SCUOLA/ L’Emilia Romagna penalizza la formazione professionale, ma ora “paga il conto”

- Marco Lepore

I dati riguardanti la preferenza dei giovani per la formazione professionale sono molto significativi. E condannano l’“esperimento sociale” dell’Emilia Romagna. Ne parla MARCO LEPORE

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Foto Imagoeconomica

Dal 2003 a oggi, il numero di giovani che si iscrivono ai percorsi triennali di formazione professionale è passato da 20mila a 165mila, aumentando di ben otto volte (dati Sole 24 Ore, 28 marzo 2011). Una crescita evidentemente vertiginosa e, per di più, in controtendenza rispetto ad altri parametri di “gradimento” del sistema nazionale di istruzione, come quelli pubblicati in questi ultimi giorni da Tuttoscuola (“Studenti italiani quart’ultimi nel gradimento della scuola”, dati studio internazionale HBSC).
Un incremento, tra l’altro, che ha portato questo tipo di percorso ad essere uno tra i canali previsti dalla legge per l’assolvimento dell’obbligo di istruzione fino ai 16 anni e del successivo diritto-dovere fino ai 18 anni. E i risultati confermano la bontà di questa scelta: con un successo formativo superiore al 60% in termini di occupazione o di rientro nel sistema scolastico, la formazione professionale concorre a combattere il fenomeno della dispersione scolastica e il dramma della disoccupazione giovanile, che è esplosa ormai come una vera e propria emergenza sociale.
Eppure, in Emilia Romagna, tutto questo non basta per abbattere l’ideologia che vuole costringere i ragazzi a sedere dietro un banco di scuola superiore a dispetto di qualsiasi attitudine o capacità.
In Emilia Romagna, alla già confusa situazione generata dalla riforma (che con il riordino dei percorsi quinquennali degli istituti professionali ha previsto la possibilità, per questi ultimi, di inserire al proprio interno anche i percorsi triennali precedentemente attivati solo dai CFP, creando così le condizioni per una situazione di concorrenza da posizioni di partenza fortemente diseguali…), si aggiunge una miope normativa regionale che impedisce a priori la possibilità di iscriversi ad un CFP in uscita dalla scuola secondaria di primo grado.
Se un giovane volesse, in questa fortunata regione, frequentare un corso triennale di formazione, potrebbe farlo solo a condizione di iscriversi ad un istituto professionale e frequentare lì almeno il primo anno, seguendo un programma di cultura generale co-progettato dalla scuola insieme ad un CFP in regime di “sussidiarietà”. Solo successivamente, prosciolto dall’obbligo scolastico per motivi anagrafici, oppure perché promosso al secondo anno, lo studente avrebbe la possibilità di passare ad un corso realizzato esclusivamente presso un CFP.

Al di là delle legittime perplessità sul valore educativo di questi percorsi co-progettati in modo “paritetico” da soggetti diversi, dato che uno degli aspetti fondanti della bontà di una proposta educativa/formativa è proprio la chiarezza e l’identità (non solo formale, ma soprattutto storica e culturale) del soggetto proponente, resta un problema di libertà e di migliorabilità del sistema. Per quale motivo, in Emilia Romagna, a differenza delle altre Regioni e nonostante le norme nazionali -che consentono la possibilità di assolvimento dell’obbligo anche attraverso la frequenza dei percorsi triennali presso i CFP – gli studenti sono costretti ancora ad iscriversi ad un istituto superiore? Perché continuare a proporre obbligatoriamente questo modello pasticciato di coprogettazione e cogestione? È forse un modello che funziona? Eppure i “corsi integrati”, la famosa “controriforma” architettata alcuni anni fa dall’assessore regionale all’istruzione in carica (Bastico) in opposizione all’allora ministro Moratti, sono falliti miseramente. E con essi, purtroppo, anche tanti nostri giovani…
Non bisogna farsi ingannare dalle dichiarazioni di chi afferma che in Emilia Romagna la dispersione scolastica è molto più bassa della media nazionale. In realtà, come spiegato molto chiaramente in un articolo di alcuni giorni fa (“Fermare la fuga dalle aule si può”, Avvenire, 25 marzo 2011), le percentuali di abbandoni considerate dalle Regioni riguardano solo le fuoriuscite dai percorsi scolastici statali, e questo dato falsa completamente le valutazioni reali.
Se è vero, infatti, che gli studenti dispersi nella sola scuola statale secondaria superiore, nel periodo 2005/06 -2009/10 ammontano a 190mila unità (31%), è altrettanto vero che ben 70mila di questi sono rientrati in un percorso di istruzione nella scuola paritaria o nei corsi triennali di FP (dati Tuttoscuola).
La cifra finale della dispersione italiana per il periodo in esame, così, corrisponde in realtà a quella indicata dalla Commissione Europea e dall’Isfol (120mila unità), ma soprattutto – e questa è la vera sorpresa – si modificano sensibilmente le percentuali dichiarate dalle Regioni.

Suddividendo per ognuna di queste i 70mila di cui sopra, in base ai dati Isfol 2008/09 e Miur riguardanti la consistenza territoriale di scuole paritarie e corsi triennali di FP, il miglior risultato contro la dispersione lo ottiene il Nord-est (11% di dispersione anziché il 26,4% riferito agli usciti dai corsi statali), ma con una significativa differenza tra Veneto (unica regione italiana sotto il 10%) ed Emilia Romagna (19%); il Nord-ovest si attesta al 12% invece che al 32%, passando dal 12% circa di Lombardia e Piemonte al 19% della Liguria; il Centro supera di poco il 21% (anziché 28%) con un picco del 26% in Toscana; il Sud scende poco sotto il 25% (invece del 30,3%) con un picco oltre il 28% in Campania, mentre molto alto resta comunque il dato delle Isole, che si attestano al 29% anziché al 38%.
Sono numeri che confermano una volta di più come la possibilità di frequentare corsi di formazione professionale triennali a conclusione del primo ciclo e una più ampia diversificazione dell’offerta scolastica (grazie anche alla scuola paritaria), maggiormente presenti proprio in quelle regioni che vantano le percentuali di dispersione più basse, favoriscano il recupero scolastico.
L’Emilia Romagna, che prima della “depurazione” dei dati poteva vantare illusoriamente percentuali ben al di sotto della media nazionale e così, invece, segna il passo rispetto a realtà ben più dinamiche e “aperte”, è chiamata dunque ad una attenta riflessione: è davvero il caso di continuare a penalizzare la formazione professionale – e con essa migliaia di giovani studenti – in nome di una concezione egualitaria e statalista?

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