FINANZA/ I “diktat” di Letta alla Germania

- int. Francesco Forte

Per FRANCESCO FORTE, il presidente del Consiglio dovrebbe chiedere che si acceleri sull’unione bancaria e nello stesso tempo che la Germania e l’Europa attuino una politica espansiva

enrico_letta_teso Enrico Letta (Infophoto)

“Bisogna che il governo sappia con autorevolezza ingaggiare un braccio di ferro, senza strepiti ma con grande risoluzione”, nei confronti della Merkel. Lo ha affermato Silvio Berlusconi in un’intervista rilasciata a Il Foglio. Per il Cavaliere, l’obiettivo di Letta deve essere quello di “convincere i paesi trainanti dell’Europa che siamo di fronte a una alternativa secca: o si rimette in moto in forma decisamente espansiva il motore dell’economia, compreso quello finanziario legato alla moneta unica, uscendo dalla paralizzante enfatizzazione della crisi da debito pubblico, oppure le ragioni strategiche della solidarietà nella costruzione europea, dall’unione bancaria a tutto il resto, si esauriscono e si illanguidiscono fino alla rottura dell’equilibrio attuale”. Abbiamo chiesto un parere a Francesco Forte, economista ed ex ministro delle Finanze.

Professor Forte, ha ragione Berlusconi ad auspicare un “braccio di ferro” con la Merkel?

Berlusconi ha certamente ragione, anche se occorre tenere conto del fatto che in queste trattative si parte chiedendo molte cose e poi se ne ottiene solamente una parte. Alcune cose però le deve fare anche l’Italia, e cioè liberalizzare maggiormente il mercato del lavoro, a partire da quello giovanile ma non solo. Ciò va fatto rimettendo in campo una maggiore flessibilità. Il fronte principale nei rapporti con l’Europa deve essere invece il fatto di barattare l’unione bancaria con una politica espansiva, che per l’Italia è fondamentale.

Quindi Letta dovrebbe rivolgere all’Ue queste due richieste?

Sì, il presidente del Consiglio dovrebbe chiedere che si acceleri sull’unione bancaria e nello stesso tempo che la Germania e l’Europa attuino una politica espansiva. Va lasciata a Berlino e a Bruxelles la possibilità di scegliere in che modo realizzare concretamente le richieste italiane. Anche se ovviamente i due strumenti principe devono essere la Banca centrale europea e l’unione bancaria. Occorre puntare su quest’ultima, su una riforma del lavoro più incisiva e sull’espansione bancaria e fiscale. L’espansione va accompagnata con la vendita di beni pubblici, in modo da non aggravare il grosso problema del debito pubblico.

Quale strategia può essere vincente nei confronti dell’Unione europea?

Occorre puntare su una strategia ampia, attraverso cui l’Italia possa mettere sul piatto anche gli impegni che deve rispettare. E’ importante che il nostro Paese torni a essere protagonista a livello europeo, e che quindi chieda a nome di tutti gli Stati che hanno queste difficoltà, tra cui la stessa Germania che sta per entrare in recessione, che si faccia una politica europea di espansione.

 

In che modo andrebbe attuata questa politica espansiva?

Attraverso le azioni della Banca centrale, degli Stati membri che sono in grado di farlo e della Banca europea per gli investimenti (Bei). Anche il rilancio della politica europea delle infrastrutture può andare in questa direzione, in particolare attraverso i fondi comunitari per le politiche regionali. Già si era discusso di rilanciare la politica europea delle infrastrutture con il project financing, e mi sembra che questa sia una proposta di grandissima importanza. La Bundesbank ha dovuto ritoccare al ribasso la crescita della Germania e tra i tedeschi l’euroscetticismo è in crescita.

 

L’euro ha ancora un futuro?

L’euro non rischia la dissoluzione, ma l’Eurozona, Germania inclusa, rischia la depressione. Anzi quest’ultima è già in atto, e Berlino deve cercare di affrontare la recessione in Europa, che adesso interessa anche i tedeschi, con una strategia fiscale e monetaria. In cambio la Germania avrà diritto a ottenere maggiori riforme da parte dell’Italia. Il pericolo non è che l’euro si distrugga, quanto che la moneta unica diventi una “zona di infelicità”, portando come conseguenza a delle tensioni sociali enormi.

 

(Pietro Vernizzi)







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