SCUOLA/ Bocciature, quali ripetenze aiutano davvero gli studenti?

“Condorcet” ha commentato la proposta del Gruppo di Firenze sulla bocciatura e la ripetenza per materia. Le differenze permangono, sottolineate in questa replica

09.02.2019 - Giorgio Ragazzini
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LaPresse

Su questo giornale il gruppo “Condorcet” – autore di un progetto che punta a “realizzare una scuola veramente democratica” – ha commentato la nostra proposta di scuole superiori basate su corsi disciplinari invece che sulla tradizionale successione delle classi. La loro valutazione è più o meno questa: l’idea del Gruppo di Firenze è quasi uguale a uno dei “quattro interventi strutturali” di cui parla il documento Condorcet, ma “servono interventi che le diano una cornice e un senso”. Che sono i seguenti (cito dal loro manifesto): “1) riformare i cicli scolastici e abolire le bocciature; 2) una maggiore connessione tra scuola e società (con particolare attenzione al lavoro); 3) archiviare la logica contingente del cosiddetto “bonus merito” e adottare quella strutturale di introdurre le carriere per i docenti; 4) liberare le istituzioni scolastiche e i loro dirigenti da una burocrazia soffocante, che impedisce alle scuole di essere realmente autonome”.

Ma le due proposte che riguardano le ripetenze sono davvero quasi uguali? Vediamo. Noi parliamo di sostituire la bocciatura “in blocco” con quella materia per materia. Alla fine di ogni corso disciplinare c’è un esame, la cui valutazione verrà finalmente sottratta al famigerato “voto di consiglio” e ai mercanteggiamenti che caratterizzano troppi scrutini di fine anno, in cui spesso i 5 e anche i 4 diventano miracolosamente 6. In caso di insuccesso si potrà consentire di ripetere l’esame; se l’impreparazione permane si dovrà ripetere il corso.

Nella proposta del gruppo “Condorcet” invece “gli alunni, se non hanno acquisito le competenze richieste in una disciplina, ripetono nell’anno successivo solo quella disciplina e non l’intero anno di corso”. Ma poi si aggiunge: “con la possibilità di fare un esame di recupero se intendono rimettersi in pari”. In altre parole, si fa decidere allo studente stesso se farsi esaminare o no… Un’idea francamente sconcertante. Senza dover sostenere per forza un esame una volta seguito di nuovo il corso, quanto è grande il rischio che i ripetenti si limitino a “scaldare il banco” invece di impegnarsi per trarne profitto? Tanto varrebbe, allora, far decidere a loro se ripetere o meno il corso andato male…

Questa impostazione trova il suo sbocco nel conseguimento di “certificati finali” che “attesterebbero il livello effettivamente raggiunto in ogni disciplina”, un’idea praticata in alcuni paesi, che via via riemerge e che comunque la si valuti dovrebbe però comportare l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Quest’ultimo implica necessariamente la sufficienza in tutte le materie, altrimenti si potrebbe dare il caso di un diploma di perito tecnico (per esempio) che certifica conoscenze e competenze insufficienti nelle materie professionalizzanti… (Personalmente sarei favorevole a discuterne a proposito delle lauree, non per le scuole secondarie).

In ogni caso è evidente che su questo punto cruciale le due proposte si allontanano molto: noi puntiamo a favorire il massimo impegno in tutte le materie e a disincentivare drasticamente la pratica dei “condoni” connessa alla bocciatura totale, mentre il piano di Condorcet finirebbe inevitabilmente per far balenare nelle menti degli studenti – e più in quelle dei meno motivati – l’idea che qualche materia si può anche non studiare. Paradossalmente la nostra strategia risulterebbe quindi più “inclusiva” di quella “per una scuola veramente democratica”.

Vengo al rilievo secondo il quale sarebbe impossibile introdurre “una simile rivoluzione” indipendentemente da altri cambiamenti. Condorcet ne propone quattro, come si è detto: le carriere per i docenti, maggiore autonomia delle scuole, la riforma dei cicli e un rinnovato rapporto con il mondo del lavoro. Limitarsi a una proposta per volta è per noi una questione di metodo, che consente di evitare un dibattito dispersivo e raccogliere tutte le possibili adesioni. La scuola basata su corsi disciplinari, comunque, starebbe in piedi anche da sola, una volta risolti i non pochi problemi attuativi. E va da sé che molto altro è necessario, tra cui certamente la cosiddetta “carriera”, cioè la creazione di nuovi ruoli qualificati che collaborino al governo della scuola.

Quanto al “rinnovato rapporto col mondo del lavoro”, negli anni abbiamo dedicato diverse iniziative alla formazione e all’istruzione professionali, di cui auspichiamo la graduale unificazione. In Toscana siano riusciti a far sì che la formazione professionale venisse rivalutata, tanto che la Regione ha varato negli ultimi anni dei corsi triennali all’interno degli istituti professionali. Anche su questo, quindi, siamo d’accordo con i colleghi di Condorcet. Ma l’opzione di una qualificata formazione professionale deve essere subito a disposizione dei ragazzi che escono dalle medie e che possono trovare soddisfazione in una scuola più basata sul fare che sullo studio teorico. La causa principale delle alte percentuali di bocciati nei primi due anni degli istituti professionali (oltre il 22% in prima e quasi il 13% in seconda) è la combinazione tra le troppe materie e le troppo poche ore di laboratorio; in altre parole, la scarsa corrispondenza tra le aspettative dei nuovi iscritti e la realtà con cui si scontrano. Un problema che si è via via aggravato dai primi anni 90, tanto che si è potuto parlare di “licealizzazione” dei professionali. L’apparente saggezza di rimandare le scelte a 16 anni, come propone Condorcet, si scontra con questo irrefutabile dato di fatto. Ingabbiare per altri due anni in una scuola generalista chi è già scoraggiato rispetto allo studio teorico non risponde ad alcuna logica pedagogica concreta. Anzi il gusto per la cultura si può meglio recuperare a partire da qualcosa che ci piace e in cui si riesce.

Infine, un cenno all’ispirazione di fondo che guida un po’ tutte le nostre iniziative. La scuola italiana (come l’Italia tutta) ha bisogno di robuste iniezioni di serietà, che nella bella definizione del Dizionario De Mauro è la “qualità di chi agisce con responsabilità, con correttezza, con capacità e volontà di assolvere i propri doveri e gli impegni assunti”. Quanta serietà c’è nel sistema scolastico? In breve: la formazione iniziale dei docenti è poco selettiva e poco basata sull’esperienza; molti docenti sono entrati e continuano a entrare nella scuola ope legis; l’anno di prova è quasi sempre una formalità; l’aggiornamento è raro e spesso poco utile; l’interscambio con l’università inesistente; quasi nulla la possibilità di sradicare dalla cattedra e dalla presidenza gli insegnanti e i dirigenti incapaci o gravemente scorretti; agli esami si copia e si fa copiare; la parola disciplina è screditata (ma l’Ocse non si stanca di rimarcarne l’importanza); l’orrore per le sanzioni è diffusissimo; rarissime le conseguenze per chi occupa le scuole e dilapida i soldi pubblici; di etica professionale non si è mai parlato. Forse anche di questa cornice, amici del gruppo Condorcet, bisognerebbe discutere.

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