Di Centa, ex sciatrice azzurra: “Mi davano della dopata come Jacobs”/ “Nel CIO…”

- Josephine Carinci

Manuela Di Centa, ex sciatrice azzurra, racconta le accuse di doping e il suo duro lavoro nel CIO. Le parole dell’ex atleta e campionessa

Manuela di centa
Manuela di centa

Manuela Di Centa, ex sciatrice e campionessa olimpica di sci di fondo, si batte da una vita per affermare certi valori importanti nel mondo dello sport, come l’uguaglianza tra uomini e donne. Dopo il ritiro, l’ex atleta ha iniziato una carriera dirigenziale prima nel CIO e poi in politica, dove ha rivestito un ruolo da parlamentare nella Camera dal 2006 al 2013. Al Corriere, l’ex sciatrice si è raccontata così: “Nel 1982, quando vinsi l’argento ai Mondiali, era presto: la Fisi nemmeno si accorse di me. La federazione non era pronta all’equilibrio tra maschi e femmine. La svolta nel 1991: il Mondiale in Val di Fiemme segnò un salto culturale. Abbiamo cominciato a far paura alle potenze del fondo”.

Non sono mancate nella sua carriera le accuse di doping. Manuela racconta di essersi difesa alzando un muro e andando avanti per la sua strada, senza cadere in provocazioni. Non è mancato anche un paragone a Marcell Jacobs, che dopo le accuse a Tokyo 2020 dopo aver vinto l’oro nei 100 m ha dovuto superare non poche illazioni: “Accuse di doping? Sì, certo. Ma ho alzato un argine. Mi immedesimo in Marcel Jacobs dopo quello che hanno detto su di lui a Tokyo: come rispondi a un attacco del genere? Andando avanti per la tua strada”.

Le battaglie di Manuela Di Centa

Tra le battaglia di Manuela Di Centa nel mondo dello sport, anche quella per il passaporto biologico, una tecnica antidoping che invece di rivelare la presenza della sostanza in sé traccia i parametri ematici dell’atleta, cercando eventuali incongruenze: “Siamo stati io e il pattinatore norvegese Olav Koss a promuoverlo. Non avevamo afferrato che cosa dovesse essere, ma avevamo capito che avrebbe aiutato chi era malato e non lo sapeva. Pure io mi sono ritrovata inguaiata, quasi non lo si sa. Ho trascorso due mesi in ospedale a Pisa: avevo la tiroidite di Hashimoto, diagnosticata in Finlandia. Dissi al professor Pinchera: “Dopo aver conquistato un bronzo iridato in queste condizioni, se lei mi rimette a posto io vinco tutto”. Lo ringrazio ancora oggi”.

Dopo il ritiro, Manuela ha combattuto le sue battaglie dall’interno del Comitato Internazionale Olimpico: “Sono stata la prima donna eletta come atleta. Un’esperienza privilegiata, dall’altra parte della barricata: nello sport ci sono problemi che quando sei atleta ignori”. Tra le sue sfide, quelle relative all’uguaglianza. Al Corriere racconta un aneddoto: “Quando si cercava di rendere olimpico il salto femminile dal trampolino, l’obiezione era: “Se cadono, picchiano il seno, zona sensibile: siamo preoccupati”. Io dissi: “Avete ragione: è la stessa cosa che penso quando immagino un maschio che cade e batte i testicoli”. Silenzio di tomba. Tempo dopo quella battaglia è stata vinta”.





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