SCUOLA/ Risvegliare l’amore per le cose: la “lezione” di María Zambrano

- Uberto Motta

Quando nelle aule l’incomprensione reciproca rende impraticabile il confronto, l’insegnamento si trasforma in imposizione. Allora, dice María Zambrano, è la morte. UBERTO MOTTA

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Maria Zambrano (Immagine d'archivio)

Il dramma da scongiurare, scolasticamente parlando, è forse quello della solitudine: la solitudine dei professori, e quella degli studenti, gli uni e gli altri costretti a stare sempre all’erta e sulla difensiva, condannati alla tutela delle proprie posizioni, e perciò reclusi in un ruolo che accieca, impedendo la percezione effettiva di quanto sta avvenendo. Se, come è stato dimostrato, non essere ascoltati è l’umiliazione più terribile per un essere umano, in tal modo abbandonato e rifiutato, si intuisce la sensazione di scoramento che, nelle aule, dilaga quando la convivenza diventa impossibile, quando l’incomprensione reciproca rende impraticabile il confronto, e l’insegnamento si trasforma in imposizione. «Allora – dice María Zambrano – è la morte».

Ma, evocato simile sfondo, proprio gli scritti di María Zambrano, quand’anche letti antologicamente o consultati in maniera rabdomantica, forniscono originali stimoli per tornare a riflettere sul significato autentico dell’esperienza educativa, quale momento privilegiato d’incontro con un metodo di conoscenza, con uno stile di vita che dovrebbero condurre l’uomo alla scoperta, o verifica, del proprio destino. Si prenda, come punto di partenza, la diagnosi formulata in un saggio del 1943, La guida, forma del pensiero: dove è stabilito che la debolezza d’animo dilagante – tra i giovani, e non solo – deriva non da un mero deficit cognitivo, bensì dal divorzio, progressivamente consumatosi, tra il sapere e la vita, tra la scuola e la realtà, tra lo studio e l’esperienza. Nella perplessità o nell’inerzia (spesso solo apparente) dei discenti vibra il turbamento di chi si trova al cospetto di una proposta avvertita come sterile, che non commuove e non penetra più l’esistente. La cura – rimarcava María Zambrano, oltre mezzo secolo fa – non può però essere il richiamo al dovere, l’imposizione astratta di una tecnica, la minaccia della sanzione: ciò di cui, all’opposto, il giovane ha bisogno, per decidersi, è una visione che lo invogli e gli tolga il timore di muoversi, che lo rincuori provocando la sua libertà.

Che cosa allora, in quest’ottica, uno studente dovrebbe vedere? In Verso un sapere dell’anima (1950) si auspicano maestri per vocazione capaci, coniugando insieme amore e conoscenza, di testimoniare non tanto la pienezza sterile delle proprie certezze, da cui nulla può germogliare, quanto la propria ignoranza, che, quotidianamente risvegliandosi dall’oblio, concepisce l’esercizio vitale dell’apprendere e del raccontare come esperienza di condivisione e responsabilità. «Conoscere la vita – scrive María Zambrano in L’uomo e il divino (1953) – in nome della vita obbliga a esplorare la sua totalità, a non indietreggiare davanti a niente», senza il timore del patimento, della sofferenza che ogni apertura comporta (del maestro verso gli allievi, e di questi nei confronti della loro “guida”, nonché di tutti riguardo a ciò che sempre si ignora). 

A questo proposito, intervistata da El País in occasione dei suoi ottant’anni, l’autrice spagnola evidenziava la funzione cruciale della libertà: quale dimensione più congeniale alla scoperta di sé, del prossimo, del mondo, alimentantesi costantemente al fuoco della pazienza, dell’attesa, della disponibilità. Essere liberi davvero – secondo María Zambrano – vuol dire avere il coraggio di saper aspettare, in un lungo esilio, rinunciando a leggi, progetti e programmi, rinunciando alle rivendicazioni devitalizzanti di ogni diritto pregiudiziale. Solo abdicando alla propria volontà e alle proprie convinzioni, l’uomo impara, e insegna: dal momento che, come si legge in questo testo, non sono i concetti a educare, ed educarci, ma le esperienze nuove, né alcuna idea potrà mai essere raggiunta, e trasmessa, che non sia stata vissuta e sofferta insieme.

Risuona fino ad oggi, di quel colloquio del 1984, una battuta. La domanda stringente dell’interlocutore – Che cosa occorre dunque fare? – provocava infatti questa risposta: «Tener calma, non precipitarnos. No ponernos delante de la realidad» (Mantenere la calma, non essere precipitosi. Non mettere noi stessi davanti alla realtà). Lo spunto è sviluppato, in particolare, nelle pagine di Delirio e destino, il grande libro di María Zambrano composto negli anni Cinquanta, e pubblicato per la prima volta solo nel 1989. Qui si afferma la necessità del sorriso come abito e come contenuto fondamentale di ogni atto educativo: la scuola dovrebbe in primo luogo insegnare a sorridere, sorridendo. Per tre ragioni, fra loro intrecciate: quale riverbero di un moto interiore di benedizione e gratitudine nei confronti della scienza (di ogni scampolo o ambito del sapere); al fine di serenamente vivere la propria povertà missionaria; e come semplice gesto di accettazione del tempo, e del mondo, ricolma di stupore. 

Vivere, annotava la scrittrice spagnola, «è anelare», e nessuno è più anelante dei giovani: al docente tocca il compito di affinare questo appetito profondo, questa fame originaria, impedendo che si sviluppino in brama di possesso, in illusione divoratrice. Per ciascuna materia, in ogni ora di lezione, la disposizione adeguata potrebbe essere quella che punta «al cuore delle cose, senza timore né vanità»: offrendo lo spettacolo, la gioia di un «semplice amore per l’esistenza dell’oggetto». Proprio un’umile e lieta forma di attenzione per tutto ciò che intorno a noi, esistendo, è dato, costituisce «l’inizio del guardare veramente, del guardare che è vita»; e questo significa «vivere nella verità – in una verità vivente che ci invade ed è presente in noi».



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