BAMBINO VEGLIA LA MADRE MORTA/ Che ferita aprono le loro vite dentro di noi?

- Laura D'Incalci

Dramma della solitudine nel milanese: un bambino veglia la madre morta per un giorno prima di chiedere aiuto. Vivevano in condizioni poverissime

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LaPresse

Era abituato ad arrangiarsi, a non contare su nessuno, il bambino che è rimasto un giorno intero vicino alla sua mamma morta, nel milanese. Forse aveva creduto che dormisse, forse si era appigliato con ostinazione a quell’idea assurda per allontanare la paura, per esorcizzare il terrore di una perdita irreparabile. Da molte ore la sua mamma non dava segni di vita, stesa sul divano totalmente immobile e fredda, in un contesto abitato da degrado, sporcizia, desolazione. E solo verso sera il piccolo ha avuto la forza di staccarsi da lei per andare a bussare alla porta dei vicini di casa, ha avuto il coraggio di chiedere aiuto: “È nera, la mamma ha la faccia tutta nera…” ha detto piangendo disperato.

Quel pianto disperato toglie il respiro, impedisce di sorvolare su una storia che oggi affiora dal buio della trascuratezza, di una dimenticanza durata giorni e mesi, forse tutta l’infanzia di un bambino privo di giochi, investito della responsabilità di un legame fragile, minacciato dalla depressione.

La notizia stessa, mentre documenta il caso di una donna deceduta da diverse ore  per un arresto cardiocircolatorio, mette in primo piano la disperazione di un bambino che  da sempre sente la sua vita legata a quella presenza, rivela cioè la scoperta di  una solitudine,  di un abbandono che negli anni  non ha meritato uno sguardo umano, non ha trovato spazio nel cuore di qualcuno, ma ha solo ingombrato qualche scaffale di carte.

L’unico racconto attorno alla vicenda, attorno a queste vite “invisibili” sembra recuperabile fra le annotazioni raccolte a partire da una segnalazione alla Procura del Tribunale per i minorenni che risale al 2017. L’analisi circa carenze e disfunzioni di esistenze che sembrano autocondannarsi a un’emarginazione cronica non manca: “Il bambino, che risiede nel Milanese, presenta notevoli difficoltà scolastiche, ha bisogno di una valutazione neuropsichiatrica. La madre sul punto si manifesta trascurante, superficiale, inconcludente. Ha scarse risorse personali, è malata, rifiuta le poche offerte di lavoro o non riesce a tenere gli impieghi. Il padre non si è mai occupato del minore, è di fatto assente. Infine, non vi è una rete parentale di riferimento”. Le cronache riportano così, in poche righe stralciate da una relazione stesa con il probabile obiettivo di avviare qualche progettualità a tutela del bambino, la descrizione di una situazione drammatica.

Ma qual è la ferita che si apre dentro di noi? Non può essere solo quella prodotta dal senso di sconfitta e di rabbia che ci porta a puntare il dito contro le lungaggini burocratiche, le inadempienze di un sistema che ormai non raggiunge bisogni e emergenze sociali dilaganti.

La nostra inquietudine di fronte a un tale dramma risale a una ferita più profonda, al dolore  per l’aridità del cuore, per la pochezza del sentimento che ci lega alla vita degli altri. La solitudine di quel bambino impotente accanto alla sua mamma priva di vita, è lo specchio di una solitudine che ci portiamo addosso, che incrementiamo in un’autosufficienza respirata come un nuovo culto, quasi come una religione. Il tempo per gli altri, per i bisogni, riempie per lo più qualche ora di volontariato, ma non investe la normale tendenza a sentire l’altro come estraneo, non accomunato a noi dalle stesse esigenze e quindi dal desiderio di condividerne il cammino.

Un amore al destino dell’uomo non può scaturire da un sussulto di indignazione o da un sentimento di pietà, ma può rinascere se scopriamo che il legame con l’altro sostiene il nostro stesso anelito. Diventiamo noi stessi se la nostra umanità segnata da bisogni, domande, ferite, desideri… scopre nell’altro una comunanza di viaggio e di destino. Ma questo nuovo sguardo sul vivere “malato” dei nostri contesti viene sistematicamente contraddetto e intralciato da una cultura imperniata su un’illusoria pretesa di autonomia che rende insignificante ogni legame. Come suggeriva già il poeta Eliot nei Cori dalla Rocca riferendosi agli uomini del suo tempo: “Essi cercano sempre di evadere/ dal buio esteriore e interiore/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’esser buono”.

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