SUICIDIO ASSISTITO/ Realtà, anche chi vuol farla finita ne ha bisogno

- Valter Izzo

Anni di crisi e diversi lavori precari: competenze superate dalla globalizzazione e una laurea che non conta. Lui, quindi, è Luigi Nonconta. Nome di fantasia e di realtà. WALTER IZZO

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Marco Cappato (LaPresse)

Anni di crisi e diversi lavori precari: competenze superate dalla globalizzazione e una laurea che non conta. Anche i compagni di un tempo che hanno fatto strada, e contano, gli confermano che il suo profilo professionale non conta: è dura per tutti, concludono in modo distratto. È anche il modo dice che lui, proprio, non conta.

Lui, quindi, è Luigi Nonconta. Nome di fantasia e di realtà.

Un mattino Luigi si sente sfinito. Ripensa a un progetto tante volte rimandato e, questa volta, si sorprende deciso. È fine febbraio, la giornata è umida e fredda. Esce di casa, ma dopo poco si accorge che ha dimenticato il portafogli. Ritorna sui suoi passi e risale le scale. Si sente un po’ debole: da un paio di giorni ha smesso quasi di mangiare.

“Venti euro basteranno? Ma chissenefrega, si vive una sola volta” mormora con un sorriso amaro. 

Eccolo di nuovo in strada dirigersi verso la metropolitana che porta in centro, da Decathlon, grande negozio di articoli sportivi. Lo accoglie una commessa gentile, con il nome Anna ben visibile sulla camicetta. — “In che cosa posso esserle utile?” — “Avrei bisogno di comprare una fune” — “Per la barca? Le serve per la randa, lo spinnaker o il fiocco? Oppure le serve per andare in montagna… beh, allora, sarebbe tutto un altro discorso…”. Luigi Nonconta si sente un po’ confuso. Dice sottovoce: “Una corda qualunque…”. “Di che colore la vuole signore?”. E lui: “Guardi, mi dia quella. Mi sembra anche della lunghezza che fa per me”. “Le posso fare uno sconto. È un pezzo avanzato da una partita di qualità particolare”. Luigi non ha voglia di parlare ma la signorina Anna lo incalza: “Vuole un sacchetto, signor… “. “Luigi Nonconta”. “Posso chiamarla Luigi?”. “Certo”. “Guardi, signor Luigi, se poi vede che non va bene, io son qui, chiami pure quando vuole!”. 

Fuori dal negozio, Luigi si dirige verso il parco Sempione pensando alla commessa. Lieta e accogliente: canticchiava canzoni di una volta mentre riordinava gli scaffali, si era subito interrotta al suo arrivo e si era rivolta a lui con una gentilezza cui non era più abituato.

Luigi raggiunge l’erba umida del parco e respira l’aria fresca. Vede correre le auto poco più in là: una mamma col bimbo in carrozzina — una vita agli inizi — attraversa la strada sulle strisce e riesce a fermare il traffico per qualche secondo.

Ecco una panchina: Luigi ha attraversato il parco ed è stanco. Si siede per riposare un po’ ma lentamente l’ansia lo prende. Cerca di controllarla ma non ci riesce. Trema, forse anche per il freddo e l’umidità.

Un autobus semivuoto lo riporta a casa. Cerca di vincere l’ansia che ormai l’attanaglia concentrandosi in modo spasmodico su tutto ciò che lo circonda: le vibrazioni, la difficoltà di chi timbra il biglietto con il mezzo in movimento, le maniglie di sostegno fredde, un po’ unte. Guarda in modo fisso i pochi passeggeri: la domestica stanca, l’impiegato che torna a casa per pranzo, l’anziano con i sacchetti della spesa pieni solo a metà.

Otto lunghe fermate lo separano da casa. L’autobus si allontana dal centro e accelera lungo viali di alberi spogli. La tensione aumenta, come il battito del cuore.

Finalmente arriva a casa, in soggiorno. Lega la corda a un tubo vicino al soffitto, che corre senza scopo dai tempi della ristrutturazione della casa. Poi fa con cura un cappio alla distanza giusta dal pavimento. Ha pensato a tutto, nei giorni precedenti, quando non era così agitato. Si lava, si fa la barba e si mette il suo abito migliore. La tensione gli fa mancare il respiro e scoppia a piangere, in preda alla paura e alla disperazione. Non può finire tutto così, ci deve essere pur qualcosa per cui valga la pena andare avanti… La stanza gli appare vuota, con la corda che pende impaziente.

Sale tremando in piedi sulla sedia e mette la testa nel cappio. Chiude gli occhi e, con le ultime energie, spinge lontano la sedia. Uno schianto. Riapre gli occhi: i calcinacci e la polvere gli offuscano la vista. Il tubo ha ceduto ed è finito, piegato, sul pavimento. Accanto c’è lui, dolorante. La corda ha tenuto. Il primo pensiero di Luigi è che, in fondo, non è stato neppure capace di suicidarsi. Ha ragione il mondo a ignorarlo. Uno così non serve. Non conta.

Prende il telefono e compone il numero del negozio che Anna gli aveva dato. — “Pronto? C’è Anna?” — “Sono io, chi parla, scusi?” – “Son stato lì prima, mi riconosce? Sono Luigi..” — “Ma certo!” — “Qui ha ceduto tutto! Non ha idea di cosa è successo!” — “Beh… se vuole possiamo cambiarle la corda, non c’è problema” — “Anna, non occorre! La chiamo perché mi è tornata alla mente la canzone che lei cantava a mezza voce fra gli scaffali: Per ora rimando il suicidio e faccio un gruppo di studio” — “È di Giorgio Gaber. Le piace?”.

Luigi sistema la stanza, rimuove il tubo e i calcinacci. Mentre pulisce il pavimento canticchia il resto della canzone: “…una storia mia, positiva o no, è qualcosa che sta dentro la realtà”. E nella realtà di Luigi Nonconta è finito un vecchio tubo, una commessa gentile e un cantante che ama la vita con le sue contraddizioni. Per Qualcuno anche Luigi conta e lo ha assistito. Un suicida assistito.

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