CROSBY STILLS NASH & YOUNG/ “Déjà vu” 50 anni dopo: il prezzo della libertà

- Paolo Vites

Cinquant’anni fa usciva il disco che celebrava l’utopia della generazione hippie, lasciando già percepire i segni della sua fine

crosby still nash young 1970
Da sinistra: Neil Young, Graham Nash, David Crosby e Stephen Stills (1970)

Nella foto di copertina, incastonata agli angoli come in un album fotografico, una foto virata seppia di sei tagliagole del vecchio West. C’è anche un cane lupo che fissa in camera, come se fosse conscio di appartenere a quel gruppo di fuorilegge. Avanzi della Guerra civile, probabilmente, come accadeva spesso. Ex soldati del sud che, sconfitti, non avendo più una casa a cui tornare dopo che gli “yankee” avevano messo a ferro e fuoco le loro città, si erano dati alle rapine. Si sentivano ancora in guerra con il Nord, non avrebbero messo giù le armi se non da morti, erano ribelli per sempre, si sentivano rifiutati e non parte del nuovo mondo che andava nascendo, manovrato e governato da imprenditori che facevano affari sporchi con la politica, distruggevano la bellezza naturale dell’America, massacravano i nativi.

Uno, quello con la faccia più cattiva, lunghi capelli e baffoni, tiene in braccio un fucile dalle lunghe canne. Un altro è seduto a suo fianco, dai vestiti e dal bel viso curato sembra un ex ufficiale sudista. Gli altri, tra cui uno di colore, incutono paura con i loro sguardi rabbiosi. Nessuno sorride. L’espressione è: fate la foto e poi sparite, se tornate ancora da queste parti farete una brutta fine.

Le scritte sulla copertina, coloro oro, sono in bizzarri caratteri gotici, tanto per aumentare l’aria vintage di tutto; la confezione è lussuosa, stampata su una sorta di velluto incrostato, bello da accarezzare. Il disco poi si apre in confezione libro, come si usava a quei tempi. Dentro l’ambientazione cambia: ci sono le foto di quei sei in concerto, per lo più a Woodstock, dove avevano esorditoo meno di un anno prima. Potresti guardarle rapito per ore e così infatti facevamo. Quel disco era una porta aperta verso il mondo del fantastico, robe che in Italia potevamo solo sognare. E le canzoni che c’erano dentro. Da portare via il fiato nella loro bellezza. Era contemporaneamente un album di ricordi di qualcosa che forse non era manco nemmeno accaduto e allo stesso tempo la sfida di un nuovo mondo che stava spuntando. Era, in due parole, “Déjà vu”, già visto, già accaduto. Forse. Era magia.

Quella foto di copertina riprendeva lo stile del secondo album di The Band, anch’esso marrone, anch’esso una foto vintage, anch’esso con i musicisti che sembravano dei fuorilegge. Lo stesso avrebbero fatto poco dopo gli Eagles con il loro Desperado, storia di un gruppo di fratelli fuorilegge del vecchio West che però, nella foto finale, finiscono dentro una cassa da morto. Perché è così che si sentivano i musicisti rock in quell’inizio di decennio, gli anni 70: dei fuorilegge, dei banditi in guerra contro l’establishment. Al diavolo gli ideali pace & amore che si erano rivelati naive e infantili, adesso era il tempo di fare sul serio, fucili, pistole, e minacce. Quello che Déjà vu celebra è il mito della frontiera inteso come sfida al potere costituito. Vedere dei fucili e delle munizioni in mano a degli hippie è strano, ma Crosby, Stills, Nash & Young stanno proiettando l’utopia dei figli dei fiori su un fondale che comprende, d’un sol colpo, fuorilegge della frontiera, vaqueros messicani e ex schiavi afro americani. La controcultura degli anni ’60 si schiera dunque con gli oppressi, gli sconfitti, e i banditi d’un secolo prima.

Ma non era esattamente così, in realtà. Un anno prima erano in tre, si chiamavano Crosby, Stills, Nash e ognuno di loro proveniva da un gruppo di grande successo: i Buffalo Springfield, i Byrds, gli Hollies. Ma la vita da star-marionette in mano ai discografici li aveva stufati. Nella California dove vivevano, tranne l’inglese, Graham Nash, che però una volta arrivato qui non se ne volle più andare, si respirava aria di libertà. E non solo. Anche di erbe e profumi orientali, incensi da respirare e cose strane da fumare. Insieme fecero un disco che li rivelò al mondo come la sorpresa più fantasmagorica di fine anni 60, inventando l’idea stessa, che avrebbe preso piede nel corso degli anni 70: il super gruppo. Cioè la libera associazione di diverse star provenienti da gruppi diversi che per lo spazio di uno o due dischi avrebbero fatto comunella. Ma l’ego era sempre troppo sproporzionato perché questi esperimenti potessero durare a lungo. Difatti, Crosby, Stills, Nash & Young non avrebbero fatto che litigare nei successivi 50 anni a parte fugaci reunion dal vivo e dischi pessimi. Litigare lo fanno ancora adesso che sono quasi ottantenni.

Allora però le praterie erano spalancate per ogni avventura. E allora perché non provarci ancora di più che con il primo gruppo a tre, suggerì il loro discografico, una vecchia volpe, mezzo turco, che però adorava quella musica giovane, Ahmet Ertegun. Propose dapprima Jimi Hendrix e Steve Winwood, ma erano personaggi troppo ingombranti e c’era il rischio che ai fan piacessero più loro due. Allora fece il nome di un ex compagno di Stills negli Springfield, Neil Young. Piacque subito a tutti (meno che a Stills…).

Cominciarono a registrare dopo essersi esibiti a Woodstock insieme al bassista Greg Reeves e al batterista Dallas Taylor, ma quello che doveva essere una raccolta di canzoni comunitarie, nello spirito dell’epoca, la testimonianza di una comune hippie, rivelò invece che i tempi stavano cambiando, e in fretta. Erano giovani sì, avevano attinto pienamente dalla Summer of Love, dalle marce per la pace, dall’amore libero, ma la sapevano già lunga del mestiere e ognuno era invidioso dell’altro. Finì che i soli pezzi registrati tutti e quattro insieme furono solo tre: Helpless, Almost Cut my Hair e Woodstock. Gli altri ognuno se li fece per conto proprio  aggiungendo solo le parti vocali degli altri. Addirittura per Woodstock e Carry On, l’onnipresente e maniaco perfezionista Stephen Stills che metteva le mani dappertutto, cancellò parti vocali e di chitarra degli altri per rifare tutto da solo. Tra amore hippie e ego narcisistico aveva vinto il secondo.

Se all’uscita del disco David Crosby disse entusiasta che “siamo una famiglia, e il legame si sta irrobustendo di giorno in giorno”, alcuni mesi dopo esce un’altra intervista questa volta a Graham Nash intitolata non a caso “Litighiamo, ma è la musica che vince”. Come diranno tutti e quattro con il tempo,  l’esistenza della formazione è sempre dipesa “dall’equilibrio psichico nella stanza”, e l’equilibrio psichico nella stanza è sempre stato fragile. Una parola di troppo o un accordo di chitarra sbagliato e si finiva urlando. David Crosby, intervistato su Crawdaddy nel 1974 dal futuro regista Cameron Crowe, spiega così la cronica conflittualità del gruppo: “siamo dentro un four-way marriage”, un matrimonio che viaggia in quattro sensi, parafrasando il titolo dello splendido doppio live uscito nel 1971, Four Way Street, una strada a quattro sensi.

E le canzoni? Erano stupende lo stesso.

Dentro, in quei solchi, c’era tutto quello che stava succedendo in quel periodo storico. Woodstock, la nascita (si pensava) della nazione hippie, era celebrata con un brano scritto dall’amica e amante Joni Mitchell in una furiosa versione rock. Almost Cut my Hair descrive un dilemma della vita reale affrontato da molti hippie dell’epoca: se tagliare i capelli ad una lunghezza più pratica o lasciarli lunghi come simbolo di ribellione. Alla fine la decisione è presa per sempre, visto che ancora oggi il quasi 80enne “Croz” li porta lunghi, decisa scelta di campo politica: “Ho voglia di far volare alta la mia bandiera freak”. Non solo: con il suo classico stile pieno di humor zen, lancia uno dei suoi motti, che ognuno di noi ha fatto suo: “Ti dico bambina, questo fa crescere la mia paranoia, come guardare nello specchietto retrovisore e vedere una macchina della polizia”. Chi, anche se non ha fatto nulla di male, ogni volta che nota dietro di sé una macchina della polizia non va in agitazione?

Il pezzo si evolve in una triplice battaglia di chitarre che su Déjà vu venne tagliata, ma che si può ascoltare per intero nel cofanetto pubblicato nel 1991, un autentico uragano rock che spazzava via ogni cosa attorno. Teach Your Children è la nuova Blowin’ in the Wind: se Dylan si è ritirato dalle scene e dall’impegno politico da anni, il suo posto lo avevano preso loro, CSNY (dirà Dylan stesso che “sono stati l’unico gruppo rock a fermare la guerra in Vietnam”). Lo fa Graham Nash con un inno alla comprensione e al dialogo fra figli e genitori, disinnescando la maledizione scagliata proprio da Dylan anni prima (“Come mothers and fathers all over this land And don’t criticize what you can’t understand Your old role is rapidly aging For the times they are a changing Please get out of the new one if you can’t lend a hand The line, it is drawn, the curse, it is cast”) con la dolcezza hippie, invitando padri e figli a prendersi per mano: “Teach your children well Their father’s hell Did slowly go by And feed them on your dreams (…) And you, of tender years, Can’t know the fears That your elders grew by And so please help them with your youth. They seek the truth Before they can die Teach your parents well Their children’s hell Will slowly go by”. Questa, che vede la pedal steel psichedelica di Jerry Garcia, sarà insieme a Déjà vu, dove John Sebastian suona l’armonica, l’unico pezzo con musicisti ospiti.

Ma a parte questi brani dal contenuto politico, schierati, simboli di un preciso momento storico, il resto del disco ha tante facce insolitamente malinconiche, sfiorando anche il suicidio. Se Country Girl di Neil Young è una piccola suite che unisce ben tre canzoni diverse (Whiskey Boot Hill, Down, Down, Down e la stessa Country Girl (I Think You’re Pretty) è anche la lugubre previsione di quello che aspetta queste rock star: “Mentre le star siedono nei bar e decidono cosa bevono, inciampano per morire perché è più veloce che affondare”. Se queste parole vi ricordano quelle di Hey hey My my, una canzone di dieci anni dopo, avete ragione: “E’ meglio bruciare che arrugginire”. Neil Young ha già capito tutto: il sogno hippie diventerà un incubo di morte. Non solo: con la dolcemente malinconica Helpless, dedicata al suo paese d’origine, il Canada, il cantautore esprime tutta la tristezza e la consapevolezza di una realtà che ci supera da ogni parte, caratteristiche di tutta la sua carriera: “Siamo indifesi, indifesi, indifesi”. Senza aiuto, soli al mondo, perdenti.

Stephen Stills, nell’unico pezzo inciso completamente da solo, va anche oltre, mettendo in musica la disperazione esistenziale di un 24enne che, anche se a differenza dei genitori è diventato ricco, si trova ad affrontare “un differente tipo di povertà”, la solitudine: “Con la mattina arriva l’alba mi butto nel mio letto vedo che è vuoto e ci sono diavoli nella mia testa. Abbraccio la bestia dai tanti colori. Mi stanco del tormento non può esserci pace? E mi ritrovo solo a desiderare che la mia vita semplicemente finisca”.

Ci sono dei motivi per questo: il tumulto nelle vite personali della band si è trasferito alle registrazioni. Stills si era separato con la cantante Judy Collins, quella che aveva celebrato nel disco precedente in Suite: Judy Blue Eyes; Nash ha rotto con Joni Mitchell. La fidanzata di Crosby Christine Hinton era invece morta da poco in un incidente d’auto.

Difficilmente nella storia del rock alcune canzoni avevano messo a nudo i sentimenti di disperazione, di giustizia politica, di passione, di senso della sconfitta incipiente come le canzoni di questo disco. Dimostrando che la canzone rock, almeno per un certo periodo storico, fu la forma di comunicazione più vera e realistica al mondo.

Ci sono ancora alcuni capolavori in questo disco. Carry On, di Stills, composta come faceva spesso di due brani diversi uniti insieme, dalle scintillanti chitarre acustiche come ancora non si erano sentite in un disco e le armonie vocali stellari; Our house, piccolo quadretto pop in cui Nash racconta gli ultimi attimi della sua love story con Joni Mitchell, e l’intricata, jazzata e psichedelica title track, capolavoro di un David Crosby ai massimi livelli, che inneggia alla vita dopo la morte, la reincarnazione. E poi Helpless, brano manifesto della malinconia cosmica che avvolge il canadese. Unico brano composto a quattro mani, quelle di Stills e Young, è la divertente Everybody I Love you che chiude il disco: “Vi amo tutti, amo tutti”, ultimo sussulto hippie.

Déjà vu esce nel mese di marzo 1970 ed è immediatamente numero uno in classifica: una intera generazione si riconosce e abbraccia quei solchi. I quattro diventano i Beatles americani. Mentre si trovano in tour, nei primi giorni di maggio, Neil Young si trova tra le mani la rivista Life che porta in copertina una foto scioccante: una ragazza stesa a terra, uccisa dai colpi della polizia durante una manifestazione alla Kent State University dell’Ohio. I morti in totale saranno quattro. E’ l’atto più brutale di repressione da parte dell’amministrazione Nixon contro gli studenti che protestano per la guerra in Vietnam. Neil Young è scioccato, dice a Crosby di chiamare Stills e Nash e insieme entrano in studio. E’ una instant song, un brano verità, scritto e inciso sul momento e intitolato Ohio: “Soldati di latta e Nixon in arrivo Finalmente siamo soli Quest’estate sento tamburellare Quattro morti in Ohio I soldati ci stanno ammazzando Cosa diresti se la conoscevi e la trovi morta per terra? Come puoi correre quando lo sai?”. Esce nel giro di pochi giorni come 45 giri e mai delle star della musica rock hanno  preso in mondo così convinto le parti dei giovani che protestano e muoiono: sono una cosa sola. Il pezzo, una furiosa cavalcata rock, è così intenso che David Crosby, nel finale, scoppia in urla laceranti chiedendo “perché” mentre piange abbondantemente pensando a quei ragazzi ammazzati come cani.

Sul retro del 45 giri un’altra canzone inedita, scritta da Stills: Find the cost of freedom, scopri il prezzo della libertà. E’ un prezzo amaro, perché è il prezzo della morte: “Madre Terra di inghiottirà, stendi il tuo corpo scopri il prezzo della libertà seppellito nel terreno. Madre Terra ti inghiottirà, stendi il tuo corpo”. Il prezzo della libertà è la morte. I corpi dei quattro studenti che lottavano per essa sono stati inghiottiti dalla terra. E’ finita. E con queste voci a cappella che giungono dall’infinito si chiude questa storia.

Ci saranno altri concerti, altri dischi, brutti e inutili, il tentativo di far rivivere una leggenda senza più nulla da incarnare, a dirci che fu tutto un sogno, sognato nei gloriosi attimi della gioventù, quando ogni cosa sembra possibile. Ma non ci saranno altri “déjà vu”.

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