CRISI/ Gotti Tedeschi: educhiamo al “perché” delle cose invece di seguire alchimie finanziarie

Secondo ETTORE GOTTI TEDESCHI, presidente dello Ior, per uscire dalla crisi sono fondamentali tre passaggi, come spiegherà oggi al Meeting di Rimini

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Tra gli interventi di oggi del Meeting di Rimini ci sarà anche quello di Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior, in un incontro dal titolo “Un impiego per ciascuno. Ognuno al suo lavoro. Una strada per l’uomo”. Nelle scorse settimane su ilsussidiario.net abbiamo parlato della contestazione delle sue tesi a opera di Giovanni Sartori. Oggi abbiamo l’opportunità di farci spiegare direttamente da Gotti Tedeschi perché la crescita demografica è così importante per uscire dalla crisi economica.

 

Professore, ci può anticipare i temi dell’intervento che terrà al Meeting di Rimini?

Comincerò spiegando che cosa ha causato la crisi che stiamo attraversando, ovvero il crollo della crescita demografica nei paesi occidentali. Da metà degli anni ‘70, il mondo occidentale ha infatti smesso di fare figli. Questo ha provocato una flessione del Pil e conseguentemente ha innestato tre fenomeni economici: la crescita dei costi fissi delle strutture dei paesi del mondo occidentale; la diminuzione dei risparmi; la crescita delle tasse.

Non è stato fatto nulla per contrastare questi fenomeni?

Si è cercato di farlo con due interventi che sono risultati insufficienti, seppur opportuni: la ricerca di maggior produttività e la delocalizzazione. C’è stato poi un terzo intervento assolutamente inopportuno e che ha causato ulteriori problemi: la crescita alimentata attraverso il debito. Oggi infatti, i paesi occidentali sono in difficoltà e devono ridurne la mole accumulata nel tempo. L’Italia in particolare deve affrontare i tre principali peccati originali della sua economia: statalismo inefficiente; privatizzazioni malfatte; i problemi creati per entrare nell’euro.

Non tutti però sono d’accordo con questa sua analisi, soprattutto per quanto riguarda l’origine principale della crisi. Perché?

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Fondamentalmente penso per due ordini di ragioni. Il primo è culturale: in una certa cultura nichilista, positivista, c’è un “odio”crescente verso l’uomo, visto come una sorta di “cancro” del Pianeta. Secondo questa visione, l’umanità non deve crescere, deve smetterla di popolare la terra. Un aumento del numero degli uomini porterebbe infatti crescita economica, la quale peggiorerebbe la vita, in quanto incoraggerebbe i consumi e distruggerebbe le risorse naturali disponibili. Questa è un’ideologia in senso stretto: quella neo-malthusiana.

 

E la seconda ragione?

 

È più di carattere intellettuale, professionale. Chi non condivide quanto ho prima detto, implicitamente non conosce l’economia, la matematica e la storia. Mi spiego facendo un esempio. Nel 1960 il Pil pro-capite dei paesi ricchi era 26 volte quello dei paesi poveri. Nel 1995 questo rapporto è salito a 57, mentre nel 2000 è sceso a 7. Dietro a questi dati c’è un rapporto matematico tra un numeratore (crescita del Pil di una nazione) e un denominatore (popolazione di quella nazione). Questo rapporto nel tempo può essere innalzato aumentando il numeratore o diminuendo la popolazione.

 

Quindi?

 

Per tornare all’esempio di prima, l’aumento del gap del Pil pro-capite tra paesi ricchi e poveri dal 1960 al 1995 è stato ottenuto perché nei paesi ricchi si è cominciata ad avere la crescita zero della popolazione. Di conseguenza il denominatore fermo ha fatto crescere il rapporto pur in presenza di una crescita modesta del Pil. Quando Cina e India sono riuscite ad aumentare il loro Pil più della crescita della loro popolazione, diventando di fatto attori economici globali, allora si è arrivati in poco tempo (dal 1995 al 2000) a portare il rapporto a 7. Per fare un paragone, fermare la crescita della popolazione equivale a smettere di fare investimenti in un’impresa: è chiaro che nel breve periodo questo farà aumentare l’utile netto, ma nel medio termine ci sarà una perdita di competitività, dato che gli investimenti non sono stati fatti. C’è poi un dato molto interessante da considerare.

 

Quale?

 

È un dato accettato da tutti: la crescita del Pil a ritmo dell’1% l’anno provoca il raddoppio del Pil in 80 anni, mentre la crescita del Pil a ritmo dell’8% l’anno provoca il raddoppio del Pil in 9 anni. È da parecchio tempo che un paese come la Cina ha ritmi di crescita spaventosi, mentre gli Stati Uniti, tuttora leader globali, hanno rallentato. Già una decina di anni fa un rapporto di Goldman Sachs sosteneva che l’Asia nel 2020 avrebbe creato più Pil dell’America, con le relative conseguenze geopolitiche. E così gli Stati Uniti hanno dovuto avviare quel processo di crescita “artificiale” a debito, in modo da sostenere la crescita del Pil. Quanto ho detto finora dovrebbe far capire che si può anche accettare di evitare la crescita della popolazione, purché si sia pronti a diventare più poveri.

 

Ma come si è arrivati a teorizzare la necessità di una crescita zero della popolazione?

 

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Dal ’68 in poi c’è stato un boom delle teorie malthusiane, che vennero divulgate nelle università americane, prima a Stanford e poi al Mit. Allora il professor Irving, dell’Università di Stanford, aveva fatto una previsione secondo cui prima del 2000, se il tasso di popolazione fosse rimasto crescente come negli anni precedenti (4-4,5%), centinaia di milioni di persone sarebbero morte di fame. Questa teoria (e altre simili) ebbe ampia diffusione, dando vita alla scuola neo-malthusiana, che sosteneva che il mondo occidentale per sopravvivere doveva ridurre il tasso di crescita della popolazione. La “cultura dominante” fece propria questa teoria, attraverso libri, conferenze, università, media. In Italia passò attraverso il Club di Roma. Tutto questo lavoro ha in breve tempo avuto un’influenza anche sul ruolo della famiglia.

 

In che modo?

 

Non solo avere molti figli voleva dire “inquinare” la Terra, ma la famiglia stessa veniva vista come qualcosa di innaturale, specie per quel che riguarda l’educazione. I genitori che educavano facendo a meno delle teorie sociali alla moda erano visti come coloro che crescevano esseri umani egoisti. C’è stata poi la nascita del femminismo, che non ha fatto altro che contrapporre la donna all’uomo. Tenga anche presente che a metà degli anni ‘70 lo stipendio di un padre di famiglia era a valori attuali molto superiore allo stipendio di una coppia di oggi. Questo la dice lunga su come si è voluto deformare il ruolo della famiglia di allora, dove l’uomo andava a lavoro e la donna stava a casa a curare e crescere i figli. Questo sistema trasversale culturale nell’arco di circa 20 anni ha corrotto il ruolo delle nascite, della famiglia e dell’educazione.

 

Lei ha detto che il crollo delle nascite porta a una situazione economica peggiore. Può farci un esempio legato al contesto italiano?

 

Sì: l’aumento delle tasse. Nel corso degli ultimi 30 anni in Italia, grazie alla crescita demografica zero, è diminuita la popolazione giovane, mentre è aumentata quella anziana. Questo vuol dire che c’è meno gente che entra nel ciclo produttivo e più persone che ne sono uscite, che sono in pensione, cosa che comporta l’aumento dei costi fissi. E come fa un’economia a compensare gli effetti del cambio della struttura della popolazione? Con le tasse. Negli anni Ottanta queste pesavano circa il 30% sul reddito, oggi arrivano ormai al 50%.

 

Per rimettere le cose a posto, per uscire dalla crisi economica in cui sembriamo impantanati, basta fare più figli?

 

Sì, ma non solo. Questo è uno dei tre passaggi che ritengo importanti per cercare una via d’uscita. Senz’altro bisogna riprendere a fare figli nel mondo occidentale, ma in una famiglia vera, fatta di papà e mamma, fondata sul matrimonio. Quello che le sto esponendo e che spiegherò al Meeting non lo dico da moralista, ma da economista. Del resto nessun vero economista ha mai messo o mette in discussione che l’andamento dell’economia è direttamente collegato a quello della popolazione.

 

Quali sono gli altri passaggi che ritiene importanti?

 

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Il primo è questo: invece di pensare a mettere a posto gli strumenti (finanza, controlli, governance), bisogna rimettere a posto l’uomo. Si ridia all’uomo il vero ruolo nell’universo e nella natura. Il problema vero degli strumenti infatti è come vengono usati e questo dipende dal senso che dà loro l’uomo. Bisogna far quindi ritrovare all’uomo il senso della vita. Questo è il compito dei preti. Bisogna che, invece di insegnare politica e sociologia, tornino a insegnare dottrina. La crisi di oggi dipende anche dal fatto che i preti non hanno insegnato dottrina e l’uomo si è perso. Lo dice anche don Massimo Camisasca nel suo ultimo libro “Padre” e lo ha detto anche il cardinal Scola in un incontro di presentazione di questo testo cui ho partecipato.

 

E qual è l’ultimo passaggio necessario?

 

Bisogna fare più figli, ma occorre educarli alla cultura del “saper perché” e non del “saper come”. La mia generazione è cresciuta con la cultura del capire il perché delle cose. Negli anni Ottanta c’è stato un passaggio fondamentale verso una cultura importata dagli Stati Uniti che si preoccupa solo di far apprendere come fare una cosa. Abbiamo perso quindi la domanda chiave che un uomo deve porsi, cioè il perché delle cose. Infatti quando il “come” cambia, ora l’uomo si ritrova spiazzato, non è in grado di capire cosa succede intorno a lui. Occorre quindi ricostruire il modello educativo.

 

(Lorenzo Torrisi)

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