SCUOLA/ Dipendenza e limite, concetti dimenticati?

La scuola è divenuta un luogo in cui sempre più bene e male sono in questione. La verità è che non basta il rispetto di una regola condivisa. La lettera di DANIELA NOTARBARTOLO

07.05.2014 - Daniela Notarbartolo
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Caro direttore,
la lettura di “passi scelti” di una lettura anti-discriminazione proposta dall’insegnante in una classe quinta ginnasio del Liceo classico Giulio Cesare di Roma a seguito delle iniziative pro-gender ci ha sorpreso, ma non riesco a quantificare quanto negativamente il senso comune reagisca alla cosa. Si tratta di passi che un tempo non avremmo esitato a definire pornografici, che oggi sorprendentemente vengono ritenuti idonei da educatori abilitati della scuola di Stato a incarnare valori positivi come la lotta alla disuguaglianza sociale, l’accettazione del diverso e la tutela del discriminato. Non tutti si stupiscono: sono molte le cose che un tempo sarebbero state considerate negative (ma l’etica sociale è relativa) e che oggi hanno cambiato di segno.

Mi chiedo da un po’ di tempo come si potrà più insegnare ai giovani il controllo su se stessi necessario non solo nella vita sociale, dove bisogna “lavorare in team, convivere con la diversità, gestire la conflittualità”, ma soprattutto nella vita personale. Il “dominio di sé” non è una virtù stoica adatta ai seguaci di antiche dottrine dimenticate: tutti abbiamo imparato anche solamente a morderci la lingua prima di dire una cattiveria o una parola avventata, di cui ci si pente ben presto. In molti (specie se di una certa età) abbiamo un giorno sperimentato che la pazienza paga più della fretta, che l’educazione interiore rende più dell’immediatezza, e che in certe situazioni umanamente complicate l’attesa – esistenzialmente – può essere incredibilmente lunga, dare frutti a lustri di distanza: sono poi frutti dal gusto prezioso come il buon vino invecchiato nelle cantine buie della propria carne, un sapore che nel tetrapak delle soluzioni frettolose non si trova. 

Senza un’educazione non si trova il vino buono, senza una formazione nel senso profondo, non si supera l’istintività: ogni genitore sa quanta fatica ci vuole (infatti molti scappano). Mi viene una stretta al cuore quando sento continuamente sui mezzi pubblici ragazze arrabbiate che parlano nel telefonino con acredine violenta, sfogando una rabbia sorda – fino a che mi coglie il dubbio che sia un modo di parlare, in cui l’altro è prima di tutto bersaglio di rivendicazione astiosa priva di alcun filtro. 

Così, l’abbattimento di un nuovo confine, e proprio a scuola, mi riguarda direttamente. Mi chiedo da dove nasce e a che cosa porta lo sdoganamento di tutto ciò che fino ad ora aveva un limite certo, come la differenza fra pornografia e libertà di espressione, fra gogna mediatica e informazione pubblica, fra trasparenza dovuta e sbugiardamento di qualunque livello di discrezione (quale certi ambiti necessariamente richiedono), e non sto a fare la litania. 

Ci si è illusi che sia possibile conservare solo le conseguenze di un principio antropologico, senza più quel principio. Che si possa insegnare ai ragazzi ad obbedire, per esempio a non scalmanarsi in classe, a rispettare l’ora del rientro a casa, e poi via via crescendo a non drogarsi, a non rovinarsi la vita ecc., senza alcuna premessa antropologica, ma solo perché c’è una norma a cui attenersi (la legalità, criterio laico pour tous). Temo però che non funzioni: i ragazzi sono troppo intelligenti per non accorgersi che è il gioco delle tre carte, e che occulta la mancanza del fondamento, che è l’esistenza di fatti oggettivamente positivi e di altri fatti evidentemente negativi.

Ma l’etica non è il rispetto di una regola condivisa (è la democrazia forse l’origine di tutti i mali?), bensì è la conoscenza della natura profonda delle cose, per trattarle per quello che sono, in modo che ogni individuo possa realizzare profondamente quella natura in sé. Lo sdoganamento del concetto stesso di confine (una convenzione piccolo-borghese!) mostra che vengono meno non i valori morali, ma un’idea qualsivoglia della natura dell’essere. Chi sei? Come mai morderti la lingua invece che dare in escandescenze è più adeguato alla realtà delle cose? Perché servire il bene comune è più adeguato che non rubare i soldi pubblici, essere intellettualmente onesti è giusto mentre è ingiusto diffondere ad arte notizie parziali per propri interessi di parte, eccetera? 

La verità è che non basta il rispetto di una regola condivisa. Né si possono educare i giovani al solo rispetto di norme volute dalla maggioranza per fini di pubblica utilità. E poi: quis custodiet ipsos custodes? I ragazzi vedono bene le conseguenze. In base a quale principio il garante delle regole dovrebbe essere migliore di coloro che cercano di trasgredirle? E come mai anche i puri alla fin fine, quando si trovano in mano un po’ di potere, lo usano per prostrarsi ai soliti idoli di tutti i tempi (denaro, lussuria)? Bastano le regole sociali, senza un criterio meno formale?

Il problema su cui si inciampa continuamente è se esitano il bene e il male, il che però richiede la dipendenza dell’uomo da un criterio superiore a sé. Altrimenti a che servirebbe l’educazione? Lasciato a se stesso, a briglia sciolta, il bambino viene su “bene”? è evidente che no (lo vedi dai tirannelli che si vedono in giro), ma a che cosa lo si “piega” e perché è giusto farlo? Sono domande che come insegnante devo pormi (i tirannelli arrivano alle superiori), ma il fatto è che i messaggi che arrivano dalla società civile scoraggiano continuamente la tenuta di un qualsivoglia ordine. 

Mi pareva che, superata la ventata sessantottina, ci fosse stata una svolta, di cui sono stati segno testi come “I no che aiutano a crescere” o la trasmissione televisiva SOS tata, con il buon senso spiegato a madri e padri totalmente ignari. Ma leggere in classe le cose di cui ho letto significa varcare una soglia, il che che espone il genitore e l’insegnante all’impossibilità di fare da diga all’istintività. Su queste conseguenze, al di là del dibattito sui singoli episodi, bisogna interrogarsi, se no altro che “investimento in capitale umano”, “valutazione degli esiti” e “crescita”: qualcuno vede la contraddizione?

E dove porta lo sdoganamento? Non mi ha affatto stupito la posizione a cui giunse alla fine il famoso psicologo John Money, quello che, considerando l’essere sessuato un puro fatto di costume, aveva imposto ai genitori di educare al femminile il bimbo Bruce-Brenda-David Reimer, cui accidentalmente era stato amputato il pene, così provocando la tragedia sua ma anche del fratello Brian e della madre. Finì propugnatore della pedofilia come “diritto alla sessualità” parificato ad altri. Nell’aprile del 1980 spiegò a Time che un’esperienza di pedofilia «non aveva necessariamente un influsso negativo sul bambino». Nemmeno l’infanzia ha più difesa, se non esiste un limite razionalmente condivisibile e il dominus è l’individuo con i suoi istinti.

Anche nel piccolo, chi crede di dominare tutti i fattori della realtà non ha nessun bisogno di porre un argine a sé, ma anzi deve realizzarsi e espandere le proprie potenzialità; mentre ha il senso del proprio male, e quindi è umile, chi ha anche solo la coscienza della limitatezza del proprio orizzonte, dovuta alla carnalità stessa dello sguardo umano sulle cose, spesso miope, o unilaterale. È così svelata l’origine di questa frana dei confini, che è l’idolatria. 

La cura può essere solo la dipendenza, ma, come dice papa Francesco, da un Amato che mi salva dal mio male, Nostro Signore, ancora crocifisso per me e risorto il giorno di Pasqua.

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