FINANZA/ 2. Perché l’Italia non “processa” l’Ue e i suoi diktat?

- int. Antonio Maria Rinaldi

Prendendo spunto da quanto accade in Germania, secondo ANTONIO MARIA RINALDI, la Consulta italiana dovrebbe rigettare le direttive troppo penalizzanti per il nostro Paese

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Invocare il principio di reciprocità, stabilito dalla Costituzione, nella ratifica delle direttive europee. È la proposta di Antonio Maria Rinaldi, professore dell’Università Gabriele d’Annunzio dell’Università di Chieti-Pescara. L’esperto di finanza internazionale parte da un dato di fatto: in Germania le leggi nazionali contano di più di quelle comunitarie, in Italia al contrario qualsiasi direttiva Ue deve essere obbligatoriamente recepita. Ciò nonostante il fatto che l’articolo 11 della Costituzione affermi che l’Italia “consente, a condizione di reciprocità e di eguaglianza, le limitazioni di sovranità necessarie ad un’organizzazione internazionale che assicuri la pace e la giustizia per i popoli”. Rinaldi ha deciso di aprire il caso mentre la Corte costituzionale tedesca si prepara a pronunciarsi sulla possibilità di fissare un tetto massimo all’Omt, cioè il programma di acquisto di bond degli Stati in difficoltà da parte della Banca centrale europea.

La Corte costituzionale tedesca dovrà pronunciarsi sull’Omt. L’intervento della Consulta italiana che lei auspica su che tema dovrebbe essere?

La Corte costituzionale italiana non dovrebbe pronunciarsi sull’Omt, bensì sul fatto che in Germania, un Paese membro dell’Ue, si è presa la decisione di subordinare l’ordinamento comunitario a quello nazionale. La mia proposta è di fare la stessa cosa anche in Italia, dal momento che purtroppo siamo abituati in modo supino a essere accondiscendenti a qualsiasi dettame europeo.

Per quale motivo ha evocato l’articolo 11 della Costituzione?

La Costituzione afferma che per l’Italia è possibile cedere porzioni di sovranità, a condizione che ciò avvenga in condizioni di reciprocità. In particolare con il Fiscal compact, ci siamo resi conto che noi abbiamo subordinato l’ordinamento italiano a quello comunitario. Il primo articolo della Costituzione afferma che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, e non sul pareggio di bilancio. L‘articolo 11 della Costituzione parla di parità di condizioni. Per quanto riguarda tutte le cessioni fatte in nome del diritto europeo, deve quindi essere verificato se esiste il principio della reciprocità. Noi adottiamo o recepiamo una direttiva, e ogni volta dobbiamo sapere che cosa riceviamo in cambio.

La Germania ha, secondo lei, tratto benefici dall’euro più di qualsiasi altro Paese?

La Germania da questa configurazione monetaria ha dei vantaggi legati al fatto che la sua bilancia commerciale estera è pari alla somma del deficit di tutti gli altri. La Germania si avvantaggia quindi di questa azione monetaria, perché rispetto ai suoi fondamentali l’euro è svalutato, mentre rispetto ai fondamentali di tutti gli altri paesi è sopravvalutato. Se la Germania oggi avesse il marco invece dell’euro, non si rapporterebbe a 1,32 nei confronti del dollaro, ma sarebbe a 1,70. Viceversa l’Italia, la Francia e la Spagna non avrebbero il cambio con il dollaro a 1,32, ma probabilmente sarebbero alla pari.

 

Quali possono essere le conseguenze per l’Italia di una bocciatura del programma Omt da parte della Corte tedesca?

La conseguenza sarebbe l’innalzamento dello spread, con future possibilità estremamente concrete di insostenibilità del debito.

 

Draghi ha dichiarato all’emittente tv tedesca ZDF che “con l’acquisto di bond non garantiamo la solvibilità degli Stati, bensì preserviamo l’euro”. Cosa ne pensa?

Draghi sta facendo i salti mortali, ed è chiaro che deve dire così per cercare di tranquillizzare i politici tedeschi, e soprattutto l’opposizione che in Germania supporta una decisione della Corte contraria all’Omt. Quella del presidente della Bce è una mossa psicologica per cercare di allentare la tensione, ma si tratta comunque di un fatto grave, perché la Bce non deve essere considerata alla stregua di una filiale della Bundesbank. La Banca centrale deve essere autonoma e avere come finalità il fatto di essere a disposizione della comunità monetaria europea, e non della Germania.

 

Lei in altre occasioni ha affermato che “gli altri Stati membri comunitari considerano l’Unione sempre comunque nell’interesse massimo del proprio Paese”. In molti, per quanto riguarda l’Italia, parlano “dividendo euro”, dell’abbassamento dei tassi derivato dall’adozione dell’euro… Tutte frottole?

Le rispondo con un esempio. Se vado al bar di fronte a casa il caffè lo pago 1 euro, al baretto del circolo del calcetto solo 30 centesimi. Per fare parte del circolo devo però pagare una quota annuale, e quindi di fatto ciascun caffè lo pago 2 euro. È quindi vero che, attraverso il dividendo dell’euro, abbiamo avuto il vantaggio della diminuzione dei tassi, ma l’abbiamo pagato mille volte di più in altre cose.

 

Ritiene che si debbano cercare delle vie d’uscita dalla moneta unica e quali soluzioni tecniche propone?

L’Italia non ha avuto mai nessun peso contrattuale, perché non è mai riuscita a proporre delle alternative, a differenza per esempio dell’opting out dell’Inghilterra. La teoria dei giochi afferma che se sei sempre accondiscendente nei confronti delle richieste da parte del tuo interlocutore finisci per essere in sua balia. Se un genitore dice sempre di sì al figlio, è chiaro che quello se ne approfitta. Nel momento in cui gli dice che se non fa i compiti non gli dà la paghetta, il figlio capisce che deve comportarsi di conseguenza. L’Italia nei confronti dell’Europa ha sempre detto di sì, e quindi i nostri interlocutori hanno sempre preteso senza che noi potessimo avere nessuna alternativa.

 

Secondo lei, occorre un referendum sull’euro e sull’Ue simile a quello che ha annunciato Cameron nel Regno Unito?

In Italia è impossibile perché l’articolo 75 della nostra Costituzione afferma che i trattati internazionali non possono essere sottoposti a referendum. Una decisione come l’uscita dall’euro potrebbe essere presa solo dal nostro governo. Meno però si prende in considerazione quest’ultima ipotesi, e più drammaticamente ci avvicineremo al punto di rottura che ci costringerà a uscire dall’euro.

 

(Pietro Vernizzi)



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