SCUOLA/ Gentili: i dati Ocse premiano i giovani, non la scuola

- Claudio Gentili

I recenti dati Ocse-Pisa sulle competenze pratiche dei giovani (problem solving) collocano i nostri ragazzi nella top-15 dei 44 paesi più industrializzati. CLAUDIO GENTILI (Confindustria)

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I dati Ocse sulle competenze pratiche dei giovani collocano i nostri ragazzi nella top-15 dei 44 paesi più industrializzati. Una volta tanto superiamo la media. Ed è finalmente una buona notizia. Ma non è sorpresa: da qualche anno infatti le nuove generazioni, grazie soprattutto alla rivoluzione digitale, diventano sempre più protagonisti di una formazione “in proprio”, potremmo chiamarla extra-scolastica, che aiuta loro a sviluppare delle competenze che difficilmente potrebbero acquisire in classe.

La rivoluzione digitale ha cambiato radicalmente il modo di educare e di educarsi. E l’Ocse l’ha confermato: bisogna ricordare infatti che tutti i test sulle competenze pratiche sono stati condotti utilizzando i computer. Gli studenti, tutti 15enni, hanno dovuto risolvere problemi utilizzando le nuove tecnologie. E i giovani italiani se la sono cavati brillantemente: dall’acquisto di biglietti aerei on-line al reset di un lettore Mp3, fino alla ricerca del percorso più breve sulle mappe. Tutte queste competenze di “problem solving” sarebbero praticamente impossibili da formare nelle nostre scuole che, è stato calcolato da studi internazionali, hanno 10-15 anni di ritardo digitale nei confronti dei paesi più avanzati. Una delle tante anomalie che rallentano il nostro sistema d’istruzione. Eppure i nostri giovani non sembrano scoraggiati, anzi: nei test proprio chi a scuola non ha rendimenti particolarmente alti si è dimostrato un ottimo “problem solver”. Va aggiunto anche che nel test sulle competenze, a differenza dei test su competenze matematiche, letterarie e scientifiche, l’origine familiare ha meno peso: nelle materie curriculari sono più bravi coloro che provengono da famiglie con almeno una laurea. Chi invece non beneficia di ambienti domestici più “acculturati” fa maggiore fatica.

Proprio la buona performance degli studenti meno “secchioni” e di quelli provenienti da famiglie meno scolarizzate sollecita ad una riflessione più approfondita. Molti commentatori hanno salutato questi buon risultati come frutto dei percorsi scolastici: dopo tanti ceffoni ricevuti dai test Pisa finalmente si dimostra come le nostre scuole preparino alla vita. Ma questa semplificazione è riduttiva e mette fuori gioco tutto quel mondo extra-scolastico che sta diventando decisivo nella crescita dei ragazzi: dalle associazioni di volontariato allo sport, dai viaggi all’estero alle piccole start up, i giovani si mostrano vitali proprio perché riescono a tradurre, da soli, quelle nozioni che vengono acquisite in classe, certo fondamentali, ma non sufficienti per affrontare le sfide di una società della conoscenza tanto ricca di opportunità quanto caotica e disorientante.

La vera rivincita allora è dei giovani italiani e non della scuola. Collocati troppo in fretta nel girone dei “bamboccioni” o della “generazione iPod” i nostri ragazzi invece si sono mostrati creativi, aperti, attenti, rapidi, orientati all’obiettivo. Hanno capito, forse più di gran parte del sistema scolastico, che l’Ocse ha ragione: le competenze pratiche sono fondamentali per affrontare la vita lavorativa. E le imprese confermano questo dato.

Oggi le imprese hanno bisogno di giovani in grado di fare “problem solving” ma insieme “problem setting”: capire come affrontare tecnicamente un caso specifico e come impostare un ragionamento per semplificare questioni più complesse. Nel mercato del lavoro, in particolare nell’industria, ha più chance di assunzione e carriera non solo chi sceglie una un percorso tecnico-scientifico piuttosto che un percorso umanistico, ma chi ha capito quanto importanti siano le competenze pratiche e, sollecitato o no dalla scuola, ha pensato bene di costruirsele.

Il problema della didattica per competenze nelle nostre scuole è un problema reale. Esso si risolve facendo più laboratori, più alternanza scuola-lavoro, più formazione on the job, più lavoro di squadra, più progetti di auto-imprenditorialità. Su ciascuno di questi fattori il sistema italiano è molto indietro. Ma i nostri giovani hanno lanciato un segnale: se non ci date la didattica per competenze ci diamo l’auto-didattica per competenze. Ma non basterà: i test hanno dimostrato intanto che la distanza tra studenti del Nord e del Sud Italia è ancora rilevante (gli studenti meridionali sono sotto la media Ocse), ma anche che Giappone, Corea, Canada e Finlandia sono ancora molte spanne sopra di noi. Ce la giochiamo in Europa con Francia e Germania (una volta tanto dietro di noi) ma c’è ancora molto lavoro da fare.

Abbiamo intanto bisogno di una svolta culturale: parlare di competenze a scuola non deve essere un tabù. I nostri ragazzi che sono più “avanti” ci dimostrano quanto siano reattivi e quanto potenziale il nostro Paese abbia a disposizione. È il caso che il sistema scolastico si interroghi e si adegui a questa realtà, altrimenti potrà pretendere sempre con meno autorevolezza di ergersi a guida e punto di riferimento per le nuove generazioni. Molto meglio, comunque, sarebbe che la scuola si faccia aiutare di più dall’esterno: imprese, lavoratori, istituzioni locali, tutti possono (e devono) dare il loro contributo per mettere a sistema quella irrefrenabile energia che gli studenti italiani, nonostante mille problemi, hanno dimostrato ancora una volta di avere. 

Che la scuola debba imparare da loro?!

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