SCUOLA/ Imu e paritarie, ecco quello che non si vuol capire

- Stefano Parati

Alcuni vorrebbero che l’espressione “senza scopo di lucro” volesse dire “chiudere il bilancio in perdita”. Le scuole paritarIe sono vittime di malafede, ignoranza o equivoco? STEFANO PARATI

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È già trascorsa una settimana dalla scadenza del saldo Imu 2012 e restano ancora aperte le “ferite” di proprietari/possessori di immobili, nonostante la rassicurante indagine dell’Agenzia del Territorio nella quale, qualche giorno prima, si definiva questa imposta “equa e progressiva”. Ma di quale equità si parla? Lo è davvero per tutti?

Prendiamo ad esempio l’ormai fatidico Decreto Mef n. 200 del 2012 che contiene il Regolamento Imu per gli enti non commerciali e ipotizziamo il caso di una scuola paritaria gestita da una cooperativa sociale (Onlus di diritto senza scopo di lucro tra l’altro) all’interno di un immobile (in comodato d’uso gratuito) dei primi anni del secolo scorso e di proprietà di un ordine religioso che, coraggiosamente, invece di cessare una decennale esperienza educativa ha voluto farla proseguire ad imprenditori laici a dir poco altrettanto coraggiosi. Il nostro ordine religioso dovrebbe pagare l’Imu su quell’immobile perché non è direttamente utilizzato, così come affermato nel 2010 dalla Cassazione!

Ma non basta. Il poco coraggioso Regolamento ci spiega che il proprietario/utilizzatore dell’immobile sarebbe esentato da Imu se l’attività didattica fosse svolta con modalità non commerciali e cioè: quando l’attività scolastica è paritaria; quando possono essere accolti alunni portatori di handicap senza discriminazioni; quando insegnanti e personale non docente sono inquadrati in base alla contrattazione collettiva; quando i locali sono a norma ecc. e fin qui nulla da dire, anche se non va dato per scontato che – ogni mese – il nostro gestore (una vera e propria impresa da questo punto di vista) deve reperire (difficilmente con autofinanziamento, più spesso con affidamenti bancari, scoperti c/c, ecc.) qualche decina di migliaia di euro per far fronte regolarmente ai propri impegni con i fornitori, il personale, la manutenzione ordinaria, gli arredi, i contributi, le imposte e gli altri oneri di gestione. 

Ma per ottenere l’esenzione Imu (e qui neppure il miglior Benigni avrebbe saputo inventarsi trovata più beffarda) il nostro Regolamento impone al gestore un’altra gravosa condizione: che “l’attività sia svolta a titolo gratuito, ovvero dietro versamento di corrispettivi di importo simbolico e tali da coprire solamente una frazione del costo effettivo del servizio”. Evidentemente chi scrive queste norme non conosce la variegata realtà dei fatti (economici e fiscali oltre che imprenditoriali) o ha deciso di far chiudere centinaia di scuole e asili che operano da decenni il bene pubblico svolgendo un pubblico servizio. 

Infatti basterebbe accorgersi, ad esempio, che il costo maggiore per una qualsiasi scuola privata paritaria è il costo per il personale dato che (ahimè) sono finiti i tempi in cui le suore dedicavano (gratuitamente) la loro intera vita alla crescita dei bambini. Forse il personale dovrebbe essere pagato “simbolicamente”? 

Sarebbe certamente più equa l’Imu attuale se lo Stato (che pretende comunque la propria quota anche se è una Onlus a gestire l’attività non commerciale) coprisse la gran parte dei costi effettivi del servizio (e allora davvero le rette potrebbero essere simboliche): ma questo avviene nel resto d’Europa, non certo in Italia! A me non risulta che le scuole statali paghino l’Imu… 

Questo Regolamento è stato fatto per sanare una non ben precisata o potenziale infrazione Ue, la realtà è che viene disconosciuto il ruolo − di fatto − sussidiario delle scuole paritarie italiane. Si continua (forse volutamente) a non affrontare adeguatamente la definizione di  attività non commerciale svolta da enti non profit rinunciando a capire, per farlo seriamente, che la realtà è più complessa e variegata di quanto appare (ad esempio l’espressione “senza scopo di lucro” non significa chiudere il bilancio in perdita!). È condivisibile perciò la preoccupazione di gestori e ordini religiosi per una norma a dir poco iniqua nei confronti di chi consente o svolge direttamente un vero servizio pubblico ma è costretto a chiedere alle famiglie un doppio sforzo nel pagare le imposte allo Stato oltre alle rette scolastiche. O quando alcuni lamentano una quanto mai strana attenzione di alcuni Comuni nei confronti delle famiglie paganti considerate ormai potenziali evasori. (cfr. il Redditometro). Sarebbe auspicabile allora quello che recentemente Bernhard Scholz ha dichiarato: “Va perciò chiarita al più presto la situazione delle scuole paritarie, che vengono penalizzate non innanzitutto da una normativa europea, ma da un mancato riconoscimento del valore della loro attività da parte dello Stato”. 

Di questo loro valore i nostri coraggiosi protagonisti sono ben consapevoli e faranno di tutto per non ritirarsi dall’avventura più interessante che vale la pena di essere intrapresa: quella educativa. Quindi, nonostante l’Imu, buon Natale a tutte le scuole.



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