NADIA MURAD/ “Mio fratello è nell’Isis è vuole uccidermi”: solo la libertà ci salva dall’odio

Il premio Nobel per la pace Nadia Murad, yazida, ha rivelato che suo fratello è un miliziano dell’Isis e che sarebbe disposto a ucciderla

17.12.2018 - Roberto Persico
Nadia Murad (LaPresse)

In una delle pagine più terribili del Vangelo, Gesù parla del ritorno del Figlio dell’uomo (Lc 17, 34-36): «Vi dico: in quella notte due saranno in un letto: uno verrà preso e l’altro lasciato. Due donne si troveranno a macinare insieme il grano: una sarà presa e l’altra lasciata. Due uomini si troveranno nei campi: uno sarà preso e l’altro lasciato». È questa la prima eco che mi risuona nella mente leggendo la notizia che rimbalza dal discorso di Nadia Murad alla conferenza di Doha: ho parlato per telefono con mio nipote, ha tredici anni, da due combatte con l’Isis: mi ha detto che se mi incontra mi ammazza.

Possibile? Possibile, se è vero che la storia umana — secondo la Bibbia — comincia con un fratello che ammazza un fratello. Possibile, se pensiamo ai padri di Gavino Ledda o di Lara Cardella, che per anni non hanno perdonato ai figli di essersi ribellati alle loro consuetudini tribali, ai pentiti di mafia che vengono ripudiati dalle famiglie. C’è un’ottusità ancestrale, in noi umani, che sembra impedirci di immaginare che qualcuno possa fare diverso, possa ribellarsi alle usanze che da sempre governano il clan. Che possa dire “io”.

È difficile, è rischioso dire “io”. “Essere individuo richiede — scriveva Kierkegaard — immenso sforzo; perciò tutte le astuzie dell’uomo son volte a capovolgere la situazione così che il genere diventi più alto dell’individuo, affinché l’individuo si riduca a semplice copia; in altri termini, noi siamo delle bestie! Esser bestie è la situazione più comoda”. È più comodo, dire fare pensare quel che dicono fanno pensano tutti. È rischioso, dire “io”, scommettere su se stessi, sfidare i pregiudizi del mondo. “Io, sol, uno,/ m’apparecchiava a sostener la guerra/ sì del cammino e sì della pietate”, scrive Dante all’inizio dell’Inferno — e Franco Nembrini nel commento appena uscito alla Divina Commedia ne fa una chiave di lettura fondamentale di tutta l’opera, tutto il cammino di Dante è il percorso per arrivare a dire “io” con verità.

È per tutti, ma non è da tutti. Non si può imporre a nessuno. Ciascuno deve decidere per sé. Nadia l’ha fatto, suo nipote — per ora, speriamo di poter dire… — no. “Uno verrà preso e l’altro lasciato”…

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