BULLI DI ACQUAVIVA/ Se la violenza dei giovani nasconde il nulla degli adulti

Identificati dai carabinieri i componenti del branco che ad Acquaviva delle Fonti (Bari) il 19 febbraio scorso aggredì con violenza due coetanei. Il commento di MONICA MONDO

31.05.2014 - Monica Mondo
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Immagine di archivio

Acquaviva delle Fonti non dev’essere una cittadina di gran vita. O lavori in un caseificio o nel grande polo ospedaliero, onore delle Puglie, o tocca cercare aria e fortune altrove. Eppure, da ragazzi, un paese è anche meglio, perché è una leggenda che la città offra più possibilità, più svaghi, più occasioni. Di lavoro forse. Ma se la città è il quartiere, il quartiere è il paese, la situazione è la stessa. La piazza, il baretto, il cinema, le facce che conosci dall’asilo alle elementari alle medie, ché il centro è lontano, e sarebbe solo uno struscio più faticoso e costoso. 

Allora, perché ci si annoia ad Acquaviva delle Fonti? Perché è la motivazione suggerita dai resoconti dell’ennesimo fattaccio di cronaca adolescenziale. Bullismo, dicono: due ragazzi tornano da scuola e vengono aggrediti vicino alla fermata dell’autobus da quattro coetanei di altro “branco”. Si dice così, l’etologia insegna, l’equazione che siamo bestie è una certezza scientifica. Non si sa perché, ma i quattro cominciano a pestare i due, in modo pesante, procurando ferite gravi. Ricoveri, un delicato intervento oculistico, cicatrici in faccia. Il branco è identificato, il capo viene arrestato, è ai domiciliari, perché minorenne, come i suoi tre adepti della banda.

Notizia tra le tate. Perché ci interessa? Per recitare il refrain di questa gioventù debosciata, e non criminale, rimpiangendo il nerbo e la dirittura morale dei tempi andati? Chissà se era reale, e quanti casi simili di cronaca ci erano ignoti, o parevano, soprattutto al sud, normali regolamenti di conti da non divulgare.  er identificare l’argomento settimanale da talk, su cui far ruotare elucubrazioni di sociologi, pedagogisti, scrittori freschi di stampa, tuttologi, preti? Ne abbiamo abbastanza. Ci interessa perché riguarda il mondo dei nostri figli, e non è vero che chi frequenta selezionati ambienti sociali, città o vicinato o scuola sceltissima, ne sia immune. 

Non è la noia del paesello che porta a un’esasperazione che si sfoga in violenza. Questa noia è di tutti, di ciascuno, e non nasce dalle condizioni del vivere. Un ragazzo di paese non è stressato dal traffico, dai parcheggi, dall’estraneità di tanti e troppi sconosciuti, riconosce in ogni volto una storia  e una familiarità,  è a casa in ogni angolo e strada, e la casa dà sicurezza, forza. Avrà tempo per partire, e cercare altre vie da testare. I branchi ci sono anche nelle metropoli, e sono altrettanto cattivi. Picchiano, rubano, stuprano, uccidono. Senza motivi. Pare impossibile. I motivi sono due, sempre i soliti, stanca ripeterlo, ma stranamente non compaiono nelle analisi dotte di editoriali e interviste tv: il male che cova in noi, e che liberamente scegliamo; la mancanza di educazione, ovvero di maestri, di adulti che aiutino a scoprire il significato del vivere. 

Questo è l’unico grande motivo, ovvero movente di ogni azione. Ma senza qualcuno che ti accompagna, ti guidi e ti spieghi qual è il tuo valore, a cosa sei chiamato, cosa puoi fare dei tuoi doni, resterà un’utopia irraggiungibile, ben presto dimenticata. I ragazzi si annoiano perché sono delusi, depressi, disillusi, ogni attimo della loro giovane vita. Nessuno comunica speranze. La crisi getta ombre fosche, e nessuno ricorda che i loro nonni stavano ben peggio, alla fine di una guerra e con la miseria nelle ossa, ma pure ce l’hanno fatta. Parlare di ideali suona offensivo, guai a citare l’impegno, o la generosità vero gli altri, o il sacrificio. A scuola ci si va per obbligo, senza passione e senza nessuno che la susciti; le famiglie sono covi di rancori, insulti, malefìci, con padri mal cresciuti e madri eternamente ragazze. Entrambi frustrati e tristi. Neanche un prete per chiacchierare, e non è solo il verso di una celebre canzone: perché abbiamo bisogno, tanto più a 17 anni, di relazione, di comunione, di qualcuno che ci voglia bene, ci insegni e ci perdoni. Non basta il branco, la maglietta firmata, la ragazza, neppure il motorino, o la serata figa. Ci vuole il “devasto”, dicono l’un l’altro. Una parola che ha in sé il germe della brutalità, del nulla. Rovinarsi un po’ per dimenticare un senso che non c’è. Ci sono alternative? Senza questa domanda, e la ricerca di una risposta, qualunque commento è moralismo, e ipocrisia.

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