ARTIGIANO IN FIERA 2016/ La vetrina di un mondo dove non conta il profitto

Artigiano in Fiera si prepara a battere nuovi record di pubblico grazie anche al fatto di essere vetrina di un mondo che sfida l’economia. L’intervista ad ANTONIO INTIGLIETTA

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Artigiano in Fiera

«L’artigiano ha una concezione della vita e dell’economia che è diametralmente opposta alla concezione consumistico-capitalistica della società in crisi in cui viviamo»: Antonio Intiglietta la vivrà anche e soprattutto così la lunga settimana – dal 3 all’11 dicembre – di Artigiano in Fiera che sta per aprirsi a Rho su 310 mila metri quadrati e promette di battere quest’anno nuovi record di pubblico, grazie a quelli già battuti in termini di numeri organizzativi. 

Quindi non solo mercato ma anche valori, presidente?

Mi viene da risponderle: prima valori, poi business. Veda, sono 22 anni che lavoro a questo progetto, che è infatti arrivato alla ventunesima edizione e va sempre meglio, quindi credo di poter esprimere un punto di vista piuttosto documentato. Ebbene, posso dirle che l’artigiano parte dalla relazione con il lavoro, dall’espressione delle sue capacità e della sua creatività, culturale e manuale, comunque imprenditoriale, e solo dopo cerca anche il naturale profitto.

Quindi al centro c’è il saper fare e l’amore per il fare?

L’uomo è il protagonista, non lo strumento per il profitto. Certo che cerca il profitto, come tutti, ma non è la ragione unica del suo lavoro. È una concezione diversa di economia, anche per quanto riguarda l’uso della materia prima, per esempio. Il lavoro ben fatto, le cose fatte bene, vengono prima, non usano la loro materia prima in modo artefatto, violentandola, la rispettano, così come non usano le persone nel lavoro, ma attraverso il lavoro esprimono verso di esse il loro rispetto.

Ma poi devono vendere!

E chi lo nega: ma acquistare da un artigiano è una cosa diversa anche per il consumatore. Acquistare da un artigiano significa incontrare un’esperienza umana, l’acquisto assume un valore umano, chi compra è una persona che ne incontra un’altra. Anche quello che prendo dallo scaffale, o che mangio, o che porto a casa, o che indosso, mi ricorda un’esperienza umana che ho fatto nello scegliere l’oggetto, nel provarlo, per parlarne. Questo è secondo me il valore profondo di un fenomeno artigiano che è come un fiume carsico, che attraversa il mondo e ci racconta, con successo, che è possibile un modo diverso di lavorare, di produrre e vendere, e quindi anche di acquistare, dove il principio non è il profitto. Questo è il fenomeno e il messaggio culturale della nostra manifestazione. Non è un mercato, è un evento dal valore culturale molto più grande di quanto descrivano le metriche economiche di quanta gente viene e di quanto si vende.

Non pensa che l’artigianato sia anche una risposta sostenibile alla crisi del lavoro dipendente, e quindi al bisogno di autoimprenditorialità che si respira?

Allora, innanzitutto mi preme sottolineare che un artigiano è una persona che non vuole diventare l’anonimo ingranaggio di un processo produttivo o di consumo, perché sa che la vita ha altre ragioni. Anche per questo abbiamo gente che aveva in mano grandi professioni, o grandi patrimoni, e ha smesso per mettersi a fare l’artigiano. Poi, sì: è anche una risposta alla voglia di autoimprenditorialità, per cui molti giovani (basta vedere qui in fiera l’area dedicata alla moda e al design) decidono di mettersi in gioco così. L’autoimprenditorialità degli artigiani, soprattutto i nuovi artigiani, nasce da questa concezione, almeno come desiderio e tensione. È una tendenza che ci parla di una prospettiva diversa con cui uno vive, lavora, acquista, costruisce. È un segnale che dice che c’è un mondo che non si vuole ridurre al pensiero unico di quel grande meccanismo che si chiama profitto”.

Artigianato e mondo digitale: che rapporto vede?

Un rapporto stretto, ma naturale e spontaneo, non insano e maniacale. Tutto ciò che abbiamo detto dell’artigianalità vive nella contemporaneità e la usa, anche nel rinnovarsi e nel rendere la trasformazione contemporanea. In particolare con l’e-commerce, che mi sembra molto importante.

 

Perché?

Viene adottato dai giovani artigiani come canale di vendita e contagia anche i meno-giovani, perché implica la consapevolezza che nel nostro mondo non basta produrre, ma occorre comunicare e spiegare. Con l’e-commerce lo fai, senza confini; non utilizzando l’e-commerce puoi comunicare il tuo prodotto ma entro ambiti più circoscritti.

 

Stiamo globalizzando gli artigiani?

Questa nostra fiera è stata anche un passaggio in cui tanti artigiani da una dimensione locale sono arrivati ad aprirsi al grande pubblico internazionale. Quindi, se vogliamo, sì: stiamo globalizzando gli artigiani. Nella logica di un sistema unitario che si comunica al mondo, che è poi il progetto Artimondo.

 

E il resto della rivoluzione digitale? L’automazione dell’Internet 4.0, le stampanti 3d, ecc.?

Sono sono strumenti importanti tra gli altri. Veda, la vera partita, in questo contesto – fenomeno di grande e resistente sviluppo economico – è che qui nell’artigianato c’è un corpo sociale ed economico resistente, nonostante tutto e tutti, e nonostante le forti disattenzione delle grandi politiche. È un corpo che resiste perché è una ragione di vita che rende forti e solidi coloro che la interpretano, e li stimola al cambiamento e all’innovazione, anche nella nuova rivoluzione digitale. Continuerà chi accetta le sfide sempre nuove, soccomberà chi si chiude: anche per gli artigiani questa regola vale. Chi è disposto a cambiare crescerà, e… sì, chi viene ad Artigiano in Fiera lo fa perché ama accettare le sfide.

 

(Sergio Luciano)

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