SHAMIMA BEGUM/ E i foreign fighters di ritorno: ci può essere pietà senza giustizia?

Il caso di Shamima Begum ha risollevato la questione. Il governo britannico teme il ritorno di jihadisti che non si pentono di barbarie e uccisioni commesse

15.03.2019 - Augusto Lodolini
La sposa jihadista
Shamima Begum sull'account Twitter del Times

Il caso di Shamima Begum è ormai noto. Shamima è una ragazza inglese la cui famiglia è originaria del Bangladesh che, nel 2015 all’età di 15 anni, è fuggita per unirsi all’Isis in Siria. Qui si è sposata con un olandese, anch’egli unitosi ai jihadisti, e ha avuto tre figli, tutti morti, l’ultimo qualche giorno fa nel campo profughi in cui si è rifugiata. Questo doloroso evento ha messo sotto accusa il governo britannico e il suo divieto al rientro di Shamima, così da poter curare il bambino in modo adeguato. Le accuse sono partite non solo dagli oppositori laburisti, ma anche da qualche politico vicino al governo.

Dietro la vicenda umana, non è difficile intravvedere questioni partitiche e, più al fondo, il problema non facilmente risolvibile del rientro dei cosiddetti foreign fighters, gli europei che si sono uniti all’Isis e che ora vorrebbero rientrare nei Paesi di origine. Secondo dichiarazioni ufficiali, dal Regno Unito sarebbero partiti più di 900 cittadini e il loro rientro pone innegabilmente problemi di sicurezza, alla base delle ragioni addotte dal segretario agli Interni, Sajid Javid, di origine pakistana, per il ritiro della cittadinanza britannica a Shamima.

Con questo retroscena, suonano irritanti i tentativi di qualche commentatore di ridicolizzare la posizione del governo britannico, come se questo avesse paura di una ragazza di 19 anni e dei suoi figlioletti. La paura, che non sembra tanto infondata, è che il ritorno di centinaia di jihadisti possa spostare nel Regno Unito la guerra che l’Isis ha perso, almeno per ora, in Siria e in Iraq. Anche Shamima fa paura, per le decisioni prese e delle quali non si dichiara pentita, neppure quando le sono state poste precise domande, nelle varie interviste rilasciate, circa le decapitazioni di massa o il destino delle donne yazide.

A quanto pare considera tutto ciò inevitabili “danni collaterali”, ma purtroppo lo sono diventati anche i suoi innocenti figli, come tanti altri bambini di questa atroce guerra: secondo l’Unicef, nel 2018 sono stati uccisi in Siria 1.106 bambini. Come ricorda sul Sussidiario monsignor Zenari, arcivescovo di Damasco, “Da dicembre a oggi tra i bambini e le madri che sono fuggiti da Baghouz verso i campi profughi sono morti in molti, ci sono stati una settantina di bambini sotto i 5 anni morti per la strada, a causa del freddo, della disidratazione e della malnutrizione”.

Sembra, infine, piuttosto riduttivo attribuire l’attrazione del jihadismo a un “disagio esistenziale” di cui è preda la nostra società. Non vi è alcun dubbio che la società europea stia attraversando una profonda crisi, soprattutto per il rifiuto dei suoi valori fondanti, cioè il cristianesimo. Infatti, non stiamo parlando di manifestanti, anche violenti, nei confronti di una società che si vuol cambiare in meglio: chi aderisce all’Isis sposa un’ideologia che rifiuta a priori i valori fondanti la nostra società e che, anzi, vede nell’attuale crisi un’occasione per la sua conquista. Gli aderenti all’Isis, come gli aderenti all’anarchia o al comunismo rivoluzionario, non cercano di curare i mali della nostra società, ma di distruggerla per sostituirla con altro.

Cosa significa questo? Che dobbiamo “gridare a tutta forza, pietà l’è morta”, come recita un famoso canto partigiano? No, nessuno può rinunciare alla pietà, ma questa non può essere disgiunta dalla giustizia, pur con le enormi limitazioni di cui soffrono entrambe nella nostra applicazione umana. In questo lungo e sofferto cammino verso la definitiva Pietà e Giustizia di un Altro.

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