ROBOT/ C’è chi sogna una macchina umana (perfetta), ma non “trova” la coscienza

- Silvia Ballabio

Glenn Beck nel corso del suo programma ha inutilmente cercato di portare Eric Schmidt, il presidente di Google, ad affrontare le “domande ultime”. SILVIA BALLABIO

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Brandendo una copia di The New Digital Age: Reshaping the Future of People, Nations and Business, un inno celebrativo alla capacità della tecnologia di creare il migliore dei mondi possibili, e non nel XXIII secolo, ma fra circa 20-30 anni, l’anchorman Glenn Beck nel corso della puntata del 25 febbraio del suo programma ha inutilmente cercato di portare Eric Schmidt, il presidente di Google, ad affrontare le “deepest possible questions”, le “domande ultime”. La prima, “Come  definirebbe la vita?”, andrebbe secondo Beck fatta non una, ma molte, molte volte e prima che il brillante ingegnere di Google, Ray Kurzweil, definito da Forbes il “degno erede di Thomas Edison”, annunci non di aver creato una nuova versione del suo sintetizzatore musicale capace di simulare il pianoforte a coda, o del lettore di testi per ciechi, ma una intelligenza artificiale, a partire dalle protesi di memoria (vedasi gli esperimenti del Mit sui topi e la loro memoria a breve termine) fino alla creazione di una memoria umana totalmente “downloadable” in un computer. Una “nuova forma di vita”, nel linguaggio della sci-fi.

Schimdt, con perfetto aplomb, sfugge a tutte le provocazioni di Glenn Beck con una serie di “amenità”: la coscienza, che coinciderebbe con la definizione di vita, è qualcosa di non conosciuto, non è né analitica né verbale, i tempi di realizzazione di questi scenari da sci-fi (soldato sul campo di battaglia la cui memoria è riversata dentro un computer, nuova versione di Robocop, e a cui si è “creata/salvata” la vita) sono molto più lunghi  di 20-30 anni (Ray Kurzweil, a capo del team di Google per intelligenza artificiale e studio del linguaggio naturale, non sembrerebbe essere dello stresso avviso), a volte  non tutti i prodotti annunciati vengono realizzati (stiamo ancora aspettando la flying car… ma  “ci stiamo lavorando”),  come società noi di Google abbiamo un nostro codice. La fantasmagorica dichiarazione finale di Schmidt sulla mission di Google “using technology to advance knowledge, empower individuals, and do amazing things” è molto interessante nella formulazione stessa della risposta. La missione è “usare la tecnologia per migliorare la conoscenza, dare potere alle persone e fare cose incredibili”, seguito da un assai più opaco “è la tecnologia a servire gli uomini e non viceversa” e che comunque non risponde alla semplice domanda di Glenn “What does it mean if we can?” che potremmo leggere come un “è giusto che potere sia volere?”. Io posso uscire di casa ora, suonare il campanello alla mia vicina e, anziché chiederle lo zucchero in prestito, pugnalarla; ma non voglio.

Schmidt si trincera dietro l’assicurazione che ci saranno tante “product reviews”; quindi il problema è risolto mettendo a punto il prodotto, perfezionandolo sempre più, fino a che passerà il Test di Turing, uno dei tests creati per valutare la presenza della coscienza? Quindi l’ennesimo “Yes, we can”?

Ray Kurweil fa questa interessante affermazione a proposito di una apparecchiatura da lui creata per le persone cieche e che legge loro qualsiasi tipo di font, liberandoli quindi dalla dipendenza della scrittura in Braille: “Like a lot of clever computer software, it was a solution in search of a problem”. Cioè con la tecnologia prima si trova la soluzione, e poi si va a cercare qualche problema che possa risolvere. Si pone qui un evidente problema di metodo, che ci riporta alla prima domanda di Glenn, “Cosa definisce la vita?”. Risposta di Schmidt: la coscienza di sé. Ma non basta dire “di sé” se non si dice in cosa consista questo “sé”.

Restando nel mondo della sci-fi, e senza pretesa di avviare il dibattito “filosofico” che Glenn vorrebbe aprire, Isaac Asimov si è divertito ad immaginare in L’uomo bicentenario cosa potrebbe accadere ad un robot che sia cosciente di se stesso; Andrew, il robot, fa sì che la macchina perfetta che lui è possa cessare di funzionare. Cioè fa in modo da poter morire; non subito, ma man mano che “matura”. Perché, come dice Rosencrantz nella tragicommedia di Tom Stoppard, parlando del momento in cui diventiamo coscienti della nostra mortalità, e di cui non abbiamo memoria, “We must be born with an intuition of mortality”; “Dobbiamo dedurre che nasciamo con una intuizione della mortalità”, questo sembrerebbe il contenuto profondo della nostra coscienza. “Io sono = io non sarò”. Se è così, tentare di creare la perfezione della macchina umana ad es. scaricandola in un computer non è progredire verso una migliore umanità, ma negarla. Perché non è necessario  lavorare alla “perfezione della macchina umana” per dire che un uomo, o una donna, sono. 

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