SCUOLA/ L’Imu scatena i Comuni contro le paritarie

- Laura D'Incalci

Le scuole paritarie devono dunque pagare l’Imu. Ma può un Comune chiedere alle scuole gli elenchi con i nomi degli iscritti? Succede a Como (e forse anche altrove). LAURA D’INCALCI

senatoaulaR439
Infophoto

Non bastava l’Imu a colpire le famiglie che scelgono una scuola paritaria per i figli e che, ben che vada, si troveranno a pagare una retta con supplemento. Una scelta tanto dispendiosa non può certo passare inosservata di questi tempi: chi resiste, pagando due volte la scuola (versando le tasse senza usufruire del servizio garantito dallo Stato e sobbarcandosi in più l’onere di una retta) rischia ora di finire nel mirino del fisco, nella categoria dei sospettati d’evasione esattamente come chi possiede beni di lusso, ville, seconde e terze case, barche, preziosi.

Succede a Como dove l’assessore comunale alle Politiche Finanziarie e Tributarie, Giulia Pusterla, chiede alle scuole paritarie per l’infanzia gli elenchi con i nomi degli iscritti dal 2007 ad oggi,  i nomi dei genitori (coniugi o coppie di fatto) e costi di iscrizione e frequenza. È presto per dire che cosa produrrà in concreto la richiesta dell’assessore al Bilancio immediatamente etichettata come pretestuosa e ideologica dal capogruppo del Pdl Laura Bordoli, e giudicata inopportuna e arbitraria dal presidente Fism Claudio Bianchi che non vede il nesso fra “la lotta all’evasione, sacrosanta, e la decisione di puntare l’attenzione sul bacino di utenti delle scuole paritarie”. 

“Questi elenchi non sono dovuti – precisa Bianchi -. Noi al ministero diamo ogni anno il numero degli iscritti: anche le nostre scuole non gestite da enti statali sono a tutti gli effetti pubbliche, fanno parte dell’unico sistema scolastico e sono tenute al rispetto delle regole”. Ma la vera questione, quella che produce un miscuglio di rabbia e di amarezza fra i genitori che scelgono l’“asilo parrocchiale” o l’istituto gestito da laici, e si vedono catalogati nella fascia di gente che ha soldi, dei potenziali evasori, sta nel fatto che la scelta educativa, un investimento per  il bene dei figli, sia considerato un indice di ricchezza, un lusso, un parametro per individuare evasori e non una scelta di libertà, per molti un vero sacrificio.

Le scuole non sono affatto tenute a fornire i nomi degli iscritti e altri dati, secondo Gianluca Lombardi, consulente privacy e delegato provinciale Federprivacy, che sottolinea la scelta scolastica legata alle propensioni personali e ideali: “Si tratta di dati personali sensibili, che toccano l’orientamento di idee e di religione” suggerisce l’esperto, che ravvisa oltre a una violazione della privacy anche la possibilità di clamorosi e spiacevoli equivoci. “So per certo che alcune famiglie dal reddito davvero esiguo, che non potrebbero permettersi di pagare la retta, vengono esonerate dal contributo o sostenute da altre famiglie, ovviamente con massima discrezione” riferisce Lombardi, prevedendo che a finire nel mirino potrebbero essere proprio i casi che presentano vistose incongruenze fra un basso reddito e l’iscrizione alla scuola privata. “Prima di considerare l’utenza della scuola privata, l’assessore Pusterla farebbe bene a disporre un’attenta analisi sulle scuole statali dove eventuali contributi e sgravi, riconosciuti in base al reddito dichiarato, pesano sulle casse comunali”.

“Vorrei sgombrare subito il campo da ogni pretesto − ha replicato l’assessore al Bilancio della Giunta di sinistra insediata dallo scorso giugno −. Il trattamento è identico sia per gli iscritti alle scuole pubbliche sia per gli iscritti alle scuole paritarie di ogni grado. Le richieste sono arrivate alle paritarie perché per le pubbliche l’amministrazione possiede già i dati. Como è una città di confine e quindi abbiamo ritenuto che uno dei primi filoni per la lotta all’evasione dovesse riguardare le residenze fittizie all’estero. Per capire dove sia l’effettiva residenza di un soggetto si deve avere riguardo a dove sia il centro degli interessi, anche affettivi, e in questo senso la frequenza di una scuola in Italia da parte dei figli è un indizio utile per avviare una verifica in tal senso”. Uno zelo che in ogni caso sta esasperando il clima sociale ultimamente già carico di tensioni specialmente per le famiglie che, pur provate dall’emergenza economica della crisi, sostengono con sacrificio la scelta di libertà educativa.

“Perché collegare accertamenti fiscali con gli utenti delle scuole paritarie? Si tratta di cittadini come gli altri, sottoposti alle stesse regole… Impossibile non cogliere in questo provvedimento un pregiudizio sviante quanto radicato, in base al quale la scuola paritaria viene identificata come la ‘scuola dei ricchi’” commenta il presidente dell’Agesc della provincia di Como Armando Zuliani. “Credo che al di là di ogni crociata anti-evasione, la valenza culturale di questo messaggio evidenzi una lontananza del palazzo dai cittadini, poca conoscenza del sistema scolastico e delle dinamiche economiche” prosegue Zuliani, evidenziando che “gli amministratori non hanno ancor capito che le scuole dell’infanzia paritarie costituiscono un risparmio notevolissimo per le casse comunali”. E mentre l’assessore Pusterla insiste nel ribadire “l’urgenza di fare una lotta all’evasione seria ed efficace e non finta e propagandistica…” e giudica pretestuosa l’opposizione a “giuste verifiche”, restano comunque sfumati e confusi gli intenti della crociata sul versante di chi già subisce una pesante discriminazione. 

Basta verificare qualche dato per comprendere la reazione indignata dei genitori che subiscono una ingiusta discriminazione, e per ricalibrare le percezioni attorno al concetto di equità sociale: ogni alunno iscritto alla scuola di infanzia paritaria fa risparmiare allo Stato 5.532 euro all’anno. Come mai gli amministratori non si preoccupano di recuperare le risorse sprecate da una gestione inefficiente di tante scuole statali? Anche questa domanda serpeggia a sostegno di una lotta all’evasione da declinare in un orizzonte complessivo, insieme a provvedimenti antispreco. La spesa per un bambino della scuola paritaria d’infanzia è di 529 euro contro gli oltre 6mila euro spesi nella scuola a gestione statale. È solo un dato, che potrebbe suggerire interventi più aderenti al contesto, che vadano a verificare incongruenze e sprechi, ancora tanti, deleteri per tutti. 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori