CRAC GRECIA/ 1. Tutti i dati che mettono al sicuro l’Italia alla faccia dei gufi europei

- int. Marco Fortis

Ieri la Commissione europea ha diffuso nuove stime sull’economia italiana. I dati, secondo MARCO FORTIS, non sono affatto negativi. Anzi, pongono l’Italia in una posizione migliore rispetto ad altri paesi europei

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Mentre in Grecia ieri assistevamo a una giornata di proteste contro il piano imposto ad Atene per avere gli aiuti necessari a scongiurarne il fallimento e a scontri di piazza che hanno causato la morte di tre persone, la Commissione europea comunicava le stime di primavera sulle economie dell’eurozona: la crescita del Pil per il 2010 dell’intera area viene vista al rialzo passando allo 0,9% dal precedente 0,7%. I dati dell’Italia, invece, sono in peggioramento: il Pil crescerà dello 0,8% nel 2010 (contro il precedente 1,1%) e dell’1,4% nel 2011 (prima era al 2%); il rapporto deficit/Pil nel 2010 resterà al 5,3%, mentre quello debito/Pil salirà al 118,2% (l’ultima stima parlava del 116,9%). Numeri che però non preoccupano Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison, che anzi ci spiega come essi indichino che l’Italia si sta muovendo bene e non corre gli stessi rischi di Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna (i cosiddetti Pigs) che tanto preoccupano l’Europa.

 

Professore, come giudica questi dati che vedono al rialzo la crescita del Pil nell’eurozona, mentre tagliano le stime per quello italiano?

Il problema è che continuiamo a guardare al Pil come se fosse un oracolo senza il quale non riusciamo a sopravvivere. In questo senso è eclatante il fatto che la Grecia dal 2002 al 2007 ha registrato per cinque anni tassi di crescita del Pil superiori al 4%, mentre ora si trova sull’orlo di una guerra civile, oltre che di un default. Più che motivi di preoccupazione, in queste stime della Commissione europea trovo elementi che mi fanno ritenere che l’Italia sia stia comportando correttamente nella ripresa, perché la sta facendo senza drogarla. Non dimentichiamoci che in Germania senza gli incentivi al settore auto (dati dell’Istituto federale di statistica), i consumi privati delle famiglie tedeschi sarebbero cresciuti meno dell’1%.

Come mai vede aspetti positivi per l’Italia in questi dati?

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Leggendo attentamente le stime possiamo distinguere due aspetti: come è andato il 2009 e come dovrebbe andare il 2010. Nel 2009 il Pil italiano è sceso grosso modo come quello della Germania, dell’Inghilterra, meno di quello del Giappone e un po’ di più di quello della Francia. Anche se a Parigi hanno dovuto far crescere in maniera formidabile il deficit pubblico per evitare che il Pil cadesse. Questo però è un costume comune: con il debito pubblico si sta cercando di sostituire il debito privato che per anni ha sostenuto la crescita di alcuni paesi. Questa non è certo una strada virtuosa e basta guardare i Pil stimati per il 2010 per accorgersene: l’Italia crescerà dello 0,8%, la Francia dell’1,3% e la Germania dell’1,2%. La differenza non dipende però dalla competitività o dalla forza di un’economia.

 

E da cosa allora?

 

Dalla spesa pubblica. Se guardiamo all’appendice statistica, vediamo che l’Italia nel 2010 avrà un incremento dello 0,1%, mentre la Francia e la Germania dell’1,4%. È qui la differenza. E se andiamo a vedere il deficit pubblico rispetto al Pil, ci accorgiamo che Berlino passa dal 3,3% del 2009 al 5% del 2010, Parigi passa dal 7,5% all’8%, mentre l’Italia rimane ferma al 5,3%. I dati sul deficit primario (calcolati cioè togliendo gli interessi sul debito pubblico) sono ancora migliori per noi.

 

Perché, cosa dicono?

 

L’Italia passa dallo 0,6% del 2009 allo 0,7% del 2010, mentre la Francia passa dal 5,2% al 5,4% e la Germania dallo 0,7% al 2,3%. Non credo quindi che si possa dire in questo momento che l’Italia è indietro rispetto agli altri paesi: sta facendo una politica molto più accorta e non sta peggiorando i propri conti pubblici, anche perché è un “sorvegliato speciale”.

 

Il nostro problema resta quindi lo stock di debito pubblico accumulato.

 

Sì, anche se io sono molto polemico su come viene misurato questo stock, perché ritengo sia più utile farlo in base ai conti finanziari (di famiglie, imprese e governo) di un paese e non sul Pil, che è un flusso di reddito annuo in balia delle congiunture e che alla fine non serve a ripagare il debito, perché per farlo occorre tassare famiglie e imprese. Se andiamo quindi a vedere il rapporto tra ricchezza delle famiglie e debito pubblico in Italia (dati 2008 per quanto riguarda il numeratore e dati 2009 per quanto riguarda il denominatore) scopriamo che è pari al 68%, mentre la Francia è al 65% e la Germania al 61%. E sono certo che quando ci saranno i dati 2010, l’Italia sarà ancora più vicina a Francia e Germania. Questo dimostra che c’è una differenza tra l’Italia e quei paesi che hanno realmente un problema di sostenibilità del debito. La Grecia ha infatti un rapporto tra debito pubblico e ricchezza delle famiglie pari al 220%.

 

Dunque l’Italia non rischia come Portogallo e Spagna.

 

La situazione dell’Italia è migliore sotto due profili cruciali. Il primo è la solvibilità del debito: gli investitori istituzionali sanno benissimo che noi abbiamo la ricchezza finanziaria delle famiglie che è la seconda più alta d’Europa. Compresi i valori immobiliari (che da noi hanno tenuto a differenza di altri paesi in cui c’è stata una bolla) quella pro capite è intorno ai 220.000 dollari, quando per gli inglesi questo dato è pari circa a 200.000 dollari e per gli americani a 150.000. Certo, abbiamo un debito regresso che pesa, e penso che questo sia proprio il momento adatto per aggredirlo e superare gli altri paesi che avranno difficoltà a frenarlo.

 

Cosa bisognerebbe fare per aggredire il debito pubblico italiano?

 

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Andrebbe innanzitutto tagliata la spesa pubblica improduttiva per destinarla a investimenti. Occorre anche una riforma fiscale che, oltre a essere più equa per i cittadini, faccia emergere l’evasione: è inconcepibile, in particolare in un momento di vacche magre come questo, avere della ricchezza che non emerge e che sottrae al fisco le risorse necessarie per pareggiare i conti e per ipotizzare nuovi investimenti. Queste misure potrebbero dare un grosso segnale in controtendenza rispetto agli altri grandi paesi, perché per i prossimi due-tre anni la crescita del Pil non avrà più tanto peso: quel che sarà determinante è la solidità dei conti pubblici. A questo proposito, vorrei citare uno studio del novembre 2009 del Fondo monetario internazionale (ricordato recentemente da Tremonti) riguardante lo stato delle pubbliche finanze e che è passato abbastanza inosservato.

 

Cosa dice questo studio?

 

Il Fmi si è esercitato a rilevare il grado di pericolosità del debito pubblico e lo sforzo che ciascun paese dovrebbe fare per consolidarlo e portarlo entro il 2030 al 60% del Pil. Il risultato è che moltissimi stati dovrebbe sistematicamente avere un avanzo primario di bilancio. Questo dovrebbe essere, dal 2010 al 2020, per l’Italia pari al 4,8% del Pil. Per la Germania questo dato scende al 3,4%, ma per la Francia sale al 6,1%, per gli Usa all’8,8%, per la Spagna al 10,7%, per l’Irlanda all’11,8%, per il Giappone al 13,4% e per la Gran Bretagna al 18,8%. Questo dimostra che serve una valutazione di insieme quando si parla di problema del debito.

 

Tornando alla domanda di prima, qual è il secondo elemento cruciale che differenzia l’Italia da Portogallo e Spagna?

 

È l’indebitamento estero. L’Economist ha ripreso delle stime del Fmi relative al 2008 che dicono che il Portogallo ha oltre il 92% di investimenti esteri netti sul Pil, la Spagna arriva al 75%, la Grecia al 70%, l’Irlanda è sopra il 55%, gli Usa stanno al 24%, l’Italia sta poco sopra il 20%, la Francia è al 18%, mentre Germania e Giappone hanno addirittura una posizione estera positiva. Questo dimostra che c’è una situazione assolutamente gestibile delle finanze italiane e spiega perché la Grecia è in default nonostante un rapporto debito/Pil al 115% che è più basso del nostro. C’è anche un rapporto di Citigroup molto interessante.

 

Quali elementi particolari contiene?

 

Utilizzando le proiezioni del Fmi, si arriva alla conclusione che Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone sono in una situazione simile o peggiore di quella dei cosiddetti Pigs per quanto riguarda gli sforzi di lungo termine da compiere per consolidare il proprio debito pubblico. Sempre in questo rapporto si legge che il debito estero netto e la bilancia dei pagamenti dell’Italia sono piuttosto modesti.

 

Secondo lei l’euro sopravviverà a questa crisi?

 

Se improvvisamente la Spagna dovesse dirci che anche lei ha sbagliato a fare i conti, sicuramente ci troveremmo in una crisi dell’euro di proporzioni bibliche. Partendo dal presupposto che il problema era solo della Grecia e al massimo estendibile all’Irlanda, dato che ha 80 miliardi di titoli tossici (una cifra pari alla metà del Pil) in pancia alle proprie banche, penso che se non esploderanno aberranti avvitamenti dei paesi dell’eurozona che non sono in grado di andare avanti su una strada virtuosa di contenimento del debito e del deficit, allora l’euro potrà sfruttare una sua forza fondamentale: il fatto che Germania, Francia e Italia insieme hanno esportazioni di prodotti industriali più grandi di quelle di Stati Uniti e Cina.

 

L’euro sta perdendo sempre più terreno rispetto al dollaro. Questo può essere positivo per le nostre imprese?

 

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Certo, l’euro è più debole rispetto a quando valeva 1,47 dollari e si diceva però che valeva troppo. I fondamentali del dollaro restano a mio avviso molto negativi nel medio-lungo termine. Sull’attuale debolezza dell’euro ha pesato il tentennamento europeo: ci sono voluti tre mesi per mettere a punto un piano strategico di intervento nei confronti della Grecia. Penso francamente che se si consolidasse un rapporto euro/dollaro di questo tipo per motivi fisiologici e non patologici ci sarebbe solo da star contenti, perché i nostri esportatori avrebbero da guadagnare. Ma ho i miei dubbi che quello attuale sia un rapporto fisiologico, non tanto per la debolezza dell’euro, quanto per quella del dollaro.

 

In settimana dovrebbe arrivare il decreto del Governo per stanziare i fondi da destinare alla Grecia. Secondo lei questo intervento è giusto?

 

Assolutamente sì. Ritengo che la Grecia andasse commissariata prima, con un rapido intervento di tutti che forse sarebbe stato meno costoso. Mi accorgo anche che la Merkel ha forse capito di essere stata deludente rispetto ai suoi predecessori che hanno costruito l’Europa e ora sta recuperando, forse anche per via delle imminenti elezioni. Penso che sia fondamentale tenere in piedi l’euro che ora è sotto un attacco speculativo molto forte da parte di grandi fondi americani, favorito oltretutto dall’Europa stessa e dalle sue incertezze. Come ha dichiarato Delors, se avessimo avuto già gli eurobond, la speculazione sarebbe corsa via a gambe levate dall’Europa.

 

Perché?

 

Gli eurobond sono l’unico modo per fare debito nuovo, perché l’Europa ha una sua credibilità che è molto più forte di quella dei singoli stati membri. Un grande debito pubblico europeo, emesso magari collateralizzando le riserve auree delle banche centrali, sarebbe comprato da tutti, anche dagli speculatori che adesso si accaniscono contro la Grecia.

 

Si sta sempre più parlando della necessità di rivedere il Patto di stabilità e crescita europeo. Cosa ne pensa?

 

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Ritengo che proprio in una fase di revisione dei Patti di stabilità e di crescita sia necessario introdurre metodologicamente l’innovazione di guardare anche ai conti finanziari delle nazioni. Finora si è guardato solo al debito pubblico, che è la punta dell’iceberg. Ed è grazie a questo che si è permesso a paesi come Stati Uniti, Spagna, Irlanda e Inghilterra di ingannare con specchietti per allodole investitori e imprenditori. Molti di quest’ultimi hanno creduto che ci fossero mercati invincibili. Basta pensare alla Spagna o all’Irlanda: le imprese che hanno creduto di esportare lì, solo perché il rapporto debito/Pil era basso, ora si trovano nei guai.

 

Si ipotizza anche l’accentramento delle politiche fiscali a livello europeo. Condivide?

 

Penso che se l’Europa vuole avere un ruolo pieno e non dimezzato debba puntare a un coordinamento delle politiche economiche, fiscali e persino industriali. In questi anni infatti abbiamo avuto commissari europei preoccupati di garantire il libero accesso di prodotti cinesi nell’Unione, anche in dumping, mentre occorreva tutelare i posti di lavoro europei. Chiaramente, dove il mercato ci dice che un settore è decotto allora è senz’altro così, ma se l’indicazione arriva dal dumping allora non va bene. Questo l’Europa non l’ha capito e per questo abbiamo perso posti di lavoro e opportunità. Ora resta da capire se il fatto che Germania, Francia e Italia insieme possono essere la prima potenza economica al mondo ci interessa o no.

 

(Lorenzo Torrisi)

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