BAMBINO MORTO DI MORBILLO/ “Vaccinazioni per decreto? No grazie, ecco perché”

- Paolo Bellavite

Le vaccinazioni antimorbillosa e antitetanica vanno fatte, ma obblighi generalizzati via decreto alimentano paura immotivata, ideologie e conflitti idi interesse. PAOLO BELLAVITE

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Torino, asilo nido - La Presse

Oggi (ieri, ndr) è stato riportato da tutti i media che una bambina, non vaccinata, è morta di morbillo. In realtà la bambina era morta in aprile, ma la notizia è stata diffusa solo oggi. Desta perplessità questo “ritardo” della segnalazione, anche perché avviene in coincidenza con le votazioni del Senato sul decreto Lorenzin. Oggi (ieri, ndr) è balzato agli onori della cronaca un caso di tetano. Diciamo subito, per sgomberare il campo da equivoci, che le vaccinazioni antimorbillosa e antitetanica vanno fatte e chi non le fa si sottopone a un rischio (per il morbillo vale anche il discorso del gregge cui si fa cenno sotto). Ovvio. Sarebbe però ingiustificato che, sull’onda di un’emozione per un caso o di pure ipotesi di epidemie, si introducessero obblighi generali, su 12 diversi vaccini e per tutta la popolazione. I singoli “casi pietosi” possono rappresentare degli stimoli alla ricerca e ad una maggiore attenzione, ma certo non hanno valore scientifico né possono rappresentare la ragione di un decreto. Oltretutto, “casi pietosi” si presentano anche tra coloro che ritengono di essere stati danneggiati dai vaccini. Le segnalazioni di probabili reazioni “gravi”, con riferimento solo al vaccino esavalente, sono state 166 nel 2014 e 141 nel 2015. Tali dati sono certamente sottostimati, visto che il sistema di segnalazione di effetti avversi non è ancora efficiente. Quello che si deve fare, pertanto, è stare ai dati scientifici e alle evidenze epidemiologiche, nel modo più razionale e stringente possibile. 

E’ certo che il morbillo, la pertosse e altre malattie infettive erano molto gravi all’inizio del secolo scorso (migliaia di morti ogni anno) ma la mortalità infantile per tali malattie è calata fino a poche unità senza bisogno di vaccini, cioè solo per le migliori condizioni igieniche, nutrizionali e culturali, nonché il migliore controllo delle complicazioni. Già all’inizio degli anni 80 i morti annuali da morbillo si contavano sulle dita di una mano, la vaccinazione è entrata in uso generale alla fine del decennio. Se si guarda alla morbilità (casi di morbillo indipendentemente dall’esito fatale), pare comunque evidente che con l’aumentare delle coperture si sia assistito ad una diminuzione di casi. Nel 2017 c’è stato però un aumento di casi di morbillo, ma i dati mostrano che non c’è alcuna emergenza sanitaria. Se quest’anno i casi sono stati circa 3.000 (ormai la “epidemietta” si è esaurita), nel 2010 c’erano stati 3.011 casi, nel 2011 i casi furono 4.671. Dato che questa malattia si presenta in modo irregolare nel tempo, non esiste correlazione tra piccoli cambiamenti di copertura vaccinale e “epidemiette” dimostrate dai grafici ufficiali del Ministero. Neppure c’è correlazione tra copertura in diverse regioni e incidenza del morbillo. 

In generale, si può sostenere che il rapporto tra benefici e rischi è ancora a vantaggio della raccomandazione a vaccinarsi, ma tale rapporto varia secondo il tipo di vaccino, le modalità di somministrazione e ovviamente il soggetto da vaccinare. Da una parte non sarebbe accettabile una posizione “ideologica” di rifiuto generalizzato dei vaccini, dall’altra le incertezze sull’effettività di alcuni vaccini nel contesto epidemiologico attuale, sul ruolo dell’effetto “gregge” nell’auspicabile eradicazione delle malattie e sui sistemi di segnalazione degli effetti indesiderati consigliano di procedere senza forzature. La politica sanitaria è chiamata alla sfida di saper informare/persuadere correttamente in modo tale che i singoli e la collettività apprezzino consapevolmente i vantaggi della vaccinazione e i suoi riflessi sulla salute individuale e sociale. Tale opera di informazione presuppone che sia fugato il persistente e non infondato dubbio che in materia di vaccini gravino intensi e molteplici conflitti di interesse che, non essendo nemmeno dichiarati, pregiudicano da sé l’attendibilità dell’informazione che viene data. 

In assenza di reali pericoli di epidemie (a parte l’influenza, per la quale malattia però il vaccino non è molto efficiente) obbligare i cittadini a vaccinarsi e sanzionare i medici che esprimono dubbi e preoccupazioni potrebbe essere una scelta non solo discutibile sul piano giuridico, ma anche controproducente in pratica. Il medico si trova spesso interpellato per le preoccupazioni espresse dai cittadini e soprattutto dai suoi assistiti, ma se non è libero di esprimere le sue opinioni, ciò crea una distorsione dell’informazione stessa. La libertà informata del medico è fondata sulla ricerca scientifica, sulla sua esperienza personale e sulle esigenze dei pazienti, più che su linee-guida, obblighi e divieti. 

Sarebbe scorretto sottoporre la popolazione italiana ad un “esperimento sul campo” sull’effettività di una massiccia somministrazione di 12 vaccini le cui interazioni non sono note. Sarebbe meglio responsabilizzare la popolazione e illustrare cosa si propone in positivo, prendendo esempio dal successo delle strategie vaccinali in Veneto, dove non esistono obblighi, la gente si vaccina normalmente e non ci sono certo più malattie che in altre Regioni. La strategia ottimale dovrebbe prevedere di rendere più semplice la scelta dei singoli vaccini da somministrare a seconda delle necessità di ogni individuo e dell’andamento epidemiologico reale. Sarebbe necessario istituire commissioni tecniche di indagine sui rapporti rischio/benefici e le soglie di copertura necessarie e sufficienti per raggiungere il cosiddetto “effetto gregge” per ogni singolo vaccino, soglie che sono molto diverse dal fatidico 95%, che vale (forse) per il morbillo. Di tali commissioni dovrebbero far parte esperti di diverse discipline scientifiche di base, cliniche, etiche, giuridiche, economiche. Chi ne fa parte dovrebbe essere esente da conflitti di interesse. Per tutte queste ragioni, il dibattito sulle vaccinazioni può e deve restare aperto ed è necessario incentivare la ricerca indipendente, rafforzare invece che bloccare il dialogo tra medici, scienziati, politici e società civile.

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