SCUOLA/ Quelle “strane” capacità che l’università italiana cerca ma non trova

Il famoso “pezzo di carta” non è più garanzia di nulla: ora servono non solo le cosiddette “soft skills”, ma le “non-cognitive skills”. Chi può fornirle? Si imparano? NICOLA SABATINI

28.09.2015 - Nicola Sabatini
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Osservandolo da vicino, si può dire che il mondo accademico italiano non brilli certo per esplosiva dinamicità e capacità di radicali cambiamenti. Eppure ogni tanto qualcosa di significativo si muove.

Quello che sta avvenendo, recependo segnali di una discussione che interessa molti sistemi universitari nel mondo, è l’apertura in alcuni soggetti di una riflessione su cosa renda efficace per la persona un cammino formativo in ambito accademico. E’ un necessario passaggio, frutto di un cambiamento sempre più marcato in ambito lavorativo e nel mondo della ricerca a livello globale.

Il nocciolo della questione potrebbe essere riassunto nella domanda: cosa rende realmente interessante e fruttuoso un cammino formativo, anche in ottica lavorativa? Diversi economisti, sociologi, educatori nel mondo cercano risposte a questa domanda, per indicare dove gli investimenti — statali o privati che siano — andrebbero destinati.

La domanda si fa più interessante proprio in questo periodo dell’anno, periodo nel quale vengono prese scelte e decisioni importanti da molte “matricole” che si spostano da casa nei centri universitari più importanti del nostro paese. La domanda cioè dovrebbe essere propria soprattutto di chi inizia l’università. 

Quello che è certo è che il famoso “pezzo di carta” non è più garanzia di nulla. Certo, se uno si laurea in ingegneria civile difficilmente verrà cercato per un lavoro in un laboratorio di biotecnologie agrarie, ma al di là di queste ovvie differenziazioni di campo quello che peserà nella scelta del neoassunto non sarà semplicemente il suo grado di conoscenze specifiche e tecniche, che rimarranno un dato necessario per accedere a certi percorsi di carriera piuttosto che ad altri. Si guarderà ad altro, vale a dire alle qualità che attengono alla persona più che al titolo acquisito.

Tutto questo assodato, è interessante notare come la tendenza accademica, soprattutto da noi, sia quella di trovare ricette e percorsi per rispondere: le università italiane hanno iniziato da anni — soprattutto nei centri più dinamici dal punto di vista sociale ed economico — a proporsi come soggetti che offrono altro oltre al normale percorso di conoscenze accademiche, attraverso il mantra delle soft-skills. Capacità, cioè, che vanno al di là delle conoscenze “dure”, ma che risultano determinanti sul posto di lavoro: saper lavorare in gruppo, saper parlare e farsi capire in pubblico, capacità di decisione eccetera. 

Ora il pensiero rispetto a ciò che integra i percorsi formativi canonici si è allargato, e si parla non solo di skills “leggere”, ma di non-cognitive skills: in esse possiamo ritrovare tutte quelle caratteristiche che rendono una persona realmente interessante e insostituibile per un’organizzazione, come curiosità, generosità, resilienza, capacità di rischio, empatia ecc., tutti tratti strettamente imparentati con le caratteristiche soft di cui sopra. 

La domanda da farsi, rispetto a questo allargamento — che è assolutamente ragionevole, in quanto coglie un dato incontrovertibile, e cioè che il posto fisso dentro il grande macchinario industriale non esiste più nelle economie avanzate — è chi possa “insegnare” queste capacità/conoscenze. 

Se sulle soft skills l’osservazione banale da fare è che le competenze di relazione, comunicazione, capacità di valutazione sono cose che si acquisiscono non astrattamente o preventivamente fornendo dei corsi, ma sul campo e facendo esperienza — e questo purtroppo sembra non essere del tutto afferrato dai nostri accademici, legati a schemi di formazione frontali e teorico-analitici —, sulle non-cognitive siamo messi ancora peggio: una persona inizia a essere curiosa e intraprendente, “lanciata” nel grande mare della vita e vogliosa di conoscere cose e persone già in tenerissima età. Gli anni dell’asilo in questo senso possono essere molto più determinanti per l’assetto della persona di quelli che vengono dopo. Come si può risvegliare qualcosa che doveva essere sviluppato molto prima della scelta universitaria? E’ pensabile che una classe accademica tradizionalmente statica come quella italiana possa trovare spunti, modelli, immagini per questa “iniezione” di vita ai suoi allievi? Come dovremmo pensare strutture, attività e percorsi in quest’ottica? 

In qualche modo è un compito impossibile da assolvere tramite modalità standard di attività formative, formalizzate o decise a tavolino: non esistono percorsi che garantiscano risultati non-cognitive. Eppure è proprio ciò che attrae il datore di lavoro del futuro neolaureato che oggi si iscrive al primo anno. 

Il mistero di questo sviluppo possibile è rinchiuso dentro ciò che per natura è impossibile codificare: l’incontro umano. Parafrasando il titolo di un famoso disco si potrebbe dire che “La formazione è l’arte dell’incontro”, dove per formazione qui intendiamo quella larghezza che la discussione sulle non-cognitive skills adombra. 

C’è tutto un mondo di possibilità di intervento e lavoro nel rapporto con gli studenti che troppo spesso l’università italiana si è persa negli anni passati. Gli anglosassoni per esempio hanno favorito negli anni sempre più uno sviluppo professionale dell’intervento sull’esperienza degli studenti a 360° dentro la vita dei college, con figure dedicate ai cosiddetti students affairs, proprio nell’ottica di allargare l’esperienza formativa. Forse un passo in più in questa direzione il nostro sistema, e pensiamo anche a chi ci governa e promette di proporre una “buona università” dopo la “buona scuola”, dovrebbe cercare di farlo, individuando e favorendo per esempio esperienze come quelle dei collegi universitari.

In ogni caso il pallino resta in mano a chi decide, a chi sceglie l’università e il suo futuro nei prossimi anni: coltivare l’illusione che il semplice titolo gli farà fare strada nella grande avventura della vita lavorativa, o scommettere su possibilità più radicali e coinvolgenti per la persona, che potrebbero lasciare segni più profondi e belli della pura conoscenza specialistica, senza perdersi il guadagno dello studio. Il segreto è non dimenticarsi che insieme alla specializzazione esiste la possibilità di incontrare persone significative e ambienti stimolanti: c’è un mondo da scoprire e cammini nuovi da percorrere.

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