SCENARIO/ Stimoli fiscali, infrastrutture e strategia: la lezione di Xi Jinping all’Italia

Tra le notizie che le vacanze natalizie rischiano di farci perdere c’è senz’altro l’annuncio del Governo cinese su nuove misure economiche

27.12.2018 - Paolo Annoni
Il presidente cinese Xi Jinping (LaPresse)

Tra le notizie che le vacanze natalizie rischiano di farci perdere possiamo mettere abbastanza in alto nella lista l’annuncio del Governo cinese, appena prima di “Natale”, riguardante le scelte di quella che si appresta a diventare la prima economia del globo. Infatti Pechino ha annunciato un’ulteriore spinta sugli stimoli fiscali e nuovi progetti infrastrutturali, inclusi 50 miliardi di dollari in nuove metropolitane e treni leggeri. Il focus si sposta su stimoli di “breve termine” alla domanda come risposta alle evoluzioni degli ultimi dodici mesi.

Il conflitto commerciale con gli Stati Uniti in un clima che comincia a somigliare a una guerra fredda, il rallentamento dell’economia globale e l’impatto dei rischi politici sulla fiducia di imprese e consumatori hanno spinto il governo di Pechino ad approvare misure che possano, almeno, limitare i danni.

Quello che si intravede è però un programma di ampio respiro che include anche il supporto della politica monetaria e che con ogni probabilità diventerà la linea guida per i prossimi anni. Il Governo cinese non si muove misurando il tempo in trimestri ma in anni o decenni e la sensazione è che questi nuovi stimoli e questo “programma” possano diventare una costante nel prossimo futuro. Si intravede inoltre la volontà di tenere comunque sotto controllo le bolle finanziarie indirizzando le risorse all’“economia reale”. La banca centrale vuole evitare iniezioni massicce di liquidità indiscriminate che poi alimentano, come accaduto, bolle immobiliari colossali.

Come abbiamo imparato ormai benissimo, la tenuta del tessuto economico è saldamente legata a quella del tessuto politico. Dall’elezione di Trump fino ai populismi europei, il livello di malcontento che presenta il conto nelle urne o nelle manifestazioni è in qualche modo la diretta conseguenza di crisi risolte privilegiando alcune fasce della popolazione piuttosto che altre, oppure delle scorie di scontri politici all’ultimo sangue, come quelli avvenuti in Europa tra Stati europei, oppure ancora di politiche economiche o assetti istituzionali che non sono più in grado di rispondere alle crisi globali. Questi “malcontenti” possono essere cavalcati, indirizzati e controllati, ma rappresentano sempre focolai con cui non è mai consigliabile scherzare troppo a lungo o con troppa superficialità.

La capacità degli stati, delle unioni monetarie o dei “blocchi” geopolitici di rispondere alle prossime sfide economiche rischia di coincidere con la loro capacità di sopravvivenza. La decisione del Governo cinese di spingere la domanda interna in una nuova strategia è sia una sfida, nella misura in cui cambia i rapporti economici con la Cina in senso più “protezionistico”, sia un termine di paragone che probabilmente è molto utile continuare a osservare.

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