STATO-MAFIA/ Sechi: se Riina era andreottiano, Scalfaro cos’era?

- int. Salvatore Sechi

Totò Riina, autodefinitosi “andreottiano da sempre”, avrebbe affidato ad alcune guardie carcerarie dichiarazioni importanti sulla trattativa Stato-mafia. Il commento di SALVATORE SECHI

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Mario Mori (InfoPhoto)

Totò Riina avrebbe affidato ad alcune guardie carcerarie dichiarazioni importanti a riguardo della cosiddetta trattativa Stato-mafia, oltre a definire se stesso un “andreottiano”. “Mi pare che il Corriere della Sera abbia lucidato a nuovo della vecchia argenteria” dice a ilsussidiario.net Salvatore Sechi, storico e già consulente della commissione parlamentare di inchiesta sulla mafia, a proposito delle recenti rivelazioni. “Il capo mafioso ripete circostanze che sono state accertate da tempo dalla magistratura, e le condisce in una salsa autobiografica come la sua appartenenza alla corrente di Andreotti”. Non esiste la certezza che Riina voglia coinvolgere altri pezzi dello Stato, ma non si può escluderlo, dice Sechi.

Lasciamo per un momento cadere questo tentativo di Riina di auto-legittimarsi e soffermiamoci, invece, sull’inizio della trattativa Stato-mafia. Chi contattò per primo il giovane Ciancimino?
Furono sicuramente il colonnello Mori e il capitano De Donno. Ma non erano lo Stato, come ama sostenere una stampa abituata a semplificare tutto e interessata solo alla demolizione delle nostre istituzioni, peraltro fragilissime. I due ufficiali dei Ros contattarono Ciancimino nell’esercizio delle loro funzioni, con un solo obiettivo, cioè raccogliere informazioni sulla mafia e sugli appartenenti ad essa in stato di latitanza. È quanto, guardi bene, essi hanno dichiarato nel corso di processi in cui non avevano l’obbligo di dire la verità. Infatti, erano sentiti non come testi, ma come imputati che  rendevano dichiarazioni a loro difesa. Dunque, non erano tenuti a dire la verità.

Quindi non si può escludere che Mori e Dei Donno possano avere contattato Ciancimino con la promessa di uno scambio, cioè promettendogli qualcosa se avesse provveduto a far cessare stragi e omicidi.
La sua è una precisazione legittima e anche opportuna. Come si fa a negare che con le confidenze  fatte alle due guardie carcerarie Riina intendesse riferirsi, oltre che ai contatti avuti con Mori e De Donno, ad altri contatti contatti che noi finora non conosciamo?

In questo caso, Riina avrebbe lanciato un messaggio, prospettato una vera e propria minaccia, ma non si capisce a quale fine.
Il messaggio, invece, è chiarissimo, e ha come destinatari personaggi, magari delle stesse istiutuzioni, ai quali dice: “state attenti, perché io so e se mi metto a parlare finirete coinvolti come me”. Insomma la posta in gioco è la fine della carcerazione, anzi il regime di immunità che qualcuno potrebbe aver assicurato a Riina per i servigi resi. Direi che debba valere un principio, anche per i giornalisti del Corriere, cioè attendere la fine dei processi.

Ci fu dunque una trattativa Stato-mafia?
Guardi, alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, un tenace e impeccabile magistrato palermitano, che come gip del Tribunale di Palermo per 14 anni ha combattuto la mafia con indagini e arresti, Antonio Tricoli, ha redatto l’archittetura di una relazione, alla quale successivamente abbiamo collaborato in diversi: l’ex presidente del Tribunale di Palermo, Salvatore Scaduti, il magistrato di Milano Marco Alma, collaboratore del Csm, ed io. Credo che la prossima Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia la renderà finalmente consultabile ai ricercatori e ai cittadini.

Ebbene?

In quell’ampio testo come in altri documenti da noi rinvenuti in quanto consulenti della Commissione, si afferma che certamente ci fu un negoziato che definirei tacito, cioè un accordo di fatto. Nessuno ha mai dichiarato di parlare a nome del ministero dell’Interno o dello Stato, e neanche Riina penso abbia mai sostenuto di avere interpellato, ricevendone il consenso, gli altri dirigenti di Cosa nostra. Ma l’esito finale fu di avere concordato una linea di compomesso. Il dott. Tricoli l’ha simboleggiata con un termine latino, facta concludentia.

Può ricordare su che cosa avvenne questa sorta di intesa tra lo Stato e il suo principale nemico?
Le richieste della mafia sono indicate nei cosiddetti “papelli” che hanno al proprio centro l’impegno a porre fine alle bombe e alle stragi del 1993. Lo Stato lascia intendere quel che poi avvenne, cioè che, se la politica del terrore aperto inaugurata da Riina e proseguita, dopo il suo arresto, da Brusca, dal cognato Bagarella e dai fratelli Graviano fosse stata rivista, si avrebbe potuto avere, come in parte ebbe luogo, un miglioramento dell regime carcerario, cioè l’allentamento del cosiddetto 41 bis. Una linea, si può dire, di reciproca desistenza.

A trattare furono, dunque, Mori e De Donno?
Certamente, avevano avuto il mandato di penetrare nella roccaforte della mafia e di fare arrestare i suoi massimi dirigenti. Esattamente quanto hanno fatto, ma ora uno Stato debole, preda di nevrosi da Grande Fratello, li persegue, vuole tenerli in galera per decenni. È lo stesso comportamento di somma ingratitudine avuto nei confronti del Col. Stefano Giovannone, al quale dobbiamo il “governo” del terrorismo arabo-palestinese, la sua neutralizzazione.

Ma lei esclude che Riina voglia coinvolgere altri pezzi dello Stato?
Non lo escludo per nulla, ma non ne ho alcuna certezza.

Ciò che viene fuori alla fine è l’attendibilità di una gola profonda, cioè Massimo Ciancimino.
Per la verità, sulle sue affermazioni non esiste un giudizio unanime della magistratura. Esso è a pelle di leopardo, e quindi non mi imbarcherei in una dichiarazione perentoria. Certamente, però, dobbiamo a Ciancimino di avere sollevato il velo che ha a lungo nascosto lo scambio di favori tra la mafia e lo Stato.

Dal ministro della Giustizia Giovanni Conso agli apparati dello Stato e agli stessi cappellani delle carceri ci fu una filiera di forze che si mossero per mitigare la durezza delle pene inflitte ai mafiosi. Di questo compromesso tra Stato e mafia fece parte il tradimento di Provenzano, cioè la sua decisione di consegnare Riina allo Stato?
I magistrati non hanno potuto provare quanto lei dice. Ma non c’è alcun dubbio che il covo di Riina venne perquisito con enorme ritardo. Anzi si raccontarono delle favole ai media e all’opinione pubblica, dicendo di ignorare dove si svolgesse la latitanza di Riina. Invece lo si sapeva perfettamente e ci fu chi se ne servì anche per un interesse proprio.

Professore, sta insinuando che Provenzano abbia consegnato il suo compagno Riina allo Stato…

Guardi, sono le indagini della magistratura a darci una versione di come andarono le cose. Provenzano in cambio della sua loquacità si assicurò una comoda latitanza, ma anche il privilegio di potere mettere le mani nel covo di Riina, rovistarlo ben bene, in maniera da fare sparire le prove che potevano compromettere altri mafiosi e la stessa organizzazione criminale. Forse Ciancimino potrebbe dirci di più nei prossimi mesi, e Riina potrebbe decidersi ad essere meno enigmatico.

E i servizi? Sono sempre inattendibili o deviati?
Il lavoro del contro-spionaggio non si svolge col rito e con le regole di un ballo di gala per celebrare il compimento dei 18 anni ed entrare in società. Funzionari e agenti ricevono un mandato delicato e si servono di mezzi non di rado al limite della legalità. Contano i risultati, cioè se riescono o no a realizzare gli obietivi indicati nel mandato ricevuto. Hanno liberato Ciro Cirillo e la Sgrena, e negli anni Novanta sono riusciti ad arginare le stragi e ad  assicurare alle patrie galere la leadership della mafia.

Ma quando sbagliano, il prezzo è molto pesante. Mi riferisco alla condanna a morte di Borsellino.
Non condivido la sua certezza, ma il dubbio sì. Qualcuno, negli uffici dei servizi, deve avere spiattellato la notizia che il procuratore di Palermo era ostile alla trattativa mafia-Stato, e a quel punto Riina, Provenzano ecc. si sono sentiti “coperti”, cioè autorizzati a farlo fuori. Chi parla troppo non serve lo Stato, ma i suoi nemici.

La Dc, in alcune sue correnti, era legata alla mafia?
Non era necessario che lo rivelasse Riina. Basta leggere la relazione di un magistrato indipendente come Salvatore Scaduti, cioè la sentenza sul processo Andreotti in cui si ricostruisce un trentennio di vita politica italiana, dalle Alpi al Lilibeo. Andreotti venne assolto per l’ultima parte della sua attività politica, ma venne condannato per la prima parte (la pena per via dei tempi lunghi, si era prescritta). Il bacino elettorale di un fedelissmo di Andreotti come Salvo Lima conteneva anche i voti di clan mafiosi. Ma la mafia non era andreottiana, né pannelliana, né martellina, per la semplice ragione che essa tratta, cioè fa accordi e scambia favori, con qualunque forza o protagonista politico. Ed esige che le cambiali vengano onorate.

Lei pensa che l’ex capo dello Stato Luigi Salfaro abbia favorito oggettivamente il disegno della mafia di indebolire lo Stato?
Si può solo dire che alcune vicende legate alla “promozione” di alcuni uomini ai vertici dello Stato (Mancino, Capriotti, Di Maggio, ecc.) o alla loro “punizione” (gli ex ministri Martelli e Scotti) si intrecciarono con l’adozione delle misure di revoca del carcere duro, lo sviluppo della trattativa, e altro. È un dibattito aperto se si trattò di una combinazione degli astri o di un disegno consapevole.

(Federico Ferraù)

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