DOPO SVB E CREDIT SUISSE/ Il rischio contagio ora spaventa i governi: il 2011 non è così lontano

- Stefano Cingolani

Dopo SVB e Credit Suisse per i mercati (e i governi) si aggira lo spettro del contagio. In fin dei conti quello che successe nel 2011 spaventa ancora

giorgetti meloni 2 lapresse1280 640x300 Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, con Giancarlo Giorgetti (LaPresse)

Contagio, è questo lo spettro che si aggira per i mercati finanziari. La Bce tranquillizza, le banche europee sono più solide, hanno una buona dotazione di capitale e liquidità, sostiene Christine Lagarde annunciando che in ogni caso la banca centrale è in grado di intervenire, ma il pericolo esiste e passa attraverso le obbligazioni, soprattutto i titoli di stato il cui valore scende con l’aumento dei tassi d’interesse.

La Banca centrale europea ha deciso giovedì un nuovo rincaro di mezzo punto percentuale, una scelta presa a maggioranza con alcune banche centrali, a cominciare da quella italiana, che hanno chiesto una pausa per monitorare la situazione, come ha detto Christine Lagarde. Martedì vedremo se sarà la Federal Reserve ad aspettare, in attesa di capire meglio come impedire una crisi bancaria e quanto costeranno i salvataggi. I falchi che volano sui cieli d’Europa lasceranno spazio alle colombe su quelli americani?

Negli Stati Uniti i bilanci delle banche mostrano perdite contabili pari a ben 620 miliardi di dollari dovute alla riduzione del valore delle obbligazioni a lungo termine. Sono perdite potenziali finché i bond non vengono venduti, ma equivalgono a un terzo del cuscinetto di capitale dell’intero sistema creditizio, cioè il salvagente che deve impedire un crac come quello del 2008. Secondo i dati dell’Eba le banche dell’Unione possedevano nel 2022 titoli governativi per 3.300 miliardi di euro. Quelle italiane detengono Btp per 384 miliardi di euro più 200 miliardi di altre obbligazioni. La metà dei titoli di stato è congelata e non sarà venduta, si attenderà la loro scadenza naturale, quindi non provocheranno buchi nei bilanci. Ma gli altri?

Nella primavera del 2011 è bastato che grandi banche europee vendessero una piccola quantità di Btp per accendere la miccia. La crisi partiva dalla Grecia e poi aveva coinvolto la Spagna, ma subito le fiamme si sono estese all’Italia innescando la tempesta perfetta che dalla finanza è arrivata alla politica con la caduta del governo Berlusconi. Non è stato l’unico ad essere travolto dalla crisi; in quell’anno cambiarono in un modo o nell’altro i governi di Irlanda, Grecia, Spagna, Portogallo. A conferma delle strette relazioni tra finanza, economia reale e politica. L’anello di congiunzione passa proprio attraverso le banche e l’autorità europea di vigilanza ha subito chiesto quante e quali banche sono esposte verso il Credit Suisse o la Silicon Valley Bank. Per Paesi ad alto debito come l’Italia tassi troppo elevati sono una polveriera pronta a esplodere, anche se di per sé le principali banche italiane sono oggi più robuste di dieci anni fa.

Le crisi, certo, non sono tutte uguali. Se si guarda dentro i bilanci delle banche americane (SVB che finanzia imprese high tech, Signature Bank specializzata in immobili, Silvergate che opera in criptovalute e la First Republic di San Francisco) o ancor più dentro il Credit Suisse, si scoprono errori, mala gestione, superficialità. Ma c’è una storia comune strettamente collegata al cambiamento della politica monetaria. Bisogna ammettere che con un costo del denaro in aumento, le banche rischiano un peggioramento dei crediti in sofferenza e una svalutazione dei titoli a tasso fisso dei quali si erano riempite. Questo è vero negli Usa e in Europa, in Svizzera come nell’Eurolandia. “Che cosa c’è che non va con le banche?”, titola la storia di copertina dell’Economist. Molte cose, anche diverse, ma il comune denominatore è il rialzo dei tassi d’interesse e ciò rende necessario riconoscere i rischi provocati dal loro rapido aumento. È quel che sia la Fed sia la Bce non hanno voluto vedere.

La stretta (all’aumento dei tassi va aggiunta la fine del quantitative easing, cioè l’acquisto di titoli, soprattutto di stato, da parte delle banche centrali) era necessaria per frenare l’inflazione, ma l’arma della moneta non può essere l’unica (è il refrain della Banca d’Italia) e si rivela meno efficace di fronte a questa inflazione alimentata da un decennio di denaro abbondante e a buon mercato con politiche fiscali iper-accomodanti che hanno portato i debiti pubblici di tutti i Paesi oltre il 100% del prodotto lordo. In questo ambiente super liquido s’è innescata una ripresa post pandemia più forte del previsto segnata da aumento dei consumi e dei salari. Le materie prime hanno cominciato a rincarare già nel 2021, poi è arrivata l’invasione russa dell’Ucraina che ha fatto schizzare i prezzi dei gas e del petrolio. Inflazione da domanda e da offerta si sono sommate, creando uno zoccolo duro calcolabile attorno al 5% annuo, con poche differenze tra Usa ed Europa.

Il modo classico per intaccarlo è spingere in alto i tassi d’interesse fino a provocare una recessione, ma la cura può diventare peggiore del male per ragioni politiche, non solo economiche. Una crisi mondiale innescata dall’Occidente fa stappare champagne a Vladimir Putin e Xi Jinping.

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