto a superare i numerosissimi cordoni di polizia che accompagnano ormai i vari ministri nei loro spostamenti, per evitare il dialogo con i «Comitati d’accoglienza» preparati ogni volta dagli oppositori alla legge!), si fa avanti e interpella la Guardasigilli: «Madame Taubira, che cosa fa dell’uguaglianza e dei diritti dei bambini con la sua legge?».

In meno di due secondi, viene intercettato e portato a buona distanza da quattro zelanti vigili. La camera inquadra soltanto il volto di Manuel Valls: sorriso mezzo imbarazzato e mezzo sprezzante, neanche uno sguardo, e si va avanti a stringere le mani, con la serenità di chi ha appena allontanato la zanzara che l’aveva sfiorato. 

Questa scena di per sé banale mi sembra sintomatica dello sguardo che, da mesi, viene posto dall’alto su chi ha alzato la voce per chiedere un dibattito, una riflessione di fondo, prima di intraprendere una tale riforma della nostra società. Nonostante tutta l’intellighenzia, dai media ai governanti, abbia finto di non vederla e, per sei mesi, non le abbia dato voce; nonostante si sia tentato, poi, di intimidirla con la repressione e la violenza, o di infiltrarvisi per dividerla dall’interno, questa onda ha continuato a crescere fino a diventare molto ingombrante. 

Cosa sarebbe costato al presidente Hollande, davanti ai 200 «Veilleurs» che, Domenica sera, «vigilavano» a qualche centinaia di metri dal suo palazzo, uscire affrontando il freddo umido e venire a loro incontro? Pieni di rispetto per la sua funzione e desiderosi di usare ragione e cuore per capire fino in fondo chi sono e che società vogliono costruire, l’avrebbero ascoltato volentieri dare le sue ragioni. Ma non sono più i tempi in cui il Re Luigi si sedeva sotto una quercia a incontrare il suo popolo e rendere giustizia a chi lo chiedeva. 

Nonostante l’esito definitivo rispetto alla legge, è ormai evidente che il potere non potrà più evitare, nel futuro, di tener conto di questa forza nuova che, imprevedibilmente, si è  risvegliata nella nazione. Ma oggi ci si pone la domanda di che forma dare alla protesta degli ultimi mesi così allegra quanto decisa. 

Certo, è in agguato la tentazione di approffittare della fragilità del governo attuale e sempre più numerose sono le voci che si alzano per rivendicare un probabile cambiamento di governo, una dissoluzione del parlamento o – meno probabile – le  demissioni  di Hollande. C’è da scommettere che, nonostante gli appelli alla misura dei suoi leader, nella nuova «Manif pour tous» del 26 maggio questi slogan tenteranno di farsi sentire. 

Ma questo ripiego comodo, che certi esponenti dell’opposizione di destra cercano ovviamente di manipolare, sarebbe la riduzione più meschina e triste. È ovvio, per chi sa guardare, che la posta in gioco va ben oltre quella di un governo, di sinistra o destra che sia, o di una legge. La diversità sorprendente del popolo che si è alzato ha in comune una domanda; dietro gli slogan che grida in piazza, dietro le diverse azioni che spuntano ogni giorno da tutte le parti, in questione c’è l’uomo e ciò che lo costituisce: chi sono io? che cosa voglio della mia vita? in quale mondo voglio vivere e crescere i miei figli?

Ci vorrà forza, pazienza e determinazione per non cedere alla tentazione di risedersi comodamente dopo la sconfitta (dal punto di vista della legge, ormai firmata e approvata) con in mente il ricordo di momenti belli e esaltanti, ma in fondo lasciandosi rinchiudere nella superficialità della mentalità comune di prima, come il mare in  bonaccia dopo la tempesta. In ciò, il movimento dei Veilleurs, che punta sull’educazione dei giovani attraverso la ragione e la cultura sembra particolarmente interessante. 

Qualche sera fa centinaia di giovani delle periferie hanno approfittato della festa del PSG in occasione della vittoria in campionato per invadere Parigi. Stando a quello che essi dicono non importa loro nulla del calcio, l’unico scopo era distruggere e rapinare. Scene di guerra civile: bus di turisti fermati per strada e valigie portate via sotto gli occhi dei passeggeri terrorizzati, negozi sfondati e derubati, fermate di autobus e macchine distrutte “gratuitamente”. Bilancio: oltre a quartieri interi devastati, 30 feriti, di cui 3 poliziotti (a cui non si può che rendere omaggio per il coraggio con cui hanno cercato di intervenire, nonostante le poche forze che erano state previste dai loro superiori), e soltanto 21 denunciati. Sentendo Bertrand Delanoë commentare che “alcuni imbecilli hanno rischiato di rovinare la festa” e che “non si potevano  prevedere più forze di polizia senza togliere l’aria di festa”, l’amaro sale in bocca a tanti tra gli oppositori alla legge del matrimonio gay: essi hanno viva  nella mente la sera del 14 aprile, in cui 67 giovani ragazzi radunati pacificamente nei pressi del Parlamento che stava per votare la legge sono stati portati via senza un gesto di resistenza e arrestati per quindici ore senza che ci sia stato l’ombra di una degradazione o di una violenza. 

Una cosa è quindi evidente: la violenza selvaggia e  incontenibile di ragazzi allo sbando spaventa molto meno che l’apparente ingenuità dei Veilleurs. 

Di che cosa ha quindi paura il potere? Per un mondo dominato dall’ideologia, chi si presenta con un ideale sembra rappresentare una minaccia vitale. “Finché l’apparenza − scrive Havel −  non viene messa a confronto con la realtà, non sembra apparenza; finché la vita nella menzogna non viene messa a confronto con la vita nella verità manca un punto di riferimento che ne riveli la falsità. Se il fondamento del sistema è la vita nella menzogna, non c’è da stupirsi che la vita nella verità costituisca la sua principale minaccia. Ed è per questo che va punita più duramente di qualsiasi altra cosa”. 

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