SCUOLA/ Tra Urkesh e il ’68: le pietre e gli uomini parlano solo se interrogati (bene)

- Fabrizio Foschi

Se la didattica della storia uscisse dai soliti schemi e provasse a esplorare percorsi e metodi suggeriti al Meeting, la formazione storica degli studenti cambierebbe. FABRIZIO FOSCHI

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Meeting di Rimini (LaPresse)

La storia al Meeting non fa da comparsa, ma da prima donna. Circola liberamente il suo spirito tra le mostre, talvolta aleggia, talaltra si rapprende nei pannelli e nelle didascalie. Gli insegnanti di tutti gli ordini e gradi per nutrirsi di questo nettare e portare a casa la risposta a tanti problemi devono, però, stare attenti alle disposizioni labirintiche del Meeting e comporre le parole e le frasi concentrandosi sui segni e sulle singole lettere che trovano qua e là.

Per uscire dalle metafore, sembrerebbe fin troppo semplice stabilire l’impossibilità di un qualunque nesso tra l’archeologia che troneggia presso la mostra su Urkesh, nella Siria nord-orientale, e la storia contemporanea che si concretizza nel percorso sul Sessantotto studentesco in Italia e nel mondo. Eppure un legame c’è e rintracciarlo è di fondamentale importanza per recuperare un modo di insegnare storia non solo utile ed efficace, ma rispettoso dell’essenza stessa della materia.

La storia, infatti, ha un metodo rigoroso, non identificabile in qualunque racconto sul passato. La storia è la (impegnativa) ricostruzione sulla base di documenti del tentativo dell’uomo di stabilire ragioni di convivenza o di rottura e contrasto con i propri simili. Da questo punto di vista la storia interpella il presente, anzi nasce dalla domanda che l’uomo rivolge al proprio presente, di cui vuole scorgere le radici più profonde.

Tornando al rapporto tra Urkesh e il Sessantotto, se occorre riconoscere che nella scuola la storia antica è in pratica scomparsa, perché relegata a fasi dell’itinerario scolastico molto precoci, si deve però dire che ogni storico che si rispetti è in piccolo un archeologo (anche l’insegnante di storia in un certo senso lo è, se non è consumatore passivo dei manuali scolastici). È uno scopritore di trame e segnali dell’umano ricomposti nel loro tempo e nel loro spazio. Una ricerca sul Sessantotto oggi, cioè a cinquant’anni dall’evento, se non è archeologia è comunque scavo che mette in luce dinamiche esulanti dal già saputo. La mostra relativa al Meeting dà conto di questo, illuminando un contesto globalizzato di esigenze delle giovani generazioni protagoniste di quegli anni che restituisce ai fatti una brillantezza non scontata.

La ricerca sui documenti è dunque indispensabile, ma come attesta l’équipe che ha scavato in Siria, dando prova della migliore e aggiornata metodologia, le pietre o le tracce parlano se c’è un soggetto che le ascolta ponendo le domande giuste. Gli scavi hanno avuto una direzione, hanno seguito – per così dire – le voci degli antichi abitanti della città impresse nei reperti. E noi saremmo magari tentati di definirli semplici ruderi! Nella zona di Urkesh, come già documentato su queste pagine, è rispuntato un “tell”, un antico insediamento talmente importante per gli abitanti attuali della zona che esse, a guerra non ancora conclusa, lo difendono dalle intemperie e ci portano in visita i figli e le scolaresche. Mentre in Italia i reperti del passato vengono sfregiati dai turisti, in Siria sono i turisti locali a prendersi a cuore quelle antiche mura, polverose scalinate e misteriosi pozzi come se fossero casa loro. Anzi, di più: come testimonianze della loro appartenenza.

C’è qualcosa di straordinario in tutto questo, tanto che vale la pena ripeterlo. Gli adolescenti di numerosi villaggi attorno a Tell Mozan, odierno nome di Urkesh, si attivano davanti alle rovine, ne studiano la composizione e, aiutati dai loro docenti, imparano qualcosa di nuovo sul loro passato e il rispetto delle radici che si prolungano nel presente.

La rassegna relativa al Sessantotto appartiene allo stesso metodo, non sovrapponendo al passato una qualche interpretazione, ma dando una voce a quel tempo poco distante da noi, eppure lontano per tanti giovani millennials, intrisa delle stesse domande che affollano oggi la nostra esistenza. Anzi, di una domanda soprattutto: vale la pena lottare per un ideale? In questo modo, come prova l’interesse suscitato dal tema, il passato comincia ad appartenerci come condizione del nostro presente.

Se la didattica della storia uscisse dagli schemi che incasellano la lezione nella memorizzazione di concetti a qualunque costo e provasse a esplorare, come d’altra parte è suggerito da tante buone pratiche, forme di attivazione come quelle suggerite dagli studi indicati e ben rappresentati al Meeting, l’intera educazione se ne gioverebbe.

Beninteso: siamo come un organismo composto di più strati, ma tutti buoni ed essenziali alla nostra percezione attuale del mondo nel quale ci troviamo. Urkesh è giù in profondità, una sorta di memoria profonda (a quel tempo abbiamo imparato a cercare il volto del Mistero che ci circonda), mentre il Sessantotto è ancora sotto pelle, tanto che ne usiamo i simboli, le parole e le mode. Ma non importano le graduatorie, quello che conta è stabilire che l’uomo è un essere complesso che cammina verso il domani con la benzina della memoria.



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