BLUE WHALE/ Un cattivo amore per la morte che non ha nulla di umano

Il gioco della “balena azzurra” per ALESSANDRO MELUZZI è il sintomo di una epidemia esistenziale basata sul nulla e che spinge a distruggere se stessi

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(LaPresse)

Blue Whale, la balena azzurra che si spiaggia morendo perché incapace di sopravvivere. Nella sua follia il giovane studente russo di psicologia che ha ideato il gioco che sta facendo strage di giovani e giovanissimi l’ha pensata bene, con una lucidità diabolica: indurre i suoi coetanei a essere disgustati dalla vita fino al suicidio. Non siamo infatti davanti al semplice gusto di una sfida, come sempre gli adolescenti hanno amato affrontare, ma a un’induzione calcolata alla depressione in modo che solo il più forte sopravviva. Per Alessandro Meluzzi “c’è un forte collegamento, vista anche la nazionalità dell’ideatore del gioco, con quella visione chiaroscurale che la letteratura e la filosofia russa hanno messo in luce, pensiamo ai romanzi di Dostoevskij cantore di questa dialettica fra nulla, disperazione e redenzione ed esplosione della vita”. Vietare i social network ai giovanissimi, imporre il controllo dei genitori? “Impossibile, non facciamo come l’Iran o la Cina, la malattia è più grave del social network”.

Un piano diabolico perfettamente congegnato. Le dice qualcosa la nazionalità dell’ideatore, la Russia, un paese dove il comunismo ha lasciato solo macerie umane?

Sì, incuriosisce la provenienza del giovane psicopatico, c’è qualcosa di Dostoevskij nella sua dimensione.

Cioè?

La sua narrativa così come anche la grande filosofia russa, che naturalmente agivano su un piano letterario, mette bene in luce questa stessa dialettica tra nichilismo e vita. Pensiamo a I fratelli Karamazov, I demoni, Il giocatore: la provenienza del giovanotto dal mondo russo rivela questa prospettiva chiaroscurale che appunto la narrativa e la grande filosofia russa descrivevano. Dostoevskij è stato il cantore di questa dialettica fra nulla, disperazione e redenzione ed esplosione della vita.

Parliamo invece delle vittime, sappiamo quanto l’adolescenza sia un momento della vita pieno di paure, ansie, fragilità. E’ così?

L’età di chi partecipa a questo gioco infernale rivela la disperata tensione adolescenziale che per non diventare completamente distruttiva deve trovare dei punti di riferimento positivi.

Sono questi ultimi a mancare oggi?

C’è come dicevo una realtà non censurabile, e cioè l’eterna fragilità ed esplosività della fase adolescenziale, ma c’è anche oggi una grande difficoltà del mondo contemporaneo a raccogliere questa sfida che potrebbe essere di per sé di sviluppo, di creatività, di forza, invece di farla diventare, come l’ha pensata l’ideatore del gioco, qualcosa di distruttivo, come una selezione darwiniana di tutti coloro che non riescono a darsi una ragione per vivere.

Come sostenere la fragilità dell’adolescente?

Non è facile, pensiamo a quanti artifici le civiltà di ogni epoca hanno dovuto utilizzare perché i giovani non si distruggessero ma costruissero. Molto spesso anche la guerra è stata vissuta in questa dinamica, quante generazioni di francesi Napoleone ha mandato a morire in tutta Europa per qualcosa che come canta Vasco Rossi “un senso non ce l’ha”.

Che prospettive vede per il futuro?

La grande sfida del nostro mondo contemporaneo tra crisi delle ideologie e crisi delle grandi religioni rischia di diventare una epidemia esistenziale, una noia alla Sartre che rischia di diventare il volano di altrettante cose terribili come questa.

L’alternativa?

Far sì che in questo mondo contemporaneo, che oggi è un grande nosocomio, si attui una sfida ideale invece del nulla che si sta realizzando davanti ai nostri occhi.

I social network sono da accusare?

La colpa non è dei social network ma di chi li utilizza in modo diabolico o di chi non è in grado di mettere una appeal migliore che dia una spinta positiva.

I genitori si dice dovrebbero controllare i figli adolescenti, fare la guardia ai loro computer. E’ d’accordo?

I genitori dovrebbero controllare i figli se fossero in grado di farlo e ne fossero capaci. E’ sostanzialmente impossibile, tentare di interagire quando siamo davanti a tecnologie che ti permettono di metterti in mostra davanti a un miliardo di persone grazie a un qualunque smartphone. Il problema è la comunicazione. C’era una personalità a inizio Novecento che descriveva le problematiche di un’arte che diventava fruibile a tutti fuori dei musei. Oggi nell’era della riconoscibilità mediatica siamo davanti a un salto antropologico al quale l’adolescente di oggi non è preparato, ma peggio ancora gli anziani.

Perché?

I giovani sanno interiorizzare, fanno diventare una protesi ogni nuova tecnologia, ma fermarla come in Cina o in Iran non credo sia né utile né produttivo.

(Paolo Vites) 

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