DIARIO L’AQUILA/ Una tanica di benzina non può riaccendere ciò che manca in Abruzzo

- Fabio Capolla

La stanchezza per la quotidianità e l’esasperazione per le istituzioni lontane (o predatrici) portano ai gesti più estremi. Ma cosa serve per ripartire a L’Aquila? Ne parla FABIO CAPOLLA

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L'Aquila (Infophoto)

L’esasperazione che porta a immaginare gesti folli. La stanchezza di una quotidianità dove manca l’appoggio delle istituzioni trova il culmine nel gesto di Celso Cioni, direttore di Confcommercio L’Aquila che si è barricato dentro la Banca d’Italia “armato” di una tanica di benzina. Una protesta non contro qualcuno ma per il lavoro, per far ripartire la città dell’Aquila.

Che il rappresentante dei commercianti non avrebbe mai dato seguito alla sua intenzione lo si è capito quando ha detto che avrebbe iniziato lo sciopero della fame e della sete. Fortunatamente. Ma rimane il gesto in sè, la disperazione di un uomo che è diventata la disperazione di tanti uomini. Il dramma di chi viene stritolato dalle tasse, dal sistema fiscale, che non riesce a garantire tranquillità in famiglia. Questo accade in molti posti dìItalia e ancor più all’Aquila. Le notizie di questi giorni, culminate con le dimissioni del sindaco Massimo Cialente, hanno riportato all’attenzione nazionale il dramma del post terremoto. Quasi cinque anni da quel drammatico 6 aprile. Tanti interventi, tante storie che hanno avuto un lieto fine ma anche tanti, troppi interessi verso una spirale economica fatta di affari. Affare leciti che in alcuni casi deviano verso l’illecito. Tutto da dimostare, tutto da verificare. Ma le difficoltà di chi non ha voluto abbandonare la città si evidenziano. Sopratutto in centro storico, la zona maggiormente colpita e ancora piena di impalcature, con strade chiuse, edifici da abbattere e case da ristrutturare. Chi aveva attività commerciali in centro storico soffre maggiormente. Ecco che arriva l’esasperazione.

Difficile se non impossibile indicare soluzioni. La mancanza di liquidità, la crisi che attanaglia l’intero Paese, i litigi politici che non anno bene al processo di ricostruzione sono sicuramente questioni di non facile risoluzione. Ma ad una analisi più attenta manca anche la capacità di guardare alla vita. Il terremoto ha sicuramente acuito in molti un senso di solitudine. Un gelo che avvolge non solo la vita professionale e sociale ma anche le relazioni umane. Ecco quindi l’incapacità di guardare oltre. L’obiettivo diventa la necessità impellente di avere, ottenere quello che serve. E anche se si ottenesse impegno nel processo di ricostruzione rimarrebbe il vuoto, l’assenza di una certezza a sostegno dell’esistenza.

Sicuramente l’esasperazione porta a gesti clamorosi, a minacce eclatanti. E’ qui che poi serve l’amicizia, una compagnia che sia in grado di sostenere chi ha difficoltà, non certo a poter risolvere questioni che lo Stato deve affrontare e porre rimedio. 

Ma quello che sembra essere scomparso a L’Aquila è anche un senso di amicizia che vada oltre il piangersi addosso, che sia di sostegno quotidiano. Funzioni che la politica non è in grado di assolvere, obiettivi che chi guarda solo a un benessere superficiale non riesce a comprendere. All’Aquila nessuno, o quasi, crede a imbrogli a mazzette, a tangenti. A L’Aquila si vive ancora il dramma di quanto vissuto sulla propria pelle. A L’Aquila spesso si ricorre a psicologi e a psicofarmaci, senza accorgersi che una compagnia di persone può essere una medicina migliore, che offre risultati più visibili. Lo sguardo di un amico diventa la certezza di un futuro. Quella su cui se si lavora in due o in tre insieme rende il cammino meno pesante.

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