DA SVB AL CROLLO DI CREDIT SUISSE (E BORSE)/ “L’America può salvare il suo sistema, l’Europa no”

- Paolo Annoni

Ieri Credit Suisse è crollato in borsa (-24,2%) quando il maggior azionista, Saudi National Bank, ha detto no ad ogni ulteriore sostegno finanziario. Lo scenario

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Le preoccupazioni sul destino di Credit Suisse hanno causato una giornata da incubo per i mercati europei e non solo. I principali listini azionari hanno chiuso con ribassi pesanti e, più in generale, il mercato ha dato evidenti segnali di stress facendo crollare tutto il comparto energetico.

Il principale indice azionario globale qualche settimana fa viaggiava a livelli del 30% superiori a quelli di inizio 2020; nel frattempo c’è stata una pandemia globale, una crisi energetica che non si vedeva da un paio di generazioni, sicuramente in Europa, ed è scoppiata una guerra in Ucraina che, secondo i numeri del Washington Post di due giorni fa, ha già fatto 320mila morti.

Il mistero di questa stranezza sta nelle politiche monetarie delle banche centrali e negli stimoli fiscali dei governi. I mercati sono una piramide rovesciata sotto cui ci sono le banche centrali, con gli investitori in qualche modo convinti che il supporto, se mai le cose dovessero peggiorare, non tarderebbe a manifestarsi. Il peso delle banche centrali sui mercati negli ultimi anni è aumentato notevolmente. Nel 2023 contano di più di quanto non contassero prima della pandemia; e prima della pandemia contavano di più di quanto non fosse prima della crisi dei debiti sovrani, e così via fino all’autunno del 2008 quando è fallita Lehman Brothers.

I rialzi dei tassi e l’aumento del costo del credito impattano i settori che più hanno beneficiato delle politiche monetarie espansive, facendo venire meno la prudenza e il buon senso. Il rischio di un effetto a catena si traduce in quello che abbiamo visto ieri sui mercati.

In questo schema la periferia del mondo “occidentale” soffre più del centro perché la valuta di riserva globale è il dollaro. Nel 2009 è stata la Federal Reserve a salvare i “mercati”; lo stesso vale per il 2012, quando la crisi dei debiti sovrani minacciava la sopravvivenza dell’euro. Nessuna banca centrale può alzare i tassi più di quanto possa fare la Fed; nessun sistema può reggere un restringimento delle condizioni monetarie e del credito meglio di quanto possano fare gli Stati Uniti.

Non è un caso che i crolli di ieri siano stati accompagnati da un netto rafforzamento del dollaro. Ci si chiede quanto possa resistere la Bce nella sua rincorsa a rialzare i tassi, visto quello che è successo ieri sul sistema bancario europeo. Non è un dettaglio, perché l’indebolimento dell’euro implica più inflazione e meno liquidità e investimenti sul mercato europeo. La crisi del sistema bancario europeo senza la collaborazione della Fed è complicata e richiede un’unità di intenti difficile da trovare in un’Unione che rimane frammentata.

Ieri sera la Banca centrale svizzera ha dichiarato che supporterà la liquidità di Credit Suisse. Nei prossimi giorni scopriremo quanto Bce e Fed siano disposte a cambiare i piani, viste le scosse dei mercati di venerdì e di ieri.  Quello che si è visto potrebbe bastare per mettere fine ai finanziamenti e alle politiche di concessione del credito più azzardate e speculative e per far rientrare le distorsioni sulle valutazioni di attivi e azioni più clamorose; i mercati potrebbero anche aggiustarsi, ma il dato che è emerso rimarrebbe. Uno scenario di rialzo dei tassi è molto difficile da sostenere nel 2023 dopo l’esplosione degli attivi delle banche centrali e, in secondo luogo, la periferia soffre molto di più del centro, ossia l’America con la Fed, che in qualche modo riesce a salvare il suo sistema.

La variabile rimane l’inflazione. Anche in questo caso non tutti sono nella stessa situazione. Il prezzo del gas europeo ieri era due volte e mezzo quello del 2019 mentre quello americano era sostanzialmente in linea. L’euro scende contro il dollaro, con varie fasi, da quindici anni, peggiorando l’inflazione di un continente che non ha nessuna risposta alla crisi energetica che non sia l’esproprio proletario.

I rialzi dei tassi della Fed mettono in crisi la periferia e nessuno può essere tanto aggressivo quanto la Banca centrale americana. Per gli altri il costo politico e sociale è più alto a parità di “stress”. Qualsiasi cosa succeda oggi e nelle prossime settimane, questo è il quadro.

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