SCUOLA/ 2. Concorso presidi, giusto fallimento. Perché la politica tace?

- Giovanni Cominelli

Il Consiglio di Stato ha smentito, il 28 agosto, il decreto d’urgenza del 3 agosto accettando la sospensione stabilita dal TAR Lombardia del concorso a Ds. GIOVANNI COMINELLI

senatoaulaR439
Infophoto

L’ordinanza del Consiglio di stato di ieri, emanata in risposta al ricorso n. 5836 del 2012 del Ministero della Pubblica istruzione, che a sua volta chiedeva la sospensiva della sentenza n. 2035 del 18 luglio 2012 del Tar della Lombardia, che a sua volta aveva decretato la sospensiva del concorso per Dirigenti scolastici richiesta dall’USR lombarda… – non sembra il racconto di una fiaba? – ebbene tale ordinanza, stabilisce che non è stato rispettato il principio dell’anonimato degli elaborati – citiamo dall’ordinanza: principio che “costituisce garanzia ineludibile di serietà della selezione e dello stesso funzionamento del meccanismo meritocratico, insito nella scelta del concorso quale modalità ordinaria di accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni (art. 97 della Costituzione e Consiglio di Stato Sez. VI, 6 aprile 2012) – e pertanto respinge l’istanza cautelare del Ministro.

In parole povere, il concorso in Lombardia è esploso in mille pezzi. Il danno che ne deriva per la scuola lombarda e per tutta la scuola italiana è gravissimo. Non solo l’ordinanza potrebbe, a questo punto, generare una valanga, seguendo la tragicomica geografia delle buste nelle Regioni, dove i TAR avevano respinto i ricorsi, ma, in ogni caso, in un paio di giorni l’USR lombarda sarà costretta ad assegnare “reggenze” a gogò sui posti vacanti.

A questo punto, tuttavia, occorre andare a fondo circa le responsabilità. Che, certo, non sono né del TAR della Lombardia né del Consiglio di Stato né tampoco dei ricorrenti incapaci di sollevarsi verso il Bene comune. Esse sono, immediatamente e per un verso, dell’Amministrazione ministeriale e, per l’altro, della politica, dei sindacati e delle Associazioni professionali, complici o subalterni o indifferenti che siano stati. Devono essere precisamente identificate al fine di non andare incontro in futuro a débacles analoghe.

Quanto all’Amministrazione: non si può non evidenziare la contraddizione clamorosa tra l’ideazione di un modello di reclutamento, che continua ad essere ostinatamente pensato – così ostinatamente che Profumo annuncia con clangore di trombe un concorso similare per insegnanti – come il più efficace ai fini di una selezione imparziale e meritocratica, e l’incapacità di farlo funzionare.

Su queste pagine abbiamo più volte messo in evidenza la macchinosità barocca e l’inefficienza del modello e proposto alternative, facilmente individuabili. Basta andare oltre Chiasso. Spesso è stato risposto, facendo spallucce, in nome dell’emergenza. E sia! Ma, a questo punto, scelto il modello, ci si attendeva una gestione trasparente ed efficiente. Questo fallimento amministrativo-burocratico, dovuto alla buccia di banana delle buste, nasce al punto di convergenza di due fatti.

Il primo è la crescente impreparazione del personale apicale (ispettori, direttori, provveditori) dell’Amministrazione stessa. Le modalità di reclutamento di tale personale sono sempre più schiettamente e brutalmente politiche: comunanza di appartenenze partitico-ideologiche, con conseguente consociativa spartizione a priori dei posti, legami clientelari e amicali sono i criteri di “selezione”. Dalla riforma Bassanini in avanti, ben lungi dal prodursi un’autonomia effettiva della dirigenza amministrativa rispetto alla politica, si è stretto più fortemente un legame tra politica e livelli apicali, fondato sulla nomina politica e sulla cooptazione, fino ad approdare a fenomeni di “selezione avversa”: si sceglie il più fedele e… incompetente.

I risultati si incominciano a vedere. Si potrebbe obbiettare, rifacendo qualche passo indietro nella storia del rapporto tra burocrazia statale e politica, che questo legame è sempre stato strettissimo, fin dall’Unità d’Italia, passando attraverso Giolitti, il fascismo, per non parlare del periodo democristiano. Nulla di nuovo. E perciò neppure nessun rimpianto dei favolosi anni ’50 del ‘900.

Ma qui pesa un secondo fatto, questo sì nuovo. Si tratta dell’aumento della conflittualità tra cittadini e stato e un nuovo atteggiamento da class action che sembra caratterizzare, sul modello anglosassone, il rapporto tra cittadini e amministrazione che eroga servizi. Accade già nella sanità, nei rapporti tra genitori e scuole, tra insegnanti e dirigenti. Così, se un gruppo di candidati ad un concorso si sente offeso, a ragione o a torto, nei propri diritti, si consorzia, paga un avvocato e si fa difendere. La sacralità dell’autorità statale, che emanava sentenze inappellabili, non appartiene più alla psicologia collettiva del tempo presente. Sanatorie, concorsi riservati, concorsi truccati: nei decenni passati è successo molto peggio che le buste trasparenti. Ma, alla fine, la gente o accettava o si rassegnava o sperava di rifarsi. Sarebbe fuori luogo qui, ma certamente interessante, un approfondimento circa le cause dell’affermazione di questa tendenza sociale, che rinviano al rapporto cittadini/Stato, diritti/doveri, autorità/libertà. Resta il dato: chiunque eroghi servizi pubblici in un ospedale, in un ambulatorio, in una scuola, in un ufficio deve sapere che cammina sul filo del rasoio… Solo l’Amministrazione del MIUR non se ne è accorta.

E qui si apre il filone delle responsabilità della politica, intesa in senso lato. Giacchè, alla fine, nonostante la retorica sulla meritocrazia, fa comodo a partiti, sindacati, associazioni professionali una modalità di reclutamento centralizzato, che consenta di interferire nella selezione per piazzare/spartire i propri uomini. Del resto, se allarghiamo per un attimo il discorso, la stessa filosofia si viene riproponendo in relazione al nuovo sistema elettorale condendo. Declamazioni retoriche sulla partecipazione, sul protagonismo dei cittadini e via mentendo; in realtà i partiti non intendono mollare la presa e pretendono di continuare a scegliere deputati e governo, mediante accordi, che prescindano dal voto popolare. Pare che la politica, più diviene impotente di fronte ai problemi del Paese, più si comporti in modo prepotente di fronte ai singoli cittadini. C’è da meravigliarsi se Di Pietro e Grillo abbiano messo in piedi un “un ricorso di massa” contro la politica tradizionale?

Che fare allora? Intanto, dovrebbe essere l’ultima volta che si utilizza questo meccanismo dei quiz (la qualità dei quali dipende, si intende, dalla qualità delle domande standardizzate; se sono stupide o irrilevanti ai fini della selezione, il quiz non funziona!), degli scritti, degli orali: il classico sistema disciplinare-cognitivistico-nozionistico, che l’università ha imposto anche alla scuola. Perché mai deve essere un accademico a presiedere una Commissione di reclutamento dei dirigenti? Uno sguardo al di là delle Alpi aiuterebbe: o il sistema francese o quello tedesco o quello svizzero. Ciò che conta è individuare nel candidato il possesso delle competenze-chiave del dirigente quale leader educativo, gestore di relazioni interne ed esterne alla scuola, parte dell’amministrazione centrale. In Francia ciò che conta non è lo scritto di due ore, ma “lo storico” dell’esperienza del candidato e il lungo colloquio finale. Le fasce di età per l’accesso sono più strette, soprattutto verso l’alto: non oltre i 50 anni. La dirigenza non è considerata un bonus di fine carriera. Ma anche verso il basso: chi non dispone di tot anni di esperienza paradirettiva- accumulata sul campo e documentata – non accede al concorso.

Tocca alla politica e a nessun altro individuare una nuova modalità di selezione, non all’Amministrazione che da 150 anni a questa parte segue la propria coazione a ripetere. E tocca alle Associazioni professionali fare proposte, non spartirsi posti. Nuove modalità: concorsi per scuole e reti di scuole. Vale per i dirigenti, vale per i docenti. I concorsi-monstre nazionali sono ingestibili, sono inefficienti, sono inefficaci.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori