“NUOVO” PIL/ Arrigo: “l’aiutino” al Governo lascia l’Italia sul baratro

- int. Ugo Arrigo

Per UGO ARRIGO, le nuove statistiche non devono farci dimenticare le enormi risorse che vanno perse nel passaggio tra la raccolta di tasse e l’offerta di servizi pubblici

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L’Istat ha pubblicato ieri i dati sui conti economici nazionali nel periodo 2009-2013 basati su una nuova metodologia, il cosiddetto Sistema europeo dei conti nazionali e regionali (Sec 2010). La principale novità è che il nuovo sistema inserisce anche ricerca, spaccio di droga e prostituzione come elementi di cui tenere conto per il calcolo del Pil. Come conseguenza il rapporto deficit/Pil nel 2013 si riduce dal 3% al 2,8%. Abbiamo chiesto un commento a Ugo Arrigo, professore di Finanza pubblica all’Università di Milano-Bicocca.

Come valuta i nuovi dati sul Pil calcolati dall’Istat attraverso il sistema Sec 2010?

Siccome occorre adempiere ai requisiti europei dal punto di vista formale, è chiaro che avere un margine dello 0,2% aiuta, soprattutto in un momento in cui le previsioni vanno invece riviste in senso peggiorativo perché l’economia continua a non migliorare. Questa revisione aiuta quindi in modo marginale il governo italiano a rispettare nella forma i parametri europei.

Nella sostanza che cosa cambia?

Nella sostanza non cambia nulla, in quanto l’Italia resta un Paese che non riesce a crescere da molti anni e per il quale la recessione non è ancora terminata. La sostanza del quadro economico resta la stessa, anche se l’entrata in vigore di Sec 2010 aiuta in parte ad adempiere formalmente a questo requisito numerico che è una sorta di adempimento vincolante. Avendo promesso un certo risultato, che però non si potrà ottenere perché l’Italia non cresce, questo vantaggio dello 0,2% aiuta quantomeno a non fare brutta figura.

Che cosa occorrerebbe per riuscire a fare di più?

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Il modo migliore per spiegarlo è la metafora del secchio bucato dell’economista Arthur Okun. Quando lo Stato trasporta risorse economiche dei cittadini dalla tassazione alla spesa una parte si perde per strada. Purtroppo il secchio della macchina pubblica dell’Italia è molto più bucato rispetto a quello degli altri Paesi, e quindi si perdono molte più risorse per strada.

E quindi che cosa si può fare?

Le soluzioni possibili sono due: rattoppare il secchio o ridurre l’ammontare d’acqua che si trasporta. Questa seconda possibilità si realizza facendo sì che i cittadini paghino per una parte dei servizi pubblici in funzione di quello che comprano in sanità, istruzione, trasporti e così via. La conseguenza sarebbe quella di avere automaticamente 60 milioni di “controllori” della spesa pubblica, perché se i servizi offerti non sono di qualità i cittadini sceglieranno di non usufruirne.

Perché il bonus da 80 euro non è riuscito a sollevare la nostra economia?

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Il bonus da 80 euro andrebbe accompagnato da garanzie che non vi sarà un aumento di altre tasse. Occorre un tetto alle aliquote delle imposte comunali, mentre oggi c’è incertezza e ciò fa sì che i cittadini non spendano il bonus perché temono che sarà sottratto loro attraverso altre fonti. Il governo dovrebbe lanciare il messaggio che d’ora in poi le aliquote non si alzano più e che ci si preoccuperà soltanto di abbassarle, incominciando dall’Irpef.

 

Lei si aspetta che al contrario ci saranno degli aumenti di tasse?

No, perché sarebbero del tutto controproducenti e rappresenterebbero il colpo di grazia alla domanda interna. Ma iniziare ad abbassare le tasse non avrà nessuna efficacia, finché non c’è nessuna garanzia che a fronte di quella imposta che si abbassa nessun’altra sarà aumentata.

 

Con Sec 2010 cala anche il rapporto debito/Pil. Questo ci aiuta ad avere meno pressioni dall’estero?

Di fatto grazie alle politiche della Bce, il debito pubblico così pesante non manifesta i suoi effetti deleteri. Il rischio del debito italiano dipende dai tassi che si devono sostenere, quindi se questi sono bassi i rischi si riducono. Oggi il pericolo del debito non c’è, soprattutto perché il costo per rifinanziare il debito è estremamente basso.

 

(Pietro Vernizzi)

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