ITALIA COME LA GRECIA?/ Da Atene: noi senza scelta, la vostra è una crisi diversa

- Sergio Coggiola

La situazione dei rapporti tra Italia ed Europa ricorda quella che ebbe la Grecia con Bruxelles. Ma si tratta di due crisi diverse

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LaPresse

«Una faccia, una razza»? Un tormentone che senti spesso pronunciare ad Atene. Soprattutto di questi tempi, da quando l’Italia è tornata sulle prime pagine dei quotidiani ellenici. Se lo spread italiano sale, sale di conseguenza quello ellenico. E questa situazione preoccupa il ministro delle Finanze, che vorrebbe tanto accedere di nuovo ai mercati, ma con un tasso superiore al 4% la volontà resta un desiderio. Le turbolenze italiane preoccupano il Governo Tsipras, non più di tanto. Ma nessun analista ha mai tentato di stabilire un parallelo tra Italia e Grecia. Ci ha provato invece Jean-Claude Juncker: «Non vorrei che dopo aver superato la crisi greca ricadessimo nella stessa crisi con l’Italia». Il parallelo non è piaciuto a Matteo Salvini, ma la sua battuta «parlo con persone sobrie» è stata molto apprezzata ad Atene. 

Allora è possibile che la crisi fra Italia e Ue possa portare a conseguenze analoghe a quelle sperimentate da Atene? Leggendo i quotidiani tedeschi, la manovra italiana è vista come un’occasione che Bruxelles non dovrebbe perdere. Ad esempio, il quotidiano finanziario Handelsblatt ha titolato: «La manovra italiana potrebbe essere la scelta giusta». Persino la sinistra del Die Linke ha giudicato positivamente la posizione italiana. Tuttavia, nonostante le diffidenze teutoniche circa la creatività del popoli mediterranei (greci compresi), nessun commentatore ha cercato un paragone tra la belligeranza Roma-Bruxelles con il disastro ellenico del 2011.

«Una faccia, una razza». Forse, ma una crisi diversa: quella che ha vissuto Atene è stata una crisi di liquidità, di sopravvivenza, ma soprattutto di incompetenza della classe politica. «I greci avevano bisogno di soldi al momento dell’inizio della loro crisi», ha precisato l’economista, ex capo economista di Hvb (banca tedesca del gruppo Unicredit) su The Globalist, «i prestiti erano in scadenza e non avrebbero potuto aumentare ulteriormente il debito sul mercato dei capitali. L’Italia non ha (ancora) alcuna difficoltà a rifinanziare il proprio debito». Questo appare come uno dei punti chiave per interpretare la situazione: il deficit proposto dal Governo italiano è superiore a quello precedentemente concordato, ma non sarebbe un problema di finanza pubblica in senso stretto. «Il problema di Roma non riguarda i soldi, ma l’osservanza delle regole dell’unione monetaria», scrive l’economista tedesco, per cui per Atene il percorso di aggiustamento pilotato dai creditori internazionali fu una condizione necessaria.

Appunto, perché nel 2010 le agenzie di rating declassano i titoli greci che diventano così “spazzatura”. Impossibile dunque finanziare il debito ricorrendo al prestito dei mercati. Resta solo il salvataggio internazionale. Il Piano di aiuti per 110 miliardi viene chiesto dalla Grecia in maggio e concesso dall’Ue e dal Fmi, anche perché il crollo della Grecia comporterebbe danni pesantissimi per le banche francesi soprattutto e poi tedesche esposte rispettivamente per 50 e 30 miliardi. L’ex presidente della Bundesbank Otto Pohl spiegava la situazione senza perifrasi: «Si trattava di proteggere le banche tedesche, ma soprattutto francesi, dalla cancellazione del debito greco. Non a caso il giorno in cui il pacchetto di salvataggio è stato approvato le azioni delle banche francesi sono salite del 24%. Potete vedere cosa era realmente in gioco: salvare le banche e i ricchi greci».

Ma non basta, nel 2011, Atene chiede un altro prestito. L’erogazione di altri 130 miliardi, buona parte dei quali finalizzata alla ricapitalizzazione delle banche greche, viene approvato nel febbraio 2012. Prevede una misura detta “haircut”: il valore dei i titoli in possesso dei privati viene dimezzato. Le banche però avevano nel frattempo provveduto ad abbattere il più rapidamente possibile la loro esposizione. Tuttavia, le timide riforme, spesso votate ma mai applicate, e le misure di austerità non bastano a portare la Grecia fuori dalle secche del default. 

Nel 2015 la piazza ribolle di rabbia, e dalla pentola spunta il Governo della sinistra radicale, ovvero Tsipras che aveva promesso che avrebbe stracciato il Memorandum di intesa (cioè il contratto dei prestiti) e «fatto ballare» i mercati finanziari. Il suo Governo, con Yanis Varoufakis, ministro delle Finanze, rifiuta le condizioni durissime poste dai creditori. È un braccio di ferro durissimo che si prolunga per mesi. Poi chiude le banche, blocca la circolazione di capitale, limita i prelievi. Indice per il 5 luglio un referendum-express. Il risultato è noto. L’ultimo round si combatte in un’estenuante riunione durata oltre 17 ore, nella notte tra il 12 e il 13 luglio. Messo con le spalle al muro dai leader europei, nonostante il parere di Varoufakis che vorrebbe resistere perché convinto che il default della Grecia sia un prezzo troppo alto per la Troika, Tsipras decide di ignorare il risultato del referendum e arrendersi. 

Tirando le somme: il 20 agosto scorso la Grecia è uscita, dopo otto anni, dal programma di salvataggio, nel quale sono stati stanziati 289 miliardi di euro. Oltre un terzo della popolazione è nel frattempo finito in povertà, i redditi sono diminuiti del 30%. E non è ancora finita perché otto anni di crisi non hanno insegnato nulla a nessuno. 



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