DALL’OSPEDALE DI BERGAMO/ Noi e quella linea rossa tra vita e morte, speranza e paura

- int. Lucia Feltre

Situazione drammatica all’ospedale di Bergamo dove non c’è più posto per ricoverare i colpiti dal coronavirus

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Pazienti malati di Covid-19 in una struttura d'emergenza nel marzo scorso (LaPresse)

La linea rossa. Tra la vita e la morte. Tra le stanze dei malati infettati dal coronavirus e quelle dove stanno i dottori. Ospedale di Bergamo, la città martire di questa epidemia. Dove i morti vengono portati via di notte con i camion dell’esercito, perché il cimitero non può più accoglierli, cremarli, seppellirli. Dove non c’è più posto per i malati e gli alpini stanno costruendo un ospedale da campo nella fiera. Lucia Feltre è radiologa al Papa Giovanni XXIII e come quasi tutto il personale sanitario è stata spostata a occuparsi delle persone infette. La linea rossa si può superare solo con l’attrezzatura adatta, per evitare di essere infettati a propria volta: “Il problema è che non c’è abbastanza materiale per tutti” ci ha detto “e allora anche se un collega ti chiama perché ha bisogno di aiuto devi valutare, devi pensarci due volte perché non ci sono camici e mascherine abbastanza”. Nonostante il timore di ritenersi inadeguati perché spostati a fare un lavoro che non è il proprio, “ci siamo lanciati dopo una prima paura. Ci hanno detto che siamo in guerra, di non considerarsi inadeguati e che piuttosto che lasciare i pazienti in corridoio bisogna andare da loro”.

Lei è radiologa, è stata spostata a occuparsi dei pazienti infettati dal coronavirus?

Sì, normalmente mi occupo della cura dei tumori però siamo stati allertati per occuparci dei pazienti infettati da questo virus. Continuiamo anche la radioterapia perché le malattie neoplastiche sono tra quelle non considerate suscettibili di essere rinviate. Qui però hanno chiuso quasi tutti gli ambulatori e anche gli interventi chirurgici urgenti vengono inviati in altre sedi. Il Giovanni XXIII è praticamente tutto destinato agli infettati.

Le ultime notizie dicono che il vostro ospedale non è più in grado di accogliere altri pazienti, lo conferma?

Sì, anche se io non conosco i numeri esatti. Gli alpini stanno allestendo un ospedale da campo in fiera perché qui non ce la facciamo più. Anche i presidi sono contingentati sia per la protezione del personale che per i respiratori che sono essenziali per i pazienti.

Cosa intende per presidi?

Per avvicinare i malati, visto che ci si infetta facilmente, bisogna usare quelle bardature che vedete in televisione. Il corridoio di ogni reparto è diviso in due da una linea rossa. Da una parte ci sono i pazienti dall’altra i computer per gli esami. Quando si va dai pazienti bisogna proteggersi.

E queste bardature, come le chiama lei, non sono sufficienti? Ho capito bene?

Siamo in due colleghi, se uno ha bisogno di aiuto bisogna pensar bene se è proprio necessario, perché non si possono consumare troppi camici di protezione e troppe mascherine. All’inizio ci si stupisce, si dice come è possibile che non c’è materiale per tutti, però poi si capisce che chi dirige ha dei motivi seri per dire di utilizzarne pochi.

Com’è essere spostati da un reparto dove si è sempre lavorato a uno nuovo?

Noi della radioterapia non abbiamo la stessa preparazione; alcune emergenze senza l’aiuto di un collega esperto non possiamo curarle bene. Quando siamo in reparto seguiamo il collega internista per vedere come fa in quella determinata emergenza. È successo così a me e adesso sono io ad aiutare chi arriva qui la prima volta.

Come vivono la situazione i pazienti? Hanno paura?

Alcuni di loro, specie quelli che vengono ricoverati di urgenza, quando cominciano a non vedere più i familiari in pronto soccorso si spaventano. Molti poi sono anziani e non sono capaci di usare il cellulare per chiamare o scrivere ai familiari, allora li aiutiamo noi. Gli infermieri e i medici stanno a chiacchierare con loro il più possibile per calmarli, li mettono in contatto con i familiari. I colleghi con cui sono stata io sono straordinari.

Infatti vi guardiamo tutti, voi personale sanitario, con incredibile stupore per quello che fate.

Sono io la prima a guardare i miei colleghi che non conoscevo vedendo come si comportano sul piano umano. Poi non si riesce a fare tutto, li lasci comunque da soli quando finisce il tuo turno.

Ci sono casi nel personale sanitario di contagio?

Sì, alcuni. L’altra sera è stato ricoverato il primario di ginecologia, il professor Frigerio, una persona in gambissima, e siamo molto addolorati.

Avrete paura ad entrare là dentro ogni giorno, o no?

È la prima reazione. Ci hanno detto che siamo in tempo di guerra, di andare a lezione e imparare a stare sul posto, di non considerarci inadeguati. Piuttosto che lasciare i pazienti in corridoio, ci hanno detto, bisogna andare da loro.

Come avete vinto la paura di infettarvi?

La paura c’è in tutti. Ci sono tanti colleghi giovani con i genitori che hanno paura di infettarli o chi ha i bambini piccoli. Tornare a casa e non poter toccare tuo figlio e fargli capire che la mamma ti vuole bene lo stesso è molto difficile.

Dal punto di vista medico come è la situazione?

Ci sono tanti esperti che parlano in tv però in realtà non si sa cosa sia questo virus. Il primario di ematologia ha detto di provare le risorse usate in campo oncologico perché potrebbero essere utili. Alcune cause farmaceutiche si sono mosse per usare alcuni farmaci che potrebbero essere utili per le malattie virali. Questo ci conforta.

In una situazione drammatica come questa come cambiano i rapporti fra voi del personale?

Ci sono le belle sorprese. Rispetto a situazioni in cui per carattere si entra in conflitto, in questa situazione le difficoltà si sciolgono. Torni giù dal servizio e trovi un messaggio sul telefonino che ti chiede scusa e ti conforta.

(Paolo Vites)



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