FINANZA E TERRORE/ I 7 “rischi” per l’Italia (e l’Ue)

- Stefano Cingolani

Dopo gli attentati di Parigi, bisogna cambiare le priorità di politica economica. Le aspettative, spiega STEFANO CINGOLANI, possono infatti volgere rapidamente al peggio

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L’Unione europea ha rinviato a marzo il giudizio sulla politica fiscale italiana, ma non ha mancato di far sentire i suoi rimbrotti: troppo deficit, poca crescita, la spesa non è sotto controllo, le tasse sono eccessive, soprattutto sul lavoro, mentre il governo ha usato per la prima casa le scarse risorse a sua disposizione. Un elenco di lagnanze noto e ripetuto, ma che non è senza fondamento. Al contrario, sottolinea con puntigliosa esattezza i limiti della Legge di stabilità. Non coglie però il suo limite di fondo: la manovra è stata concepita e presentata prima del 13 novembre, prima dell’attacco terrorista a Parigi.

Intendiamoci, c’era già stato il massacro di Charlie Hebdo, ma era sembrato a tutti un evento in qualche modo eccezionale; la guerra civile in Siria aveva il volto dei rifugiati e il Califfato era lontano, ci raggiungeva solo con le orrende immagini delle decapitazioni. Adesso che la guerra al terrore è tra noi, non si può fare finta di niente. Le conseguenze saranno consistenti, forse addirittura pesanti, anche sulle economie e sulle politiche di bilancio.

La Francia ha aperto la danza, dicendo chiaro e tondo che non rispetterà i vincoli di Maastricht, perché la sicurezza è al primo posto e spendere per la sicurezza non è solo pagare meglio o armare con mezzi più efficienti la polizia, ma mettere in piedi una forza di spedizione punitiva in Siria, spendere per operazioni militari in territori lontani e ostili.

E non basta. Tutti si riempiono la bocca di analisi sul brodo di coltura dei terroristi fai da te, dei foreing fighters, delle nuove reclute del Califfato, si parla di povertà, emarginazione, periferie abbandonate, giovani disoccupati e tutto il resto. Né la sociologia spicciola, né l’economia bastano a spiegare i kamikaze islamici, tuttavia non c’è dubbio che le condizioni di vita favoriscono quel retroterra di consenso e complicità che li protegge. La conseguenza pratica e immediata è che bisogna investire di più per risanare le banlieue, per lo stato sociale, per creare posti di lavoro. E sarà lo Stato ad aprire il borsellino, almeno in prima battuta.

Ciò può rappresentare un alibi per lo spendi e spandi, anch’esso gravido di pericoli perché scassare le finanze pubbliche è la premessa per indebolire un Paese. Lenin diceva che l’inflazione è il miglior modo per far crollare il capitalismo dall’interno; il debito fuori controllo è senza dubbio il miglior modo per far crollare uno Stato. Tuttavia, l’Ue non può non capire che dal 13 novembre nuove minacce s’addensano sull’Europa, il che vuol dire che bisogna cambiare in fretta le priorità di politica economica. La crescita a spron battuto, lo sviluppo della produzione e l’aumento dei posti di lavoro debbono far premio su tutto il resto.

Il clima internazionale che aveva favorito fin qui la ripresina europea, volge al brutto. È vero, i mercati finanziari non hanno reagito in modo isterico agli attentati di Parigi. Ma attenzione, le aspettative possono volgere rapidamente al peggio, per una serie di motivi:

1- La pronta e compatta reazione dell’Europa e del mondo occidentale non s’è vista; se va avanti così, gli adepti del Califfo rialzeranno presto la testa, convinti che l’Occidente molle e diviso merita altri colpi mortali.

2- Le tensioni tra Russia e Turchia possono degenerare in una guerra nella guerra, con la Russia in recessione profonda e la Turchia anch’essa in crisi.

3- La Bce dovrà stampare altra moneta e la Federal Reserve rinviare l’aumento dei tassi, ma entrambe le mosse verrebbero interpretate come segni di debolezza.

4- Il prezzo del petrolio sotto i 40 euro comincia a picchiare duro sulle finanze dell’Arabia saudita che sarà spinta a far pressione per un rialzo. Oggi come oggi non ci sono le condizioni di mercato, ma questo braccio di ferro provocherà un’instabilità che dalle materie prime ricadrà anche sulle borse.

5- Nelle economie emergenti continuano le difficoltà attuali, il che provoca un ristagno nella domanda mondiale.

6- Anche la Cina dovrebbe mantenere questo ritmo di crescita modesto rispetto al suo standard, con in più alcuni punti interrogativi di natura geopolitica: continua infatti la tensione nel Mar cinese meridionale per le isole contese che coinvolge Filippine, Vietnam, Corea del sud, la stessa Taiwan, nonostante i primi tentativi di riavvicinamento con la madre patria; mentre il Giappone osserva preoccupato e scalda i motori delle sue navi e dei suoi aerei.

7- Il conflitto con l’Isis investe anche il mondo cibernetico; internet non è sicura, anzi sta diventando l’arena di una battaglia informatica che può persino diventare decisiva. È un altro mutamento di fondo nello scenario al quale eravamo abituati in questi anni. La crisi economica scoppiata nel 2008 non ha inciso sulla grande rete, al contrario ha spinto a potenziarla ed estenderla, rendendo più rapida la penetrazione di internet nei servizi. Adesso le cose potrebbero cambiare. Tutti ormai paghiamo quasi tutto (a cominciare dalle tasse) sul web, un mezzo che può essere hackerato dai terroristi con un effetto clamoroso rispetto al quale le rapine per finanziare i gruppi guerriglieri sono giochi da ragazzi.

L’elenco potrebbe continuare, ma già questo chiarisce che i signori del denaro, i detentori e i traghettatori del capitale, così come le istituzioni economiche e i governi, debbono rapidamente cambiare spalla al fucile e mettere a punto una strategia efficace per far fronte a questi nuovi pericoli.

Lo avranno capito i burocrati di Bruxelles che continuano come nulla fosse a fare i loro compitini passando al setaccio le Leggi di stabilità?

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