150 ANNI/ Quella “strana” economia (dimenticata) che ha salvato l’Italia

- Salvatore Abbruzzese

Da Filippo Neri e Giovanni Bosco, le realtà religiose, spiega SALVATORE ABBRUZZESE, hanno svolto un ruolo fondamentale nella costruzione del capitale sociale della nostra nazione

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Don Bosco insieme ai suoi ragazzi

La riflessione di Mario Taccolini sull’importanza del dono e di un’economia fondata sulla gratuità rivela l’importanza delle forme di aggregazione religiosa nella loro capacità di immettere nella società beni relazionali. Ma la ricaduta principale di questa chiave di lettura non risiede tanto nella eventuale riscrittura delle analisi circa lo sviluppo del capitalismo – problema ricorrente nella sociologia e nella storia economica a partire dalle note tesi di Weber – quanto in una rinnovata valutazione del ruolo giocato da istituzioni puramente religiose nel mantenimento e nella stabilizzazione della società civile.

Se iniziamo (finalmente) ad analizzare il capitale sociale generalmente inteso non possiamo evitare di fare i conti con tutte quelle istituzioni e quelle testimonianze esemplari che, a partire, da una sensibilità strettamente religiosa, hanno immesso costantemente all’interno del tessuto della società italiana elementi di gratuità sotto la forma di accoglienza, relazione, compagnia. Si tratta di apporti decisivi ai fini della vita sociale che solo l’eccessiva attenzione data agli interessi (economici e politici) ha consentito fino ad oggi di lasciare in ombra, lasciando emergere una storia nazionale parziale, umanamente inconsistente e socialmente incomprensibile.

Se si pone attenzione al dono si può ragionevolmente osservare come la società italiana (e il discorso è implicitamente vero per ogni società storica) non sia mai stata riducibile alle sole logiche dello scambio utile e quindi alle teorie della scelta razionale (o dell’utilità attesa) che le sostengono. La dimensione del dono mostra l’importanza di individui e gruppi la cui attività non è stata affatto riducibile alla pura logica di acquisizione, né alla semplice conquista di quote di possesso materiale o di potere politico. Chi ha sostanzialmente ed essenzialmente donato, accolto, accompagnato, ha implicitamente legittimato e insegnato il donare, l’accogliere e l’accompagnare. Ma, facendo questo, ha contribuito concretamente all’edificazione di quella trama sociale che sola consente un livello apprezzabile di vita socialmente significativa.

Si può allora ripercorrere la storia nazionale – ed al 150° dell’unità non cade affatto fuori luogo – andando oltre lo scenario costituito dall’azione delle varie élites economiche e politiche. Si può e probabilmente si deve poter recuperare e mettere in luce proprio la rete di relazioni gratuite, il terreno nel quale, a partire da un’originaria tensione religiosa, si sono sviluppate compagnie di ogni sorta (dalle confraternite alle cooperative, ai movimenti) che hanno cementato gli universi di vita quotidiana. E se la cornice istituzionale, economica e politica, è l’esito di assetti e ricomposizioni eternamente conflittuali e solo momentaneamente pacificate, la società civile, intesa come trama dei rapporti intersoggettivi significativi, va invece ricondotta proprio alle istituzioni che, attraverso le opere della gratuità, hanno diffuso la linfa che trasforma un puro assetto giuridico economico in una società vivibile.

L’attenzione all’economia del dono ci porta pertanto ad essere attenti a chi ne ha fatto l’archetipo del proprio agire e della presenza della propria organizzazione nel mondo. Se si adotta un tale angolo di osservazione, si scopre allora come le figure dei santi, dei fondatori di opere, di ordini e movimenti religiosi, abbiano contribuito a costruire la società italiana in modo assolutamente rilevante. Ad esempio: santi come Filippo Neri o Giovanni Bosco hanno contribuito a modificare la soglia di attenzione sociale verso il problema dell’infanzia e dell’adolescenza; modifica che ha comportato un nuovo modo di agire, che a sua volta è diventato cultura diffusa, trama nazionale di opere, vita diversa per tutti.

Ma l’analisi va ancora più lontano, l’economia della gratuità non si riduce solo alle opere di servizio sociale. Anche chi ha costituito confraternite, ordito movimenti, posto fondamenta affinché l’attenzione all’altro diventasse stile di vita, ha letteralmente e concretamente edificato la società nazionale. Anche coloro che, disassando completamente comportamenti e scale di valori, hanno provocato l’uomo alla tenerezza ed alla compassione, hanno profondamente contribuito a modificare l’ethos sociale. E’ qui l’Italia degli ordini religiosi, delle congregazioni, delle opere di solidarietà e di quelle educative, ma anche degli asceti e dei mistici, ad emergere dall’angolo in cui è stata relegata.

Dobbiamo alle figure dei fondatori, ai loro seguaci ed alle loro opere la costituzione di un tessuto sociale vivibile, di una rivalutazione della “preoccupazione per l’altro” elevata a dignità di valore universale, socialmente condiviso e giuridicamente riconosciuto. Ma, più in generale, dobbiamo a queste personalità la produzione di stili di vita che hanno contribuito ad estendere un modo diverso di guardare il mondo, alimentando così processi di mutamento culturale.

La sociologia, intesa come studio delle forme e delle condizioni attraverso le quali le società riescono a superare i conflitti interni, assicurare legame sociale e riprodursi nella prospettiva di una sempre maggiore stabilità e coesione interna, non può continuare a trascurare le ricadute sociali di questi carismi fondativi. Non può cioè, continuare a lasciare ai margini ciò che i produttori di gratuità hanno seminato per tutta una vita, avvalorandolo con la loro stessa persona e lasciando folle di seguaci, organizzati in forme molteplici, che hanno cercato di diffondere ed estendere i principi che costoro avevano indicato.

E’ a questi costruttori di gratuità, più o meno noti o più o meno oscuri, che dobbiamo una società ancora vivibile. E’ ai santi in senso esteso che dobbiamo l’Italia, a quello che hanno indicato come a quello che hanno donato. Ignorare un tale contributo vuol dire disseccare la radice che ha realmente costruito la casa che oggi noi tutti abitiamo. Recuperarla ed esserne consapevoli rende la storia nazionale una storia di opere, delle forme di relazione sociale che hanno prodotto, dei segmenti di gratuità che sono riuscite ad introdurre nella società, salvandola.  



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