FINANZA/ 2. Dai mercati un allarme per le banche italiane

- Mauro Bottarelli

Le banche italiane potrebbero finire nel mirino insieme al debito pubblico con conseguenze devastanti, come spiega MAURO BOTTARELLI

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Foto Imagoeconomica

«Il sentiero di aggiustamento italiano già annunciato è quello necessario, non vediamo il bisogno di manovre aggiuntive. Ma dipende anche dal sentimento del mercato che, essendo molto nervoso, può guardare ai Paesi a più alto debito. E questo li rende vulnerabili». Così parlò, sull’edizione di lunedì scorso del Corriere della Sera, Pier Carlo Padoan, capo economista dell’Ocse.

No, non è questa la seconda notizia di cui vi parlavo nell’articolo di martedì e che ho rimandato all’edizione odierna. Non è questa, ma ci ha molto a che fare e riguarda direttamente il nostro paese e la sua traversata dei marosi della crisi sovrana europea, visto che pochi giorni fa Bloomberg ha dedicato un corposo servizio all’aumento dei costi per prendere in prestito denaro da parte delle banche italiane, poiché la crisi del debito sta oscurando agli occhi degli investitori la credibilità percepita del credito.

Situazione confermata lunedì scorso anche dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, secondo cui alcune banche italiane devono lavorare di più per rafforzare il loro patrimonio, «sia per affrontare la situazione presente, con la crescita delle sofferenze registrata negli ultimi 24 mesi, sia per adeguarsi, anche se gradualmente, ai nuovi requisiti di Basilea 3».

Ma qual è il reale stato dell’arte? Il costo per assicurarsi sul debito di Unicredit ha registrato a novembre il picco più alto dal febbraio 2009, stando ai dati di CMA: questa settimana, per la prima volta, il cds dell’istituto italiano, di fatto, implicava una valutazione “junk” per i suoi bonds, stando a Moody’s Investors Service. Anche gli swaps di Intesa Sanpaolo hanno registrato un balzo record mensile.

Nonostante le banche italiane non abbiano pagato il conto alle bolle immobiliare di Spagna e Irlanda, l’incertezza politica potrebbe far alzare i costi per il rifinanziamento, nel 2011, di 118 miliardi di euro di debito e contrarre la profittabilità, già sotto la media dell’eurozona, poiché le nostre banche si troveranno a pagare costi più alti per finanziarsi e sconteranno perdite legate ai bond che detengono. «Il sistema bancario italiano è relativamente forte – commenta Henry MacNevin di Moody’s – ed è riuscito a superare la crisi finanziaria. Le banche sono in buona salute, ma i loro outlook sono correlati all’economia».

Stando ai dati di Bloomberg, da inizio anno Unicredit ha perso in Borsa il 26%, Intesa il 32% e Monte dei Paschi il 28%, mentre i dati dell’indice di Bank of America rendono noto che l’extra rendimento da pagare per detenere senior bonds di Intesa rispetto al benchmark è salito di 31 punti base a novembre a quota 178, lo spread sui bonds subordinati di Unicredit è salito di 121 punti base a quota 458, mentre i cds per assicurarsi dai senior bond di Monte dei Paschi ha toccato il record di 262,5 punti base il 30 novembre scorso.

 

Per Marcello Zanardo, analista presso la Sanford C. Bernstein & Co. «gli alti costi di finanziamento, le basse fees e la crescita ridotta dei prestiti futuri porteranno a minore crescita dei guadagni. La possibile implementazione di misure di austerity, poi, potrebbe ritardare la già anemica ripresa attesa nel paese e intaccare la profittabilità delle banche». Tanto più che Intesa ha la più alta esposizione netta a bond portoghesi, italiani, irlandesi e greci, per un totale di 65,1 miliardi di euro, pari al 240% del suo capitale core Tier 1 e al 9,6% degli assets totali, mentre Unicredit è esposta per 40,3 miliardi di euro, il 103% del suo capitale core Tier 1 e il 4,2% degli assets totali. Per entrambe le banche, più del 96% dell’esposizione è sul debito italiano.

 

Spaventato dalla situazione è anche Peter Braendle, manager del fondo Swisscanto Asset Management di Zurigo che gestisce anche azioni di Unicredit e Intesa, secondo cui «il volume del debito italiano è davvero preoccupante, sono intimorito per i tassi di interesse più alti che le banche italiane dovranno affrontare e per le potenziali svalutazioni nei libri contabili». Delle cinquanta banche italiane giudicate da Standard&Poor’s, il 40% ha ottenuto un outlook negativo, mentre il 50% un outlook stabile: le restanti sono in fase di monitoraggio.

 

Per l’analista di Morgan Stanley, Huw van Steenis, «alcune banche italiane hanno troppo poco capitale per affrontare potenziali perdite», mentre in una nota ai clienti del 1° dicembre Morgan Stanley ha consigliato di evitare Monte dei Paschi e Banco Popolare a causa delle crescenti preoccupazioni legate al debito italiano e alla loro debole capitalizzazione: «Ci aspettiamo che la crisi sovrana europea getterà una lunga ombra sui periferici continentali, quindi la riduzione dell’esposizione rimane l’opzione migliore».

 

In un quadro così, una bella campagna elettorale sarebbe una manna per la speculazione e un bagno di sangue per i rendimenti che dovremmo pagare per far comprare il nostro debito dal mercato: date un’occhiata al grafico qui sotto e fatevene un’idea da soli: il solo fatto che alla riunione dell’Eurogruppo di lunedì pomeriggio la Germania abbia mostrato intransigenza sull’ipotesi dei cosiddetti Eurobond ha fatto salire di 7 punti base il rendimento dei bond italiani a quota 4,47%.

 

 

 

(Andamento del rendimento dell’obbligazione decennale italiana dal 2002 al novembre 2010)

Inoltre, cari amici, ci sono vari modi di attaccare i debiti sovrani da parte della speculazione. Uno è vendere titoli di Stato dei paesi a rischio per giocare sull’ampliamento dello spread rispetto al Bund. Un altro è, appunto, acquistare Bund tedeschi. Un altro ancora – ed è quello che spaventa Mario Draghi e lo ha spinto a invitare le banche italiane a rafforzarsi con un timing tutt’altro che strano o casuale – è vendere i titoli delle principali banche del paese che si vuole attaccare, shortare in gergo. Unite questa terza strategia al quadro che vi ho appena delineato e fate quattro conti. Gli hedge funds li stanno già facendo. Con il sorriso sulle labbra. Piaccia o meno, il 14 dicembre non c’è in gioco la tenuta del governo, ma quella del paese.

 

P.S. Detto fatto, c’è voluta una settimana dalla decisione del governo ungherese di nazionalizzare i fondi pensione privati perché Moody’s decidesse un downgrade di due notch del rating sovrano del paese per le preoccupazioni riguardo «la capacità delle politiche di governo di tappare i buchi del budget con misure temporanee non sostenibili nel tempo». L’Ungheria ha outlook negativo ed è giudicata da Moody’s BAA3, la più bassa valutazione a livello di investimenti e solo un passo dal giudizio “junk”, ovvero spazzatura.

 

Con un debito al 79% del Pil, l’Ungheria è lo stato dell’Est europeo più indebitato: lunedì il fiorino ha perso l’1,3% sull’euro come reazione immediata, chiudendo un rally durato quattro giorni e divenendo la valuta peggio performante tra quelle dei 25 mercati emergenti monitorati da Bloomberg. Il rendimento per i bonds con maturazione a febbraio 2016 è salito di 13 punti base all’8,09%: avete letto bene, dove troveranno i soldi per pagare – se non saltando il pagamento delle cedole o spalmandolo su trent’anni o andando in default – è tutto da capire, oltretutto creando da subito nuovo debito. E l’Ungheria deve rimborsare qualcosa come 11 miliardi di dollari a fronte di una bolla immobiliare interna, esposta alle fluttuazioni del fiorino sul franco svizzero, di oltre 12,4 miliardi di dollari.

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