LETTERA/ “Ho 23 anni, sono privilegiata ma infelice”: risposta a Benedetta

- Raffaele Iannuzzi

Lettera aperta a una “ragazza fortunata” di 23 anni che ha scritto al “Corriere della Sera” raccontando la sua disperazione, per colpa degli altri, legata alla sua vita d’ufficio

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LaPresse
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Cara Benedetta,
se lo affermi, non può che essere vero: sei una “ragazza fortunata”. Chissà perché, però, dopo aver letto il tuo incipit, mi è venuta fuori questa domanda: che significa?

Domanda particolarmente significativa, poiché dalla tua lettera traspare una duplice posizione: da un lato, affermi di essere “fortunata”; dall’altro, giudichi l’universo mondo. Dunque, la tua posizione iniziale – “sono fortunata” – è retorica e non corrisponde a una posizione del cuore.

Il cuore non è la spremuta dei sentimenti (e delle reazioni emotive), ma l’unità dell’io, la struttura compatta della persona. Dal cuore nasce il giudizio equilibrato e realistico sulla realtà. Ma non appena prendi contatto con questa sorgente interiore, il cuore, scatta, maestosa, la gratitudine. O la gratitudine o la reattività infantile.

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La questione di fondo della vita, cara Benedetta, non è legata alle “generazioni”, passate, presenti e/o future, ma alla posizione umana davanti alla realtà. Tutto qua. È troppo semplice, ancorché non facile, ecco perché, per raccontarsela foltamente, è necessario impastare la narrazione con lo stato di questa gioventù, splendidamente disadorna di orizzonti, e infine bastonare a sangue i tronfi padroni, le élites. Ma tu, come hai detto all’inizio, fai parte delle élites: sei “una ragazza fortunata”. Non devi sbatterti per pagarti gli studi, servendo ai tavoli in pizzeria. Ecco perché sei “fortunata”, ma in fondo povera: la fame e il bisogno rimbalzano sulla vita e rimandano al desiderio. E, tanto più ti sbatti sul dettaglio del bisogno, tanto più riesci a essere fedele al desiderio.

Il filosofo libertario americano Thoreau aveva già capito tutto a suo tempo: “La maggioranza degli uomini vive in questa disperazione. Ciò che si chiama rassegnazione è disperazione rafforzata”. Vale per uomini e donne, naturalmente: e tu?

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Le paghe basse, i salari da fame, la “svalutazione del lavoro” è sociologismo astratto e senza presa, la vita si conquista sul campo. Facendo tutto ciò che può e deve essere fatto, perché richiesto (perché no?), dal caffè alla consulenza. Questo non è “farsi mettere i piedi in testa”. Si impara servendo l’altro, uscendo fuori dalla gabbia d’acciaio dell’ego, che non riesce mai a patteggiare adeguatamente col nucleo originario della realtà e, dunque, alla fine, ti inganna. La vita, insomma, non si gioca sulla carriera, ma sullo scopo.

Ricerche di psicologia sociale, realizzate da università americane, hanno dimostrato che i giovani alla ricerca della felicità come appagamento immediato (tradotto: non faccio i caffè, non sposto i mobili dell’ufficio, non sporco le mie preziose manine da “ragazza fortunata” e non accetto di essere cacciata, perché voglio l’istante appagante, ora), sono, alla fine, più depressi che mai. Assai di più di altri giovani che, invece, servono uno scopo e, perciò, si sporcano le mani, si immergono nella realtà, cercano i significati fondamentali della vita. Funziona, credimi, Benedetta. Ha sempre funzionato.

Dio ha creato il mondo a partire da un’ipotesi positiva e per un destino positivo. Non credi in Dio, perché tanto la “fortuna” deriva dalle risorse familiari, quindi il tuo “dio” è più a portata di mano? Nessun problema, riformulo la questione in gioco: hai una vita da abitare, da rendere decente e significativa, e per far ciò diventare “colta” serve a poco. Spostare il focus potrebbe esserti utile.

Anche perché la “cultura” non è l’ultimo e inutile master accademico, con tanto di attestato, ma l’atto del dire sì alla vita. “Cultura” richiama il verbo latino “colo, colere”, coltivare, far crescere, è il mazzo che si fanno i contadini a contatto con la “fertile bassura dell’esperienza” (Kant).

Molti riferimenti “colti” tutti dedicati a te, cara Benedetta, per dirti una cosa, questa sì, molto “culturale”, nel senso sopra indicato: la colpa non è mai degli altri, la responsabilità di tutto, anche di ciò che non è causato direttamente da te, è tua e solo tua. Punto. Prima lo imparerai e meglio sarà per te e per chi vivrà e lavorerà accanto a te. Più credi nel potere della tua responsabilità, più hai potere e, di conseguenza, puoi giocare meglio le tue carte. Chi punta l’indice verso gli altri, rischia di perdere il prezioso dito.

Nel mondo ci sono milioni di giovani che aprono business online, fregandosene dell’elitismo culturale e, mentre li mandano fuori a fare il caffè, studiano l’ultimo audiocorso che servirà loro a tirar su un sito decente per comunicare con gli altri ed offrire aiuto. Così si guadagnano da vivere e lasciano anche un segno del loro passaggio storico. È quanto fanno anche i meno giovani, ad esempio il sottoscritto; in ogni caso, al di là della mia persona, tutto è meglio del narcisismo dei cosiddetti “fortunati”.

Qui stiamo ancora a parlare di lavoro svalutato, dignità professionale, posto fisso oppure, versione più raffinata, “carriera adeguata agli studi”, che implicherebbe “meritocrazia”, il solito mantra dei “fortunati” come te, Benedetta.

Ecco, in sintesi, la vera tragedia: i “giovani” (anagraficamente parlando) che ragionano come i propri avi, buttando però la palla in tribuna e biascicando le parole di cui sopra, anziché partire dal primo soggetto che incontrano davanti allo specchio la mattina: se stessi. Chi si reinventa ha capito semplicemente una cosa: ogni giorno, all’alba, in qualunque posto tu abbia passato la notte, ti reinventi. Perché il nuovo giorno è appunto nuovo: “Ecco, faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5).

I pensieri, in quel frangente estatico, iniziano a fluire, uno dietro l’altro. Non solo, la gratitudine inizia a risorgere, all’alba, al mattino, prima del caffè, prima di tutto. C’è qualcosa che viene prima da sistemare, per ripartire verso la vita, ecco quanto sto cercando di dirti, Benedetta. E questo lavoro va fatto senza attendere che le “generazioni” storiche cambino di segno, che la razza padrona sia meno padrona e ti regali il quarto d’ora di riunione da ricordare, magari con un selfie: è la fame di vita, di senso, di amore, di denaro, perfino di gloria a muovere il cuore dell’uomo. Meglio che uno si rotoli nel fango con uno scopo piuttosto che si impasti con il moralismo paralizzante e grigiastro.

Non devi chiedere il permesso a nessuno per esistere, creare, avanzare nella vita. Inizia a servire e, quindi, inizia a servire-a-qualcosa/qualcuno, primo passo. Il mercato ti paga se risolvi problemi e soddisfi bisogni, altrimenti lo “stagismo” diventa la malattia infantile del nichilismo (in primis dei “fortunati”). Questo, oggi, si chiama “lavoro”. Chìnati, quindi, sui bisogni degli altri, fatti il mazzo per aprire strade, pratica la follia della dedizione, dacci dentro, insomma, e vedrai che, anziché “fortunata”, alla fine ti ritroverai nei panni della realizzata. Lavorare stanca – chi può negarlo? – ma nessuno ti deve niente, la vita non ti deve niente, la società non ti deve niente, gli altri esistono se li includi nel tuo orizzonte esperienziale e se fai davvero esperienza del vivere. Altrimenti sono solo un alibi per piangersi addosso. Non esiste il pasto gratis.

Cito le tue parole, il tuo alibi perfetto: “Allora è meglio versare qualche lacrima di nascosto e poi tornare a farsi mettere i piedi in testa. Ma senza mai perdere l’ottimismo. In fondo, i privilegiati siamo noi”.

I privilegiati sono coloro che fanno esperienza della vita, anche degli urti bastardi della medesima, perché la libertà si esercita, rafforza e acquista profondità nel dramma. Ragione per cui essa, la libertà appunto, è la cosa dalla quale siamo maggiormente in fuga. Perché libertà fa rima con responsabilità.

Esperienza, infine, altra parola chiave, significa accorgersi di crescere: fai i tuoi conti con questa verità. Prima li farai e prima diventerai adulta. Buon cammino, dunque, Benedetta.

Imparare a danzare sotto la pioggia, qualunque sia la stagione del momento. Tutto riparte da te e l’io rinasce solo in un incontro. Il primo incontro, di profonda beltà, deve essere con la realtà. Lo comprese bene anche Freud e lo chiamò principio di realtà. Il resto lo lasciamo ben volentieri ai disperati da salotto. Ai quali, ne sono certo, tu non vuoi appartenere, perché le tue parole indicano, tra mille incroci non risolti, un altro orizzonte.

Tutto qua, cara Benedetta. Che la vita ti insegni presto a danzare sotto la pioggia.

Con amicizia.

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