SCUOLA/ Il referendum di Bologna? E’ il Rubicone della nuova sinistra “fascista”

- Giovanni Cominelli

Come si spiega il neo giacobinismo della “nuova sinistra” che a Bologna e non solo sta facendo tremare il Pd? E perché la partita si gioca proprio nella scuola? GIOVANNI COMINELLI

rodota_ppianoR439 Stefano Rodotà (Infophoto)

Gli articoli usciti su ilsussidiario.net a proposito del referendum consultivo bolognese – indetto dal Comitato articolo 33 sul rinnovo delle convenzioni comunali con le scuole d’infanzia paritarie – hanno messo in evidenza solare il nocciolo del problema. Poiché mi riconosco totalmente nelle posizioni rappresentate dall’articolo di Sergio Belardinelli e dall’intervista al sindaco Virginio Merola, mi limito a sviluppare qualche riflessione, tutt’altro che laterale, sul destino della sinistra e del Pd. 

Perché è evidente che questo scontro “locale” a Bologna, capoluogo di quell’Emilia rossa, che ha generato politicamente prima Prodi e poi Bersani, sta diventando uno scontro nazionale interno alla sinistra e al Pd, che ha come posta in gioco l’identità del Pd e il futuro della sinistra in Italia. Chi ha vissuto la stagione berlingueriana (non di Enrico, ma di Luigi!) nella scuola dal 1996 al 2000, che approdò alla legge n. 62 del 10 marzo 2000 relativa alle scuole private – che da allora in avanti vennero riconosciute come pubbliche paritarie – resta colpito da quello che il sindaco di Bologna denuncia come “un grande passaggio culturale non metabolizzato”. 

In quegli anni la sinistra approvò, il 3 giugno del 2001, un nuovo Titolo V della Costituzione, che faceva un’affermazione culturalmente rivoluzionaria: lo Stato non coincide con la Repubblica, ne costituisce solo una parte, accanto a Comuni, Province, Regioni. Insomma: “il pubblico” è più largo dello “statale”. Il primato della Repubblica generava una catena di conseguenze: tornavano in primo piano la persona, il cittadino, le comunità locali, il principio di sussidiarietà verticale – che riguardava il rapporto tra i vari livelli delle istituzioni – e orizzontale – che rimodellava, a partire dalle persone, il rapporto tra il cittadino, la società civile e le istituzioni. Costituiva, sul piano culturale, un ridimensionamento dello Stato amministrativo quale principio di organizzazione, di consistenza e di senso della società civile. La società civile stava insieme perché si riconosceva dentro una Repubblica, non perché costretta dentro lo Stato amministrativo. L’unità nazionale era il prodotto di un patto repubblicano, non dell’unità amministrativa centralizzata dello Stato. Donde l’opzione federalista. 

Il giacobinismo e l’hegelo-marxismo venivano definitivamente superati? Sì, ma solo sulla carta. Perché il passaggio successivo dei Ds all’opposizione politico-ideologica frontale a Berlusconi bloccò il metabolismo culturale e impedì la trasformazione della nuova cultura in proposta programmatica. La “politica” tarpò le ali all’elaborazione e alle “politiche”. Tanto che Fioroni, ministro dell’Istruzione, potè senza scandalo dichiarare, nel 2006, che lui era contrario al nuovo Titolo V. Conseguentemente, cominciò a lavorare di “cacciavite” per smontare quel poco o tanto che la Moratti, succeduta a Berlinguer, aveva cercato di costruire nella direzione tracciata dal predecessore. 

Non meraviglia dunque che la crisi ormai catastrofica del Pd deflagri sul terreno della scuola. La scuola è infatti, nella storia europea della costruzione dello Stato, il luogo della sua legittimazione egemonica di massa. È su questo terreno che si esercita la potenza dello Stato rispetto alla società civile e alla persona. È qui, inevitabilmente, che si scontrano le opposte visioni − statalista o sussidiaria − del rapporto stato/società civile/cittadino/persona. Ed è proprio qui che tocchiamo la profondità della crisi del Pd e le sue cause strutturali non ancora rimosse. Di questa crisi è solo figlia, non madre, la “nuova sinistra” statalista insorgente, che si autocertifica come nuova, ma già nella culla mostra i capelli bianchi e le zampe di gallina. La malattia senile di questa sinistra movimentista e grillina è, appunto, lo statalismo, con l’inevitabile corteo di assistenzialismo e clientelismo corruttivo e corrotto, che oggi viene condannato in nome dell’etica pubblica. È il vecchio dogma del catechismo fascista del 1939 − tutto nello Stato, nulla fuori dello Stato − passato indenne, come la salamandra attraverso il fuoco, dal ventennio fino ai nostri giorni. 

Pare però difficile che a questa vetero “nuova sinistra” tocchi il destino riservato a Brad Pitt nel film Il curioso caso di Benjamin Button, di nascere vecchia e di diventare giovane con il passare degli anni. Ma è anche evidente che di questo statalismo, che si vorrebbe ciclicamente riformare senza uscirne, è il Pd l’epicentro. La storia della cultura comunista è andata a infrangersi sugli scogli del 1989, ma il naufrago è rimasto aggrappato ai suoi rottami e non riesce a entrare in un nuovo porto. Fu Karl Marx a manomettere la gerarchia dei “sacri principi”, codificata dalla Rivoluzione francese: liberté, égalité, fraternité e le cui origini – il primato della libertà − risalgono al dibattito dei quadri politici e militari dell’esercito di Oliver Cromwell, nella chiesetta presbiteriana di Putney, fine ottobre 1647. Dal Manifesto del Partito comunista del 1848 ne sortì un’altra: égalité, fraternité, liberté. Per realizzare l’égalité, il proletariato deve conquistare lo Stato con la violenza rivoluzionaria. La dittatura del proletariato taglia alle radici le cause della disuguaglianza, abolendo la proprietà privata dei mezzi di produzione e affidando allo Stato la produzione e l’economia. Così nasce “la società degli eguali”. Lo Stato diventa una macchina rivoluzionaria. 

Su questa opzione fondamentale, tuttavia, nei decenni successivi i movimenti operai si divisero: una parte, minoritaria, continuò a proporre la conquista violenta dello Stato come la “via sacra”; i socialdemocratici tedeschi e i laburisti inglesi avanzarono, invece, la teoria e la pratica della conquista parlamentare dello Stato. Solo dopo la vittoria della Rivoluzione d’ottobre del 1917, Lenin rilanciò con la Terza internazionale comunista del marzo 1919 la via violenta alla conquista dello Stato, contestando l’egemonia socialista e socialdemocratica sui movimenti operai nazionali. Tuttavia, nonostante le divisioni feroci e talora sanguinose, comunisti e socialisti continuarono a condividere su un punto essenziale: quello della centralità dello Stato quale soggetto produttivo ed economico e quale falce che pareggia egualitariamente le erbe dei prati diseguali della società civile. 

Per i comunisti e i socialisti il primato dell’eguaglianza e perciò dello Stato dura fino agli anni 70 del novecento. La stessa svolta di Bad Godesberg dei socialdemocratici tedeschi nel 1959 archiviò il marxismo come cultura di riferimento, ma non lo statalismo. Questo verrà intaccato dalla crisi fiscale degli anni 70, dal costo insopportabile del welfare state − “dalla culla alla tomba”−, dall’incipiente globalizzazione, dall’indebolimento degli stati nazionali, dall’emergere dell’individualismo di massa e del protagonismo della società civile. Margaret Thatcher nel 1979 e Ronald Reagan nel 1980 sono il motore ideologico della svolta antistatalista, declinata secondo moduli neo-liberali della spietata lotta di classe ottocentesca. 

Nella sinistra, questo cambio di paradigma culturale e antropologico provocò effetti diversi. I laburisti inglesi, i socialdemocratici tedeschi e scandinavi avviarono una revisione in direzione del primato della libertà e della Welfare society; ne furono alfieri Tony Blair e Gerhard Schroeder. Invece, i tentativi di Gorbaciov di perestroika e di glasnost fallirono, necessariamente: il sistema dei partiti e degli Stati comunisti era irreformabile e si sgretolò. Nel frattempo il Pci, che pure aveva accettato da tempo – già dal 1948 con Togliatti – prima di fatto e poi teoricamente la via pacifica socialdemocratica alla conquista dello Stato − ma fino a Enrico Berlinguer accusava la socialdemocrazia di subalternità al capitalismo − continuò a mantenere l’idea dello Stato come redistributore della ricchezza e come agente principale di eguaglianza sociale. Benché Berlusconi abbia condotto una campagna volgare e largamente strumentale contro i comunisti, resta il fatto che quella cultura è ancora egemone nel Pd, non quanto al metodo della conquista del potere, ma quanto alla centralità dello Stato. 

L’attuale Pd da comunista è divenuto un partito vetero-socialdemocratico. Tanto sembra bastargli per liquidare le accuse berlusconiane. Ma è un passo troppo breve, indietro rispetto a quelli compiuti dalla sinistra europea. Lo Stato è pur sempre la sua base elettorale: pubblica amministrazione, dipendenti pubblici, insegnanti, pensionati. Il sindacato lo segue a ruota, Cgil in testa. La confluenza nel Pd della sinistra democristiana non ha modificato questo indirizzo di fondo: l’apporto politico-culturale della componente ex-democristiana al Pd è consistito, a tutt’oggi, nella riproposizione attiva dello statalismo cattolico fanfaniano-dossettiano. Così, nonostante il precedente vorticoso cambio di sigle − Pci, Pci-Pds, Pds, Ds − il Pd è bloccato sugli anni 70. Perciò continua a soccombere persino di fronte al non invincibile neo-liberalismo sgangherato di tipo sud-americano di Berlusconi. Rimettere la persona libera e responsabile al centro delle politiche – la libertà eguale, di cui scrisse già Carlo Rosselli negli anni 30 del novecento − sarebbe, in effetti, il socialismo liberale all’europea. Ma il Pd è ancora fermo al vecchio bivio libertà/eguaglianza come l’asino di Buridano di fronte ai due mucchi di fieno. E, proprio come il suddetto asino, è morto, dopo le elezioni.

Pare, ora, di fronte al dilemma del referendum bolognese, che il Pd nazionale e quello bolognese stiano meditando di “lasciare alla libertà di coscienza” degli elettori la scelta. Ma, a parte il pleonasma, dato che gli elettori fanno già uso in ogni caso e sempre della libertà di coscienza, qui è il gruppo dirigente del Pd che non può permettersi la cosiddetta “libertà di coscienza”. Il gruppo dirigente deve decidere da quale parte politico-culturale stare, invece che darsela a gambe. Non meraviglia che questo atteggiamento alla Ponzio Pilato ecciti, invece che sedare, il furore ideologico, che è divenuto il collante, denunciato da Belardinelli, di una coalizione culturale che mette insieme giacobini di ogni razza e avanguardie rivoluzionarie, sempre attratte dalla ghigliottina quale “igiene del mondo”. La politica quale redemptor mundi. Attacco al Pd? Sì, è in corso, ma proviene in primo luogo dalle sue viscere, che hanno assorbito e messo in circolo il grillismo, il neo-azionismo alla Rodotà, il laicismo ideologico della Hack, la laicité alla francese. Dimenticando che nella stessa Francia gli insegnanti delle scuole paritarie sous contract d’association – che stipulano un contratto con il governo − sono pagati dallo Stato. 

Tocca dunque ai liberi e forti del Pd fare una rigorosa battaglia culturale, cominciando dal suo interno. Un bipolarismo autentico sta in piedi se esiste una comune base culturale liberale del sistema politico, a partire dalla quale i poli politici si differenziano, come nel resto del mondo democratico, tra il “un liberalismo compassionevole”, cui generalmente si riferiscono i partiti e governi di centro-destra, e un liberalismo sociale, cui si ispirano i governi e i partiti di sinistra. Solo in Italia la sinistra, anche quando riesca a mettere le mani sull’aratro del governo, si ostina a volgere indietro lo sguardo.







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