DECRETO CURA ITALIA/ Campiglio: ora una manovra d’urto, alla sanità mancano 6,5 mld

- int. Luigi Campiglio

Il governo ha varato il decreto “cura Italia”. Sembra però prevalere una logica ragionieristica. Il paese, in ginocchio, ha bisogno di una manovra d’urto

conte 14 lapresse1280 640x300 Giuseppe Conte, presidente del Consiglio (LaPresse)

Una diga da 25 miliardi di euro per fermare l’ondata coronavirus. Dopo poco più di due ore di Consiglio dei ministri il governo ha approvato il decreto “cura Italia”, che mette in campo 3,5 miliardi per sanità e protezione civile, 10 miliardi a favore dell’occupazione, 3 miliardi per sostenere professionisti e partite Iva più altre misure a favore di famiglie e giovani. Una “manovra economica poderosa” ha spiegato il premier Conte, che ha aggiunto: “Possiamo parlare di modello italiano non solo per la strategia di contrasto, ma anche di un modello italiano per la strategia. L’Ue ci segua”, pur nella consapevolezza “che non basterà”, ma “il governo risponderà presente anche domani”. Il decreto “cura Italia” è davvero “un passaggio importante” per combattere la doppia crisi, quella legata al coronavirus e quella economica? “Non vorrei apparire critico – risponde Luigi Campiglio, professore di Politica economica nell’Università Cattolica di Milano –, rimango però stupito del fatto che non si abbia piena contezza dell’ampiezza e profondità dell’emergenza che stiamo affrontando. Oltretutto in un periodo in cui l’Italia è già in recessione economica. Il bersaglio grosso è bloccare l’epidemia, ci vuole una manovra d’urto, senza logiche ragionieristiche. Va messo sul piatto quel che serve, adesso, subito. Occorrerebbe un Piano Marshall europeo per contrastare l’epidemia e il suo impatto devastante su sistema sanitario, economia, imprese e famiglie”.

Professore, perché non la convince il decreto “cura Italia”?

Guardando alla composizione degli interventi adottati e alla cifra stanziata, si fa fatica a individuare e realizzare una complementarietà delle voci di spesa. Abbiamo invece bisogno di un intervento che affronti in modo prioritario la causa dell’epidemia e le conseguenze economiche che ne derivano.

Come intervenire sulla causa?

Che ipotesi si fanno sull’evoluzione dell’epidemia, che non ha ancora raggiunto il picco? Ho l’impressione che si dia per implicito una durata non breve. Alla luce di ciò, i miliardi mi sembrano inadeguati, soprattutto per la sanità.

Per potenziare Ssn e protezione civile vengono messi in campo 3,5 miliardi. Non bastano?

Siamo il paese più colpito, a parte la Cina, dall’emergenza Covid-19. In un paese oggi bloccato e in cui i contagi aumentano, si è optato per una gradualità che non è in linea con l’aggravamento che stiamo vivendo.

Perché?

Le strutture di prevenzione e cura sono al collasso. Servirebbe una spesa massiccia per accorciare il più possibile la durata dell’emergenza sanitaria: 3,5 miliardi, rispetto alla dimensione mondiale e alla velocità della pandemia, mi sembrano una cifra non ragionata, perché la pressione della malattia rischia di bloccare la struttura produttiva.

Cosa bisognerebbe fare?

Alla sanità servono 10 miliardi? E 10 miliardi siano, se questo serve per acquistare apparecchiature e dispositivi utili a fermare l’epidemia. Punto. Questo è il criterio da adottare, a prescindere dalle regole di bilancio. Seguirle oggi non renderebbe giustizia alla gravità della situazione in cui è precipitato il paese. Rischiamo alla fine di rimanere, forse, dentro i vincoli di Maastricht, ma di ritrovarci, da capo, in una emergenza. Insomma, bisogna prevedere con un certo anticipo le misure di prevenzione in tutte le zone del paese ancora non colpite dal coronavirus, altrimenti rischiamo di avere un rimbalzo molto più pesante dei contagi e dei costi sanitari qualora, Dio non voglia, si dovesse verificare un focolaio al Centro e al Sud, dove tra l’altro le strutture sanitarie non sono attrezzate come al Nord. Sarebbe una sofferenza continua.

Sul fronte dell’occupazione il decreto mette sul tavolo 10 miliardi affinché “nessuno perda il lavoro per il virus”. Si punta, tra l’altro, a rafforzare il fondo integrazione salari e ad allargare a tutti i settori la cassa integrazione in deroga.

Di nuovo: a quali occupati pensano? Non vorrei che anche qui si fosse adottata una gradualità legata più al rispetto delle regole di bilancio. A mio avviso dovrebbe esserci una consapevolezza che in queste situazioni, come dicono alcune autorità europee, non bisogna fare calcoli dettati dai Patti di stabilità.

Il ministro Gualtieri ha detto che “si è usato tutto l’indebitamento netto”. I 25 miliardi messi in campo sono proprio il massimo che possiamo al momento chiedere come flessibilità all’Europa o si poteva e doveva andare oltre?

Con questi criteri rimaniamo a terra, non si fa abbastanza. Il criterio dovrebbe essere: quanto ci vuole per bloccare questo disastro? Fatto questo calcolo, gli esperti diranno se è meglio una manovra graduale o una manovra d’urto.

Secondo lei?

Penso che sia meglio una manovra d’urto, perché altrimenti si prolunga un’agonia e si rischia di rendere meno efficace anche questa spesa, che pure ha una sua validità. Mettiamola così: viene prima la preoccupazione per i vincoli di bilancio o per la gravità dell’emergenza coronavirus? L’assenso della Ue deve essere sulla manovra di bilancio. Ripeto: l’ampiezza della crisi è tale che bisogna intervenire sulla cura, e non è poco, visto che c’è mezzo Nord paralizzato.

Morale?

Volendo dare un colpo al cerchio e un colpo alla botte rischiamo di aver fatto un intervento che non darà i risultati attesi. Dovremmo guardare di più ai risultati.

La Merkel si è detta pronta a investire 550 miliardi a favore delle imprese tedesche. Ieri il viceministro all’Economia, Antonio Misiani, ha dichiarato: “Facciamo un intervento enorme sulla parte creditizia, l’effetto leva vale 350 miliardi di euro di liquidità per le imprese”. Sarà davvero così imponente?

Come ordine di grandezza sarebbe coerente con la gravità della situazione. Mi domando, però, come con un solo strumento si possa fare in modo che arrivino 350 miliardi a imprese e famiglie. Nutro qualche dubbio, soprattutto pensando alle condizioni del sistema creditizio italiano. Anche perché non dobbiamo dimenticarci che il nostro paese è in recessione: banche e imprese sono in sofferenza.

A proposito di imprese, il decreto “cura-Italia” prevede che gli obblighi fiscali per le Pmi siano sospesi fino al 31 maggio. Non era forse il caso di avanzare proposte più radicali? Il centrodestra, per esempio, auspica “un anno bianco fiscale”, cioè zero tasse per il 2020 per le piccole imprese. Che ne pensa?

Bisognerebbe innanzitutto ragionare sull’impatto sul gettito fiscale di eventuali sospensioni sostanziose, perché ciò che raccogliamo con il fisco poi viene speso in servizi. L’importante è che le piccole imprese in particolare siano messe nelle condizioni di sopravvivere. Temo invece che la gran parte delle Pmi siano alla canna del gas. E la distribuzione dei sacrifici deve consentire di colpire il bersaglio grosso: l’obiettivo primario è bloccare l’emergenza, uscire dalla crisi e far vivere famiglie e imprese.

Per il premier Conte questo è solo un primo passo, un altro decreto arriverà ad aprile.

Ad aprile? In questa emergenza aprile è distante anni luce…

Secondo lei, il governo risponde in modo sufficientemente emergenziale e tempestivo a un’epidemia che corre molto più velocemente?

Il ritmo di crescita del contagio, ahimè, è velocissimo. Magari presto rallenterà e forse si fermerà. Ma se non succede? Cosa facciamo? In questi casi prevale il criterio della sopravvivenza. Poi quanto costa, lo si vedrà dopo, vedremo.

Lei sarebbe favorevole a sospendere le clausole di salvaguardia per avere a disposizione quest’anno e il prossimo 47-48 miliardi da utilizzare per fermare l’epidemia e rilanciare l’economia dopo l’emergenza?

In mezzo a una crisi di dimensione biblica, che tale è, la clausola di salvaguardia è che questo paese arrivi, seppur tramortito, indenne alla fine dell’emergenza. Altrimenti vorrebbe dire che stiamo facendo un calcolo ragionieristico sulle vite umane. Dobbiamo dire all’Ue: in una situazione eccezionale, di clausole di salvaguardia se ne riparlerà nel 2021.

La Baviera ha dichiarato lo stato di calamità e la sospensione del vincolo al freno del debito. È una soluzione che dovrebbe adottare anche l’Italia per le regioni del Nord colpite dai maggiori focolai dell’epidemia?

Dobbiamo. La nuova formulazione dell’articolo 82 sul pareggio di bilancio parla di “condizioni economiche sfavorevoli”. Chiamare così ciò che stiamo vivendo, in una crisi sistemica molto più grave di quella del 2008, non è assolutamente adeguato. Se il paese è malato, è giusto adottare procedure d’emergenza.

Che cosa si dovrebbe fare in concreto?

Servirebbe un – chiamiamolo così – piano von der Leyen, una sorta di Piano Marshall europeo, perché il Covid-19 ha un impatto devastante, soprattutto a livello psicologico, simile a un conflitto bellico. E di certo il Piano Marshall non aveva clausole di salvaguardia… Dobbiamo tirare il fiato per un anno, adesso non si gioca come le regole, adesso bisogna sopravvivere. L’Italia in ginocchio non è un vantaggio per nessuno in Europa.

L’Italia è già in ginocchio: è possibile quantificare i danni che arrecherà al Pil l’emergenza coronavirus?

Peserà parecchio. Quando mi affaccio alla finestra, vedo Milano, il cuore della ripresa del paese, deserta e se va bene che va al rallentatore, con la speranza che non si fermi del tutto. Dopo l’ultimo trimestre 2019 negativo, abbiamo già perso anche il primo trimestre di quest’anno e temo che il secondo sia già fortemente pregiudicato. Visto che gli epidemiologi parlano di tempi lunghi, fino a fine 2020, siamo in una situazione di incertezza e debolezza strutturale, radicale. Dobbiamo fare già oggi tutto il possibile perché dopo l’epidemia la vita degli italiani non sia peggiore di prima.

(Marco Biscella)







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