SCUOLA/ Zamagni: il referendum antiparitarie di Bologna è un “test” per Bersani & c.

Il Pd bolognese ha deciso di schierarsi a favore delle paritarie. Una presa di posizione, quella sul referendum del 26 maggio, frutto di buon senso. Parla STEFANO ZAMAGNI

02.04.2013 - int. Stefano Zamagni
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Benedizione pasquale (Infophoto2)

Da una parte i referendari, quelli di Nuovo comitato articolo 33, che hanno dalla loro Sel e Movimento 5 Stelle; dall’altra i difensori del sistema integrato: la Curia, le associazioni delle scuole libere, il Pdl e – da ultimo – anche il Pd. Il 26 maggio infatti i bolognesi saranno chiamati a votare un referendum consultivo che chiede agli elettori come utilizzare «le risorse finanziarie comunali, che vengono erogate secondo il vigente sistema delle convenzioni con le scuole d’infanzia paritarie a gestione privata», se destinandole alle scuole comunali e statali, oppure per le scuole paritarie.

I referendari premono perché siano revocate tutte le convenzioni. Sarebbe l’addio ad un sistema sperimentato con successo fin dal 1995, quando l’allora neopresidente della Regione, Pier Luigi Bersani (Pds), mise mano all’attuazione della legge regionale 52/1995 sul diritto allo studio. All’epoca già molti comuni stipulavano convenzioni con il sistema privato, permettendogli di sostenere le spese per il mantenimento di moltissime scuole per l’infanzia. Dal canto loro le scuole private dovevano accettare standard strutturali conformi al resto dell’offerta pubblica su alcuni criteri fondamentali (rette, accesso con disabilità, formazione docenti, valutazione di processo). 

Non è la prima volta che il sistema integrato bolognese finisce nel mirino: gia tre ricorsi sono stati intentati, negli ultimi 20 anni, per sancire “l’incostituzionalità delle norme regionali e dei contributi dati in convenzione”, ma tutte le volte la Corte costituzionale ha dato torto ai proponenti. Ora la sinistra conservatrice ci riprova. «Ma non avrà successo», dice a ilsussidario.net l’economista Stefano Zamagni, primo firmatario del Manifesto a favore del sistema pubblico integrato bolognese della scuola dell’infanzia.

Professore, qual è la posta in gioco?
L’occasione è locale, ma la posta in gioco è evidentemente nazionale. Si vuole di fatto espungere dalla Costituzione l’articolo 118, laddove viene introdotto nel nostro ordinamento il principio di sussidiarietà. Infatti vi si dice che Stato, Regioni, Città metropolitane, Province, Comuni «favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale». Non dice: devono tollerare o riconoscere, ma: favorire. E «favorire» ha un significato molto preciso per chi se ne intende di questioni economiche.

Quindi?
Non si vuole in generale riconoscere, anche al di fuori dell’ambito bolognese, al principio di sussidiarietà questa valenza. Ad alcuni gruppi la sussidiarietà comincia a dare fastidio.

I referendari invocano l’articolo 33 della Costituzione, dove si parla di soggetti che possono istituire scuole ma «senza oneri per lo Stato».
Appunto: si parla di istituire, e non di gestire una realtà già esistente, come a Bologna, dove nessuno ha mai chiesto al Comune finanziamenti per creare nuove scuole materne; l’amministrazione deve però consentire alle scuole materne di realizzare il principio di libertà di scelta da parte dei genitori.

Non è la prima volta che il «senza oneri per lo Stato» è oggetto di forti discussioni. Lei come lo spiega?

«Oneri» deriva dal latino e vuol dire peso, gravame. Ovvero: non si possono chiedere risorse all’ente pubblico gravandolo; ma nel caso di specie è vero esattamente il contrario: il Comune di Bologna eroga annualmente alle scuole materne e paritarie un milione di euro, ricevendo dalle stesse un contributo in termini di posti per l’infanzia pari a sei milioni. Siamo di fronte a un caso plateale in cui è la società civile che finanzia l’ente pubblico e non il contrario.

Siamo sicuri che «senza oneri per lo Stato» non volesse dire che lo Stato non deve metterci una lira?
Spesso si dimentica di leggere la relazione di accompagnamento a quell’articolo, firmata da Corbino, Labriola e Mortati. La loro interpretazione è quella che ho ricordato poc’anzi. La Costituzione non dice senza pagamenti, ma senza oneri: Se il comune paga un milione e riceve un beneficio di 6 milioni è chiaro che non c’è l’onere.

Ma le scuole paritarie convenzionate sono scuole pubbliche?
È l’altro equivoco dei referendari: hanno basato la loro opera di convincimento sull’equazione «pubblico» uguale «statale» e questo è grave, perché denuncia una grave carenza culturale. Scuola pubblica vuol dire scuola aperta a tutti, che non fa discriminazioni di credo e che applica precisi standard di qualità su insegnanti, ambienti, eccetera. Ora, chi fece la legge 62/2000 fu Luigi Berlinguer, che non credo si possa sospettare di filo-cattolicesimo… In quella legge c’è scritto che il sistema pubblico possiede tre pilastri: statale, comunale e paritario; dire oggi che le scuole paritarie sono private e pertanto esterne al sistema pubblico è il massimo dell’indecenza logica.

Siamo sicuri che la Convenzione sia lo strumento più opportuno? C’è chi avanza forti obiezioni che un finanziamento possa avvenire con queste modalità.
Ma la convenzione ha la natura giuridica del contratto. Il Comune non è obbligato a firmare le convenzioni: se, alla pari di qualsiasi altro soggetto, fa un contratto con le scuole paritarie, a meno di assumere che sia formato da persone incompetenti, è ovvio che sa di non rimetterci, anzi se lo fa è perché ne trae vantaggio.

A sentire il suo discorso, vien da pensare che i referendari siano contro la scuola pubblica.
Bravo. È esattamente qui che volevo arrivare. Quello dei referendari è un caso lampante di eterogenesi dei fini: dicono di voler sostenere la scuola pubblica mentre invece le scavano la fossa. Tutti sanno − anche i referendari − che le risorse statali a favore delle scuole materne, e non solo, sono destinate a diminuire. Proprio per questo, cosa fa il saggio amministratore in questi casi? Cerca di siglare delle alleanze strategiche con altri soggetti della società civile per accumulare una quantità maggiore di risorse. Supponiamo che vincano i referendari e che a seguito della vittoria il Comune tolga le convenzioni alle paritarie. Le scuole paritarie dovranno aumentare le rette, non avendo più il contributo pari a 600 euro annui per bambino.

Con quali conseguenze?

Ne deriva che aumentando le rette, le paritarie andranno a beneficiare i figli delle famiglie abbienti, con reddito medio-alto e alto. I referendari sono contro le famiglie a basso reddito, perché, non consentendo alle paritarie di ottenere risorse aggiuntive, di fatto vogliono una polarizzazione tra i due modelli di scuola: l’ente comunale, per garantire la materna a tutti i bambini entro il tetto delle risorse disponibili dovrebbe abbassare la qualità, col risultato di deprimere ulteriormente la scuola statale e comunale. Mentre la scuola pubblica diventerebbe una scuola per i poveri, la scuola privata sarebbe per i ricchi e tra le due ci sarebbe un abisso.

Secondo lei come si spiega un pregiudizio ideologico ancora così forte da impedire di vedere che le paritarie offrono un servizio pubblico?
Ci sono a Bologna 27 scuole partiarie, 25 sono di matrice cattolica e due non cattoliche. Se fosse vero il viceversa non ci sarebbe stato il referendum. La motivazione ideologica è dunque ispirata ad un laicismo che si sperava fosse scomparso e che invece continua a scorrere come un fiume carsico.  In un recente dibattito, un referendario ha detto che la scuola di don Milani «a noi sarebbe andata bene». Mi è bastato fargli notare che se ci fosse stata la legge 62, quella di don Milani sarebbe stata una scuola paritaria… È evidente che si tratta di persone malate di ideologismo.

Settimana scorsa il segretario Raffaele Donini ha esortato cittadini e militanti a votare B, in difesa cioè del sistema integrato. Questa vicenda del referendum, a prescidere dal risultato che avremo, che cosa insegna ad una forza di governo così perspicace e accorta come il Pd?
La direzione provinciale del Pd bolognese ha preso una decisione storica: è prevalso il buon senso e sono venuto sulle nostre posizioni. Fino a pochi giorni fa il Pd non aveva voluto prendere una posizione, e dire che il referendum è stato indetto nel novembre scorso. Sono le due anime di lotta e di governo. Quando nel Pd prevalgono gli uomini che hanno a cuore il bene comune, le ideologie scompaiono. Quando invece al suo interno hanno la meglio coloro che propendono per il cosiddetto partito di lotta, allora prevale l’ideologia. Il vero nemico dell’ideologia è il bene comune: se io mi pongo di fronte ai bisogni della gente, ai desideri delle persone, ciò che conta è sempre la soluzione migliore.

Questo referendum avrà valore nazionale?
Sì. Se dovesse passare la linea dei referendari − ma non accadrà −, è evidente che il passo successivo sarebbe lo smantellamento del welfare. Sarebbe l’inizio di un piano inclinato, un salto all’indietro di 30 anni proprio in quelle amministrazioni nelle quali, a parte il colore politico, il modello di welfare è sempre stato, relativamente parlando, pluralista.

(Federico Ferraù)

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