DEEP PURPLE IN ROCK/ 50 anni fa il Mount Rushmore dell’hard rock

- Lorenzo Randazzo

Con In Rock, gli inglesi Deep Purple entrano nel novero delle band che in quel periodo cambiano la storia della musica rock

Deep Purple In Rock
La copertina del disco

Dopo due anni di attività e con già tre album alle spalle, il 3 giugno 1970 i Deep Purple pubblicano In Rock: da quel giorno la musica non è più la stessa.

Con Deep Purple In Rock si presenta al mondo la Mark II, la line up più conosciuta e amata dai fan. Se nella prima fase, per quanto alcuni lavori siano ricchi di spunti interessanti, alla band manca ancora una identità definita, con gli innesti di Ian Gillian e Roger Glover i Deep Purple trovano la voce che manca e un nuovo sound esplosivo. Insieme ai Led Zeppelin e ai Black Sabbath i Deep Purple tra il 1969 e il 1970 rivoluzionano la musica inglese. Quello che viene proposto da queste band è un altro ritmo, un altro volume, un altro passo rispetto a quanto mai sentito prima. La musica assume una nuova velocità e una potenza fino ad allora sconosciuta: nasce così l’hard rock. Mentre per i Led Zeppelin è chiaro il rimando al blues, il sound dei Deep Purple riflette una combinazione di radici diverse: Jon Lord contribuisce con una base classica e orchestrale (di pochi mesi prima il “suo” Concerto for Group and Orchestra), Roger Glover mette a fattor comune la sua anima folk, Ian Paice porta in dote lo swing e il jazz, Ian Gillian il pop e il rock’n’roll mentre Ritchie Blackmore spazia su più generi.

Dopo pochi mesi di attività la Mark II mette sul mercato il capolavoro ln Rock con una copertina tra le più originali: in un simil Monte Rushmore al posto dei 4 presidenti americani sono scolpiti nella roccia i volti capelluti dei 5 Purple! Per quanto la pubblicazione dei 45 giri fosse inizialmente snobbata da alcune band, i Deep Purple cedono invece alle lusinghe dei discografici e presentano come singolo per promuovere il 33 giri Black Night. In realtà questo pezzo monumentale e di impatto commerciale immediato, non viene incluso nell’album originale e sarà inserito solo successivamente nella riedizione ampliata e rivista del 25° anniversario. La sua assenza pesante comunque non intacca il successo del disco, In Rock è talmente rivoluzionario che il cambio di passo rispetto al passato è immediato ed evidente tanto che in paragone quanto pubblicato poco prima appare già vecchio.

L’apertura spetta a Speed King che, fin dalle prime note, spazza via tutta la storia recente della band per dare vita ad un chiassoso e dirompente rock’n’roll. Un inizio frastornante che mette subito in chiaro che la musica è cambiata. Con un ritmo blues poderoso Bloodsucker continua nel solco già tracciato da Speed King ma è con la successiva Child in time e le sue atmosfere sinfoniche che si raggiunge l’apice del disco. Il brano è ispirato dall’ascolto di Jon Lord della canzone Bombay Calling del gruppo americano It’s a Beautiful Day; nell’interpretazione dei Deep Purple il pezzo diventa una suite di oltre dieci minuti ben rappresentativo del nuovo sound della band. In questo brano c’è tutta la Mark II: l’inconfondibile grido acuto di Gillan, il mitica Hammond di Jon Lord in evidenza e gli assoli di Ritchie Blackmore che impreziosiscono il pezzo. Il brano parte lento con una voce quasi soffusa di Gillan per poi crescere di intensità in una cavalcata trionfale con continui fraseggi Lord/Blackmore. Il finale è rabbioso in cui Gillan, nel pieno della sua estensione vocale, scatena tutta l’ira contro la guerra del Vietnam. Il lato B con Flight of the Rat, Into the fire e Living Wreck non raggiunge le vette del primo lato ma mantiene una qualità elevata fino alla chiusura con Hard Lovin’ Man, un altro brano tiratissimo e frastornante in cui ancora una volta emergono la potenza dell’organo e i virtuosismi della chitarra. L’ottimo risultato del disco è anche il frutto dell’affiatamento del gruppo che, nonostante il poco tempo insieme, ha l’opportunità di presentare live i vari brani dell’album mano a mano che vengono realizzati.

E’ proprio l’esibizione dal vivo il punto di forza della band: “La nostra musica era in bilico tra il caos e l’ordine… l’esecuzione di un pezzo poteva cambiare direzione in ogni momento” dice Roger Glover ricordando la particolare ispirazione sul palco di quegli anni (basta solo ascoltare Made in Japan per credere).

Nell’attuale formazione, la Mark VIII, il cui nuovo album Whoosh è in uscita il 7 agosto, ritroviamo ancora Ian Paice che non ha mai lasciato la band, Roger Glover (ritornato in pianta stabile nel 1983) e Ian Gillian (diversi ritorni e poi stabilmente dal 1993). Steve Morse invece sostituisce da oltre venticinque anni Blackmore (Bolin e Satriani) e Don Airey ha preso il posto del compianto Lord che anche dall’alto non ha mai smesso di ispirare il percorso creativo delle band. Sono passati cinquant’anni e la leggenda continua. I loro volti saranno scolpiti per sempre nella roccia, Deep Purple In Rock.



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