SCUOLA/ Dai Pas al Def, troppi annunci della Giannini che non diventano realtà

- Fabrizio Foschi

A parte il piano di messa in sicurezza degli edifici, finora il ministro Giannini si è limitata agli annunci. Eppure da fare ce ne sarebbe. Partendo dai docenti. FABRIZIO FOSCHI (Diesse)

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Stefania Giannini (Infophoto)

In linea con la politica degli annunci esplosivi del premier Renzi, il ministro dell’Istruzione Giannini rinfocola ad ogni piè sospinto la propria battaglia (per ora solo verbale) per la sburocratizzazione della funzione docente. Sarebbero in arrivo, nell’ordine: organico funzionale trasformato in organico di diritto, valutazione delle scuole, chiamata diretta dei docenti, nuovi percorsi di formazione iniziale dei docenti, revisione del contratto degli insegnanti nell’ottica della valorizzazione del merito (ne accenna il Def, Documento di Economia e Finanza 2014). 

Sullo sfondo si colloca, inoltre, il piano nazionale per la messa in sicurezza degli edifici scolastici e la creazione di nuove strutture (2 miliardi tra vecchia e nuova programmazione). 

Sono presenti in questa sorta di road map spunti innovativi, che tuttavia convivono con la necessità di portare a realizzazione obiettivi della legge Carrozza “L’istruzione riparte” (128/2013) e, al contempo, di governare il presente irto di spine e difficoltà. Per la verità è proprio l’esistente che rischia di soffocare nell’abbraccio delle suadenti assicurazioni sul futuro, senza dimenticare i veti sindacali su tutto il pacchetto, o quasi. Governare il presente con lo sguardo rivolto al futuro: in questo consisterebbe l’arte della politica, che per le autorità di Viale Trastevere è spesso un’irraggiungibile utopia. Consideriamo alcuni temi, nell’ottica presente/futuro. 

A proposito di formazione iniziale degli insegnanti il Def informa che è stato predisposto un decreto ministeriale che modifica in parte l’attuale Regolamento, introducendo tra le novità la possibilità per il docente neoabilitato di far valere da subito il titolo abilitante nelle graduatorie di istituto, allo scopo di ottenere supplenze brevi. Si prevede anche di fare confluire in un’unica graduatoria nazionale le varie liste di ammissione ai Tirocini formativi attivi (Tfa). 

A livello di macro riflessioni, il Def (Parte prima) tocca un nervo scoperto quando ammette che gioverebbe alla maturazione di un capitale umano qualificato “la ricostruzione di un solido rapporto tra la scuola, l’università e la ricerca da un lato e il mondo del lavoro e dell’impresa dall’altro”.

Questi nessi bilaterali (scuola-università; scuola-lavoro) così importanti per la piena collocazione del settore dell’istruzione nel contesto della comunità sociale, sono proprio l’aspetto più carente di una strategia complessiva di valorizzazione delle risorse umane di cui il Paese può dotarsi. 

Riferendoci al primo (rapporto scuola-università), a dimostrazione che le cose non vanno e che ci sarebbe bisogno di un’effettiva registrazione dei meccanismi amministrativi, devono essere segnalati non solo i pesanti inconvenienti determinatisi con l’anticipazione alla primavera dei test di accesso alle facoltà a numero chiuso che si sovrappongono al periodo di preparazione degli esami di maturità, quanto soprattutto il caso dei Pas (Percorsi abilitanti speciali)

Dove sembra quasi che la maggior parte degli atenei giochino a predisporre difficoltà e trabocchetti ai giovani insegnanti in cerca di abilitazione, del tutto incolpevoli, quanto fruitori di una serie di norme volute proprio per sanare un vulnus: quello di giovani insegnanti di cui lo Stato si è servito per supplenze o incarichi a termine, senza riconoscerne lo status di docente, fino all’emanazione della legislazione sui Pas, appunto. 

Nonostante il decreto ministeriale stabilisse in modo perentorio che atenei e istituzioni Afam sono tenuti ad istituire percorsi formativi abilitanti speciali finalizzati al conseguimento dell’abilitazione all’insegnamento, alcuni atenei si sono rifiutati di attivare i Pas, altri li hanno attivati in ritardo, in altri casi le università non hanno riconosciuto esami pregressi già sostenuti durante il percorso abilitante del Tfa conclusosi positivamente. In altri casi ancora, i corsisti sono stati costretti a frequentare i corsi in orari impossibili o sono stati sottoposti improvvisamente, senza alcun preavviso, ad esami dichiaratamente “preselettivi” e comunque vincolanti per la prosecuzione del Pas.

Quale la ragione di queste tortuosità cui vengono costretti i candidati ai percorsi brevi? Certo i Pas non saranno la migliore tra le soluzioni possibili (lo abbiamo sempre sostenuto), ma corrispondono ad una sorta di rimedio ad un vuoto legislativo e intervengono a sanare senza concedere sconti troppo facili (comunque i candidati devono maturare crediti formativi, affrontare prove per la valutazione delle conoscenze e competenze acquisite, superare un esame finale). Eppure l’università si arroga il compito di ridiscuterne l’impianto. Un esempio evidente di disconnessione dal sistema. 

L’altro importante tema cui accenna il Def è l’apertura del sistema educativo al mondo del lavoro e dell’impresa. Fanno parte di questo insieme, seguiamo sempre il Def, azioni di sostegno all’apprendistato, ai tirocini formativi presso le aziende e all’alternanza scuola-lavoro: le sperimentazioni in atto dovranno essere trasformate in pratiche diffuse, aumentando il numero delle ore che i giovani trascorrono in azienda. In questo campo, la scuola è chiamata a confrontarsi con la dura realtà: secondo l’Istat in Italia la disoccupazione è al 13% e quella giovanile (fascia d’età 15-24 anni) al 42,3%; nello stesso tempo (dati Unioncamere e Ministero del Lavoro) aumenta il tasso di assunzioni non stagionali riservate a diplomati e laureati (circa il 60% della torta sempre più piccola dei nuovi assunti). È sempre più urgente, anche per rispondere non solo al problema dell’orientamento, ma anche al dramma dei giovani che escono dal sistema formativo senza neanche un titolo di studio, che scuola e lavoro tornino a dialogare ad ampio raggio, sia sul versante dell’istruzione tecnica che della formazione professionale (IeFP e Centri di formazione professionale). Il nostro Paese non manca di normative e linee guida al riguardo: esistono già filiere che collegano aree economiche e percorsi formativi, fino ai Poli tecnico professionali e agli Its.

Il nostro Paese manca di coraggio: quello necessario, come sempre, per portare a sistema le interessanti esperienze già esistenti. 

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